Mamma Selvatica · Senza categoria

Casa

Mio figlio ha iniziato a parlare quando era sicuro di quello che diceva. Ogni parola che ha pronunciato l’ha detta perché voleva lui, quando voleva lui ( e non a richiesta) e quando era sicuro di dirla bene. Non mi sono mai preoccupata quando faceva segno di no, passato il primo anno di vita, alla richiesta degli svariati adulti che gli giravano intorno, di ripetere a pappagallo le classiche paroline che altri bimbi già dicevano. Avevo fiducia nella sua intelligenza, capiva tutto da molto prima, faceva tutti i versi degli animali, si faceva capire benissimo senza bisogno di parlare. Inoltre è sempre stato uno spirito libero come me, e uno spirito di contraddizione come il padre; un perfezionista della performance come me e un competitivo che lancia solo sfide che sa di poter vincere come il padre. Quindi non poteva essere altrimenti. Infatti ogni tanto, quando era sicuro ci lasciava a bocca aperta con la parola perfetta che aveva deciso lui di dire nel momento in cui più ne avevamo bisogno.

Come quando, un pomeriggio d’estate, all’ora del tramonto, di ritorno da una normale giornata fuori io e lui, abbiamo svoltato con la macchina nella via che precede la nostra abitazione. Lui di solito in macchina fin da piccolissimo, come tutt’ora quando è concentrato, produceva lungo tutto il viaggio una sottospecie di rumore bianco, un “mmmmmmm” continuo, un mantra che lo accompagnava nell’osservazione del mondo che sfrecciava fuori dal finestrino. Ma quel pomeriggio, il piccolo meditatore, come ha riconosciuto quella strada, ha interrotto la sua litania e ha esclamato con gioia :

“aaaaaah, casa!”

Ecco, quando mio figlio ha detto per la prima volta “Casa” io ho sentito dentro di me esplodere tutto il calore, l’amore, e la forza che quella parola gli regalava. Mi ha commosso sentire cosa c’era di profondo in quel suono, come ci fosse esattamente quello che abbiamo sempre sognato di ricreare nella nostra famiglia, quello per cui tanto avevo lottato e per cui tanto stringiamo i denti tutti i giorni. Il suo genuino piacere all’idea di essere arrivato a casa, di aver riconosciuto la strada che lo conduceva nel suo posto sicuro, così gioioso e rassicurante da voler condividere quella parola ad alta voce con quella madre tanto stanca e disordinata, piena di pensieri e contraddizioni che guidava proprio in quella direzione. Credo sia uno dei momenti in cui più mi ha fatto emozionare,in cui più mi ha stupito…

..fino alla nascita della “sua bimba”, venuta al mondo tre mesi fa, allo scoccare dei suoi due anni. Lì mi ha insegnato cosa vuol dire appartenersi. Ma questo ve lo racconto la prossima volta.

Tutto questo per dirvi che si, non scrivo da qualche mese perché ero un attimo impegnata con queste piccole personcine e la loro Casa, ma sono tornata e più ispirata di prima.

Maggese:Monologhi di Donne · Mamma Selvatica · Racconti

Lasciate raccontare i dolori del parto.

“Oggi vorrei parlare del dolore del parto.”

Quante volte avresti voluto sentire questa frase durante il corso pre parto? Frase che non viene quasi mai pronunciata. Ovvio, perché spaventare in una volta sola dozzine di future mamme agli sgoccioli? Potremmo mandarle nel panico, farle arrivare a quel giorno con troppa ansia addosso. Quante volte, accanto alla descrizione meravigliosa dei tanti parti veloci e naturalissimi ci si sofferma sulle possibili complicazioni? Su cosa aspettarsi se il parto naturale, o totalmente spontaneo non sarà? No, il tempo non è abbastanza in un corso, ti dicono, per soffermarsi sui casi specifici, sull’induzione, sul momento della somministrazione della peridurale, sulle ore che ci può impiegare il tuo corpo “fatto per fare figli” per decidere davvero di mettere al mondo tuo figlio.

Perché non tutti i travagli sono uguali. Non dico che tutte soffriamo ugualmente e per lo stesso motivo, ma non tutte abbiamo la fortuna di seguire il classico iter (gravidanza a termine- rottura acque a casa- conta delle contrazioni- corsa in ospedale- dilatazione- a volte epidurale- travaglio- nascita- gioia). Ma quel “partorirai con dolore” è troppo generico, perdonate.

Nel mezzo può esserci di tutto, senza che questo rechi nessun danno al bambino. Io per esempio ho sofferto più del “normale” e per più tempo del “normale”, sono rimasta ricoverata a causa di tutto questo più tempo del “normale” eppure mio figlio è stato benissimo fin da subito. Questo porta ulteriormente a dimenticarsi di interrogarsi su quello che ha sofferto la madre.

“Oggi vorrei parlare del dolore del (MIO) parto.”

Quante volte avresti voluto dire questa frase i mesi successivi al parto. O meglio ancora, quanto avresti voluto che qualcuno ti chiedesse, “Mi vuoi raccontare nel dettaglio quanto hai sofferto e come hai superato il dolore del parto?”

No. La gioia della nascita sovrasta tutti, tutti tirano un sospiro di sollievo quando smetti di urlare, chiedono del bambino, i più intimi come stai tu madre, i complimenti al papà… si assicurano che i tuoi postumi non siano gravi, quello sì. Ma qualcuno che ti si siede accanto, prende la mano e ti chiede: quanto e dove faceva così male? é andata come credevi? Ti hanno supportata come avrebbero dovuto? Oppure semplicemente ti dicano: “Raccontami.”

Beh, in effetti qualcuno.. chi potrebbe essere quel qualcuno? Le amiche… nooo non spaventarle, “ma che sei matta?” Stesso discorso del corso pre parto. Potrebbero bloccarsi e decidere di non fare figli, se non li hanno già. Se li hanno avuti, hanno il tuo stesso pudore e preferiscono non ricordare, non rivangare.. a parte quella che ti guarda, riconosce la tua sofferenza, e sogghigna sussurrando “Ora capisci perché ne ho fatto uno solo?”. Con gli uomini, nemmeno ci provi. Loro in quei momenti stanno ringraziando il loro personale dio di essere nati maschi, gli basta aver assistito (a volte) ad una parte del parto. Le mamme per tutelarti d’altra parte ti crescono con la “favoletta” che una volta nato il bambino ti dimentichi di tutto.. sono poche quelle che poi vengono a dirti “ho bluffato per una vita, ora dimmi come è andata”. Per non parlare di quelli che ti dicono “ma che ti credevi, che fosse una passeggiata di salute?”.

Morale della favola: per qualche oscuro motivo quel dolore dobbiamo far finta che non esista, che non sia mai esistito.

Io invece vorrei rispondere a tutte quelle persone punto per punto su come parlare e lasciar parlare di quel dolore non faccia altro che aggiungere dignità, valore, rispetto alle donne.

Perché credo che raccontare alle donne quello che potrebbe succedere al loro corpo davvero e per quanto tempo, anche nelle peggiore delle ipotesi, con le giuste parole ovviamente, sia solo un modo di dirgli, “te lo racconto per prepararti al peggio, perché so che comunque riuscirai ad affrontarlo, perché credo in te.” Non sono delle bambine, sono esseri umani adulti che si sono prese la responsabilità di mettere al mondo un’altro essere umano. Possono farcela.

Raccontare di quel dolore credo possa essere inoltre un arma in più per la donna.

Un arma che in ospedale avresti potuto usare quando l’infermiera di turno dice al futuro padre “non si preoccupi, LEI VADA A RIPOSARSI, tanto ancora è presto per la nascita, torni domani mattina”. Avresti potuto dire “NO! TU, amore delle mia vita, RIMANI QUI perché io potrei rimanere immobilizzata dal dolore, o svenire, e aver bisogno di chiedere aiuto, aver paura di non superare la notte, aver bisogno del tuo volto, chiedere il cesareo, non riuscire a fare pipì in presenza di estranei, avere le allucinazioni e molto altro, ti potrei mandare a chiamare un’altra ostetrica meno acida e superficiale. E la tua presenza mi salverebbe la vita, mi darebbe la forza necessaria per superare quelle ore”. Oppure avresti potuto rispondere a tono a quell’ostetrica (di nuovo lei) che distrugge tutte le tue illusioni quando, dopo una nottata da sola in corsia con contrazioni fisse, alla domanda “quindi dopo quasi 10 ore di contrazioni siamo vicini, giusto?” ti visita e dice ” no non è ancora dilatata. Ma che si crede, è solo l’inizio questo!”.

No, non ti avrebbe fatto soffrire meno saperlo, ma forse lo avresti affrontato con più dignità, non ti saresti sentita persa e smarrita, sbagliata perché a differenza di tanti racconti tu non credi di farcela, avresti saputo gestire meglio il tempo, ascoltare meglio il tuo corpo sapendo già molto di quello che capitava e senza bisogno di cercare continuamente conferme dagli altri.

Raccontarlo poi alle donne che i figli ancora non ce l’hanno non dovrebbe essere “vietato”. Fare un figlio non è solo quello, ma non è nulla di cui ti puoi scordare velocemente. Se tutte le tue amiche lo sapessero forse si sentirebbero meno sbagliate, o debole se capiterà anche a loro di soffrire in quel modo o se il ricordo ti rimarrà dentro per anni.

Raccontare quel dolore aiuterebbe tutti. Pure le “vecchie generazioni” poi che ti dicono con invidia “eh ma che volete lamentarvi, voi avete anche l’epidurale! Allora noi che avremmo dovuto dire?”. Care mamme, nonne, zie, vicine. A me l’hanno fatta l’anestesia, anzi hanno dovuto fare due tentativi per riuscire a trovare il punto giusto dove mettere l’ago, mentre ti tengono ferma quasi con la camicia di forza. E nonostante l’anestesia signore ho sentito tutto il dolore del bacino che si apriva, lo sapete? E poi, si, anche voi avreste dovuto dire qualcosa invece di soffrire solo in silenzio, ne avevate diritto anche allora.

Ma alla fine tutto questo non è successo. Va bene, non te ne hanno parlato prima, ma posso parlarne IO dopo allora?

Quando ce l’hai fatta, quando hai superato tutto, quando mesi dopo sei tornata in forza… perché se provi a raccontare ancora quanto sei stata male credono che tu ti stia “solo” lamentando di qualcosa di ovvio?
Perché siete convinti che con la frase “eh ma poi ti ha ripagato di ogni dolore l’arrivo della gioia” tu possa stare meglio? Perché non vi passa dalla testa che tutto quel dolore, quella maratona solitaria, quella fatica e paura ti ha distrutta talmente tanto che la gioia del figlio non l’hai sentita subito? Il parlare di quel dolore allora sminuirebbe la felicità che tuo figlio poi ti ha dato? La frase “ma ora pensa a lui!” aggiunge ancora più umiliazione a tutto perché a quel punto oltre che lamentosa sei egoista e snaturata.

Poi c’è chi crede che tu stia incolpando qualcuno degli operatori sanitari, nel tuo tentativo di riportare l’attenzione a quei giorni. Forse c’è pure quel problema, ma NO, NO non è solo quello, non è nemmeno quello il punto.

La bassezza più grande è quella poi, quando decidi di intraprendere un’altra gravidanza, che il commento tra le righe sia : “ma allora non è stato così doloroso! ” o ” allora è vero che si dimentica.”

NO, NO E ANCORA NO. Non si dimentica, forse ci saresti riuscita se ti avessero supportata. Quel dolore rimane dentro e forte, anche se tutto il resto ormai scorre veloce intorno. E non è vero che non hai sofferto così tanto quando non avevi più la forza di parlare e facevi solo si o no con la testa, convinta che quello che era “sicuramente un bel bambinone!” sicuramente non saresti mai riuscita a farlo uscire, non è vero che non era paralizzante la sensazione di essere incastrata in qualche cosa che non aveva più soluzione.

La verità è che proprio perché da sola (io ho avuto il mio uomo accanto, ma solo a metà dell’agonia, a causa appunto di quell’ostetrica), comunque, ne sei uscita dal quel parto e post parto disastroso e ora il peggio che ti possa capitare sai benissimo cosa è, che la scelta di affrontarne un’altra diventa una delle più coraggiose che tu una donna possa fare. Perché se sei riuscita a sopravvivere a tutto quello e agli incubi successivi forse saresti degna almeno adesso di poterti raccontare. Se invece decidi che non vuoi ripetere l’esperienza sei degna quanto l’altra di rispetto, e la colpa semmai è di chi non ti ha ascoltata, non certo tua.

Quindi la vera morale della favola dovrebbe essere: fatele parlare, le donne che hanno sofferto di parto. Fatele sfogare, svuotare totalmente di ogni dettaglio, imbarazzante o sporco, violento, fino a che ne hanno bisogno, fino a che hanno parole da raccontare. Fatele parlare tanto quanto quelle che per fortuna e per caso hanno vissuto la nascita e il puerperio come un momento idilliaco e di pura gioia. Hanno entrambe il diritto di farlo. Ascoltarle entrambe non influenzerà il vostro travaglio, non vi spoglierà della vostra integrità di madre, non vi dissuaderà di avere un altro figlio se lo volete davvero, vi aiuterà soltanto. O se credete che non vi possa essere d’aiuto, glielo dovete concedere come minimo: hanno fatto la cosa più importante che si possa fare sulla terra, mettere al mondo un’altra vita, nonostante tutto.

NB: Nessuna generalizzazione riguardo alle ostetriche. In quella lunga degenza solo una, (purtroppo capitata nel turno delle mie doglie) si è dimostrata poco disponibile. Le altre sono state angeli, per quello che potevano fare in quella situazione. Purtroppo come ogni mestiere, è fatto da persone, e non tutte le persone sono uguali, anche se in alcuni ambiti a mio avviso dovrebbero mantenere alcuni livelli di decenza.

Maggese:Monologhi di Donne · Mamma Selvatica

Quello che mi ha ridato la Natura (e lui)

La Natura mi ha ridato la fiducia nel tempo e soprattuto in me stessa.
Quando siamo venuti a vivere in questa casa e ho potuto affondare di nuovo le mani nella terra del giardino, della campagna, come da ragazzina, paradossalmente ogni volta che piantavo qualche seme, semplicemente travasavo le mie piante che mi ero portata dalla città, nella mia testa c’era una totale sfiducia nella riuscita di quella nuova nascita. La stessa sfiducia che avevo avuto quando avevamo deciso di avere il primo figlio. Le mie azioni non si fermavano, sia chiaro, ma la testa era scettica, mentre le mani lavoravano.

Il mio compagno, nonostante non avesse lo stesso bisogno di verde che avevo io né la voglia di dedicarsi ad esso, aveva però l’entusiasmo e la voglia di riassaporare alcuni sapori che invece viveva spesso nelle tradizioni dei nonni e dei genitori stessi: la raccolta dei pomodori, delle olive, le verdure stagionali del piccolo orticello dove andava a lavorare la terra il padre in pensione. Non capiva la mia perplessità che contrastava tra l’altro con il desiderio che avevo avuto così forte fino a quel momento nella ricerca di una casa con tutto quello spazio da curare e “sfruttare”. Inoltre io ero cresciuta nei boschi si può dire e avevo questa grande predisposizione per tutto ciò che era selvatico, mentre lui bene o male era sempre stato più cittadino di me e solo un consumatore passivo delle colture dei parenti. Quindi mi spingeva a comprare oltre a piante già in in fiore, piante da orto ovvero impegni a lungo termine insomma con la terra. Il suo solito entusiasmo, la sua nuvoletta di ingenuità, la sua leggerezza a volte, in contropiede al mio passato, mi spronavano; ma non capiva che all’improvviso era in me che non avevo fiducia una volta trovatami faccia a faccia con la brulla terra.

La città, nonostante mi avesse dato tante cose negli ultimi dieci anni, mi aveva tolto anche altrettante. Era stata un rifugio, una ribellione in realtà a quella vita nei boschi, a quell’estremo isolamento che cozzava con il mio bisogno di crescita e indipendenza. Ed era riuscita a darmi tanto di quello che cercavo, attraverso molte prove di forza e resistenza, di pura sopravvivenza al ritmo frenetico, alla sensazione meravigliosa ma anche complessa di essere nella Capitale. Ma aveva anche ridimensionato la grandezza delle mie passioni, ridotto il mio ego, ricordandomi di essere solo un numero in mezzo al traffico. Le giornate intere passate alla ricerca di un vero colloquio di lavoro, del parcheggio libero, del marciapiede agibile, dell’autobus che non arrivava, della visita in ambulatorio, del funzionario competente, della strada senza cantiere bloccato, del parchetto senza bottiglie rotte… tutte quelle frustranti ore avevano forse reso il mio animo sterile. Non mi aveva certo aiutata la persona con cui l’avevo vissuta quella città, anzi mi aveva resa ancora più arida. Lui che aveva voluto così tanto viverla, la Grande Bellezza, ma che aveva avuto solo porte chiuse in faccia; lui che si arrese prima del tempo, crogiolandosi poi su un divano consolatorio, convincendo anche me che in fondo è tutto il pianeta terra che non ha spazio per persone come noi, giovani studenti di materie umanistiche ma soprattutto noi sognatori di provincia, che nella grande città possono starci solo in affitto (perché se ci eravamo nati a quest’ora era tutto più facile, secondo lui).

Quindi, una vita dopo (anche se in realtà solo pochi anni dopo), non più con Lui ma con la mia “salvezza dagli occhi azzurri”, con il nostro rivoluzionario amore e con il nostro primo figlio, nella nostra nuova casa, davanti a quel prato spelacchiato, (giardino trascurato per anni), potevo io aver fiducia nelle mie capacità di piantare un seme, o di far crescere addirittura una pianta di pomodori? Ricordo che per il primo pezzetto di prato ho sparso i semi e li ho ricoperti di terra due tre volte nel giro di poche settimane, perché convinta di aver sbagliato qualche passaggio; ma alla terza volta, smuovendo la terra mi accorsi che stavo solo estirpando dei piccoli germogli: perché il prato aveva già ricominciato a crescere, ma io non me ne ero accorta, ancora non potevo vedere, perché erano ancora leggermente sotto alla superficie. Non gli avevo dato fiducia, alla terra, e me ne vergognai. Quasi mi scusai. Iniziai a rallentare le semine, aspettare il giusto tempo della crescita.

Ho imparato tanto in questo quasi anno di giardino. Ho imparato ad aspettare a travasare alcune piante, perché alcune hanno bisogno di crescere ancora un pò nella loro alcova stretta, non come me. Ho imparato che quando le travasi poi c’è da aspettarsi una reazione opposta a quella di una improvvisa crescita: molte perdono le foglie, sembra siano morte, ma se le lasci stare, quelle appena hanno metabolizzato il cambiamento ributtano più rigogliose di prima. Questo in particolare mi ha insegnato anche a vivere meglio con il mio compagno, (che come alcune piante, di nuovo diversamente da me, ha bisogno di tempi più lunghi per abituarsi alle nuove situazioni), e a lasciar passare serenamente i momenti di regressione di mio figlio dovuti a importanti cambiamenti come svezzamento o deambulazione su due piedini.

Non ero una persona senza più pazienza, ero una persona senza più fiducia nelle proprie capacità, che è ben diverso. La tenacia mi era rimasta perché il giorno che avevo rivoluzionato la mia vita con la mia “salvezza dagli occhi azzurri” mi ero ripromessa di lottare sempre ogni giorno per quello che volevo davvero. Ma avevo perso la sensazione che il mondo fosse un posto dove poteva crescere davvero nuova vita. Insomma, ero una lottatrice convinta di avere però solo mulini a vento davanti. La Natura, con i suoi germogli, (e con lo zampino inconsapevole di mio figlio e suo padre) mi ha ridato tutto questo e gliene sarò grata per tutta la vita.

Mangiamo Insieme · Ricette

Gnocchetti sardi alla crema di spinaci

PREPARAZIONE: 20 MIN

Ingredienti:
– Spinaci: vedete voi quanti, consiglio di iniziare con una piccola quantità per abituare il palato del bimbo al sapore se non li ha mai mangiati prima
– 2/3 pomodorini
– 50gr di formaggio morbido ( Brie, certosa, philadelphia, formaggino Mio…)
– Due cucchiaini Grana Padano grattugiato
– Un filo d’olio



Procedimento:

  • Per prima cosa cuocete gli spinaci (se sono freschi dopo averli lavati e “capati” bene ovviamente) in un padellino con poca acqua o al vapore. Non c’è bisogno di lessarli con tanta acqua perché gli spinaci come la bietola e affini ne contengono già tanta e la rilasciano in fase di cottura.  Inoltre così cotte perdono meno le loro proprietà organolettiche. Se usate quelli surgelati basterà scongelarli direttamente in padella.
  • Mettete a bollire l’acqua per la pasta. Io quando mangio con lui preferisco non salare la pasta,e correggere poi la sapidità del piatto con la scelta del formaggio morbido. Quando l’acqua bolle ovviamente buttate la pasta. NB: a metà cottura della la pasta io conservo sempre un po’ di acqua di cottura che mi servirà dopo per ammorbidire la crema. Ho notato che il mio bimbo preferisce la pasta non scotta, piccolezze che ognuno di noi sa del proprio pargolo.
  • La scelta della pasta: io in questa fase dello sviluppo del bimbo ( ha già quasi più di una dozzina di denti e mastica bene) scelgo una pasta che abbia la grandezza giusta per essere masticata da lui (e non ingoiata e basta come faceva con la pastina) ma facile da prendere con il cucchiaio, e con una forma che trattenga più possibile la crema. In questo caso ho scelto gli gnocchetti sardi, che piacciono tanto anche a me 😉 ..
  • Nel frattempo quando sono pronti gli spinaci (20min circa) versateli nel mixer.
  • Pelate i pomodorini, tagliateli a pezzetti e versateli nel mixer insieme agli spinaci. (Io in questa ricetta preferisco pelarli per evitare che la lingua esigente del monello capti qualche buccetta e vanifichi il mio tentativo di fargli mangiare gli spinaci). I pomodorini ammorbidiscono in po’ la consistenza dello spinacio in bocca e gli danno un profumo più fresco.
  • Aggiungere il formaggio morbido. Io uso un Brie (senza lattosio nel mio caso) per dargli in po’ più di Brio (si ho fatto la battuta AH AH AH) ma va bene anche il formaggino, o la certosa che è anche più magra.
  • Infine aggiungere parmigiano ed olio e mixare bene il tutto Aggiustare il tiro della consistenza della crema con l’acqua di cottura .

Condire la pasta e servire! (Io nn contenta ci ho rimesso una spruzzata di parmigiano sul mio piatto, non ho resistito.)

AGGIUNTE PER IL PALATO DEI GRANDI: se avete dei pomodorini secchi potete spezzettarli e dargli una ripassata con un po’ d’olio e aglio, e a chi piace una punta di piccante. Da aggiungere poi a pioggia sulla pasta: faranno un piacevole di contrasto al palato e alla lingua!

Voto del giudice supremo:  l'ha finita quasi tutta! 
E io ho finito pure la sua, ma questi sono dettagli... 

Mamma Selvatica · Ricette

…all’angolo opposto del ring, la pappa!

Da ex babysitter con esperienza decennale in tavole da pranzo altrui, da grande viveur di centri estivi e mamma frequentatrice di gruppi wathsapp di genitrici disperate so benissimo che il binomio bambini-cibo i primi anni può essere molto delicato e stressante.

Ogni bambino è a sé quando mangia (come per tutto il resto in fondo): ho lavorato con bambini con cui dovevi fare tutto il repertorio dello Zecchino d’Oro tra un cucchiaio e l’altro ma poi mangiavano volentieri, altri che “un boccone a te, un boccone a me, uno a Peppa Pig, uno lo lasciamo per nonno e uno di nuovo a te”. Mio fratello minore da piccolo un giorno amava follemente i fagioli da fare invidia a Bud Spencer e la volta dopo li sputava guardandoti come a dire “ma lo sai che non mi piacciono i fagioli!!”. Conosco bambini meravigliosi poco interessati al gusto e vanno “in bianco” fisso, altri che ancora a trent’anni suonati mangiano ancora quasi imboccati dalla mamma (o comunque solo quello che cucina mammà).

Io non sono una che giudica. Non posso permettermelo.

Ero una bambina che non aveva mai fame. Mia madre si sedeva a tavola per imboccarmi a mezzogiorno e si alzava quando ormai era tempo di merenda invecchiata di dieci anni, dopo strepiti e preghiere e lusinghe per ottenere un quarto di pappa finita. Mio padre dal canto suo attuava un’altra tecnica: da professore di chimica, tenace della sua esperienza, provava a spiegarmi a mo’di favoletta tutti i processi metabolici che si stavano per mettere in atto per convincermi a deglutire, e di contro mi illustrava tutti gli svantaggi del non mangiare: “ptialina” e “crisi ipoglicemica” furono le prime parole che imparai. Con scarsi risultati: tendenzialmente quel poco che mangiavo lo rigurgitavo sopra alla loro momentanea soddisfazione di essere riusciti a convincermi finalmente a nutrirmi. Però tutta quella dedizione e pazienza mi lusingava.

L’altra tecnica subentrata quando ero un pochino più grande (e già famosa in famiglia per la mia fervida immaginazione), è un affaire Dreyfus che andrebbe segnalata al Telefono Azzurro. Facendomi mangiare una penna al sugo a tradimento iniziavano poi a fare le vocine di tutte le altre pennette che erano rimaste lontane dalla loro mamma che invece se ne stava al calduccio nello stomaco per convincermi a mangiare pure loro. E questa tragedia continuava per tutte le altre pietanze. No, poveretti, non erano dei sadici mamma e papà, erano solo disperati. Eppure il primo figlio non aveva mai fatto storie!!

Ma nemmeno questa tecnica funzionava. Il risultato? Si, mangiavo tutti i figli carotina della povera mamma carota finita nel mio stomaco, ma il senso di colpa all’idea di avere ingurgitato verdure con dei sentimenti era così grande che vomitavo comunque tutto prima della nanna. Ho ancora gli incubi la notte di famiglie di spicchi di mandarino che non sono riuscita a ricongiungere, in una traversata per l’America degli Agrumi finita male. O dei tortellini che ho fatto finire per sbaglio per terra e che non avranno mai degna sepoltura. Insomma, era meglio se mi mandavano tutti a quel paese e mi dicevano “vuoi mangiare? Bene, sennò ti arrangi”. Ma ripeto, non li giudico: la disperazione con i figli fa fare di tutto.

In realtà con la pizza non dovevano insistere. Ma questi sono dettagli.

Per fortuna ho rincuorato tutti quando verso i quattordici anni ho deciso di recuperare tutto insieme gli anni arretrati. Come avrete capito in generale dal blog non ho più smesso di mangiare bene.

Sarà per questo che con mio figlio non ho mai insistito più di tanto (a costo di vedere occhi sgranati al mio commento “se non lo vuole più pace, vuol dire che non ha fame in questo momento, mangerà di più a cena”.)

E lui caratterialmente anche volendo è meno impressionabile di me: rientra nella categoria “o sì o no”, ovvero “se ho deciso che non mangio è inutile che mi fai aerei e canzoncine o fai finta di mangiarla tu la pappa, non mangio punto, E “ptialina” lo dici a tu’sorella… maaaaa se ho deciso che mangio sbrigati madre, vai direttamente di imbuto, vanno bene pure i broccoli! “.  Quindi un po’ l’esperienza aiuta un po’ sono fortunata, un po’ vedremo con il prossimo figlio la nemesi che mi aspetta per aver fatto rischiare l’esaurimento nervoso ai miei quando avevo meno denti.

La morale della favola secondo me è che tu individuo che non sei QUEL genitore disperato fatti gli affari tuoi, non puntare il dito su quello che mangia il pargoletto che non è uscito dal tuo corpo o potrebbero arrivare cucchiaiate di cibo sulla tua sicumera di genitore modello. E tu genitore sconfortato non accanirti troppo, forse davvero ogni tanto mangerà di più a cena.

PS: le ricette del mio blog non hanno la presunzione di essere “la soluzione”, anzi mi sono prefissata di essere totalmente trasparente nella mia narrazione: a fine ricetta ci sarà sempre il responso spietato di come è andata con mio figlio, (che stupirà molti palati e rifiuterà molte opzioni per ora) ma dato che sono convinta che i vostri figli siano unici e tutti diversi magari ai vostri piaceranno pure quei piatti che lui ha rifiutato.

PPS: ovviamente non sono una pediatra e non sto sottovalutando il problema serio dei bambini che non assimilano le giuste calorie o ne assimilano troppo. Io per prima venivo imbottita di vitamine e integratori e seguita adeguatamente, e non mi addentrerò mai in diete equilibrate per questioni di obesità o altro, né nella causa disturbi alimentari dovuti a problemi psicologici specifici. La mia è solo una spensierata chiacchera tra genitori, e qualche idea carina da condividere.

PPpS: una cosa però vi chiedo con tutto il cuore: non fate mai vocine di figli carotina rimasti lontani dalla propria mamma. Io lo rinfaccio ancora a mamma e papà. Please.

Cibo e ormoni · Mamma Selvatica

Serotonina, pomodori e fichi: l’inizio di tutto.

I segnali dell’arrivo di questa scintilla di vita c’erano tutti. Era talmente tanta l’intensità dell’unione delle nostre anime che c’era quasi da vergognarsi a raccontarlo… avevamo assorbito così appieno i sapori che cercavamo per rinascere in quel nostro “pellegrinaggio” verso Sud, che non poteva non spuntare in me qualcosa di speciale, pulito, ancestrale, genuino. Tappa dopo tappa. C’era tutto.

C’erano i fichi raccolti dall’albero nel giardino in Calabria. A piedi scalzi, prima di pranzo, mi arrampicavo come da bambina per raccogliere i frutti più maturi. E li trovavo caldi dal sole, lisci e senza altre impronta se non le mie. Ne assaporavo la consistenza filamentosa e quasi sconcia, tenendo gli occhi chiusi e sentendo bruciare la pelle sotto il sale che si cristallizzava sull’epidermide. Pregustavo il sollievo dell’acqua dolce della pompa per innaffiare con cui mi sarei rinfrescata prima di prepararmi per il pranzo e nel frattempo cercavo di assorbire tutte quelle sensazioni per poterle trasmettere alla vita che stavo provando a far germogliare in me.

C’erano le nonne, le tue future bisnonne, le cariatidi, il matriarcato del Sud che si esprimeva in tutta la loro potenza con il profumo di pomodori ogni mattina al nostro risveglio. L’odore delle conserve fatte in casa che cuociono nei tegami mescolate all’odore del caffè ci ha accompagnati in ogni casa in cui ci hanno ospitati durante quel lungo pellegrinaggio. Un’inconsapevole costante che raccontava di vecchie tradizioni, di ricette ormai dimenticate, di polpette fatte solo di pane, prezzemolo e “cacio”. Cercavo di assorbire mangiando e annusando ogni sfumatura di quelle tradizioni.

Regione per regione io mangiavo e mi emozionavo. C’era la pizza napoletana con il suo basilico intenso sotto i denti. Gli arancini soffritti sul momento al chiosco sulla spiaggia a Donnalucata, che ti riempiono il palato di sensazioni e ti cullano verso “l’abbiocco” pomeridiano. La brioche con il gelato al pistacchio a Ortigia. I sottoli di Scicli, il pesce appena pescato portato crudo sul vassoio del ristorante prima di essere cucinato a Marina di Camerota. La spremuta d’arancia e di mandarino verde al chiosco di Siracusa, mentre i vecchi giocavano a carte. L’odore dei fichi d’india e dello sterrato lungo le strade infuocate dell’entroterra.

C’era il mare nelle orecchie, a pochi passi dalla casa che avevo scelto in Sicilia; mare che tanto fa parte di me, che mi acquieta ogni volta che dalla città la mente rimane corrotta. C’era il Sud, questo grande ritorno ma anche nuova scoperta… Sud Sud Sud ancora più a Sud, isola in mezzo al controverso Mediterraneo.

C’erano stati i punti a capo, il grande incontro con lo spettro di un dolore ormai morente. C’era il ricongiungimento di entrambi ad un passato furioso che finalmente poteva tornare ad essere presente e cristallino. C’era stata quella risata in faccia alle invidie, alle cattiverie.

Mentre non sapevo ancora che eri nato in me, mi ripetevo che quei giorni erano stati così vividi, visceralmente fertili e voluti dal destino che sarebbe stato veramente un peccato non concepirti durante quel nostro viaggio verso Sud, verso le origini, dentro i luoghi dove eravamo stati concepiti noi stessi e i nostri avi, fino a scoprire nuove terre ad entrambi estranee per poterle ritrovare per la prima volta insieme. Quel viaggio che tanto aveva promesso alle nostre menti e alle nostre speranze. Quella fuga da tutti e dalle certezze, quella follia che ci rappresentava in tutti i suoi chilometri.

Era proprio lì, in quell’orgia di sapori e odori, in preda alla serotonina e alle endorfine, che volevo che questa avventura con te, figlio mio, cominciasse.

E infatti è successo. A me.  Davvero. Nel mio corpo, nella mia vita, nella nostra storia.

Cibo e ormoni · Mamma Selvatica

Pasta al burro e rivelazioni.

L’odore degli spaghetti mentre si cuociono è diverso da qualsiasi altro tipo di pasta. Non so perché, ma è così.

Ero spiaggiata sul letto, vittima della solita pressione bassa e della fiacca da primo trimestre di gravidanza. Era tardo pomeriggio. Guardavo “Vita d’Adele” e la cosa che più mi rimaneva addosso di quel film era la pasta “alla bolognese” che mangiavano. Il gusto che emanava il loro volto nella deglutizione. E nonostante la nostra cena reale prevista per quella sera fosse carne e funghi, mi sono messa a fare degli spaghetti. Solo per me. In attesa che tuo padre tornasse a casa.

“Li Voglio Solo nel Mio Piatto..” non avevo il ragù e non facevo in tempo a farlo, ma l’idea del burro era perfetta.

Volevo ricreare quella brodosità, quel candore degli spaghetti al burro e parmigiano.

Qui a Roma la pasta in bianco è con l’olio.

Da noi la pasta in bianco era burro e parmigiano.

Buon burro. Quasi un sugo, ambrosia di burro. Quante volte ho già detto Burro?? Quando ero piccola, e non mangiavo assolutamente niente tanto da far disperare mamma e papà, ero conquistabile solo ed esclusivamente con la pasta al burro. Poco parmigiano ma soprattutto burro.

Quando, non chiedermi il motivo fagiolino mio, non ora almeno, non mi lasciavano mangiare a scuola a pranzo, ma aspettavo mia madre che arrivasse (in ritardo ovviamente) a prendermi, rimanevo con la maestra della mattina mentre tutti gli altri si sedevano nella mensa con l’insegnante del pomeriggio. Erano tutti sistemati su quelle sedioline, lungo quei lunghissimi tavoli, ai quali mi chiedevo perché non potessi sedermi anche io, osservando i loro schiamazzi divertiti.. bene, quando arrivava la pasta al burro nei pentoloni, impazzivo dalla fame e li guardavo con evidente invidia, sentimento lancinante che poi pervase in generale i miei anni scolastici.

Anni dopo quando mi lasciarono pranzare a scuola, scoprì amaramente che di burro quella pasta ne aveva visto forse un cucchiaio per 20 kg, e che era solo colla bianca quella servita nei piatti, ma questa è un’altra storia.

Quindi basta, decisi che quella sera sarei regredita capricciosamente ad uno spaghetto fuori programma, in orario di aperitivo.

Certo, il burro era senza lattosio, e il parmigiano di quelli in busta già grattugiato, ma la voglia di ritrovare quel sapore non conobbe ostacoli. 

“Ok ok, funghi e polpettone, è inutile che mi guardate così.. tranquilli metto a cuocere anche voi, per quando arriverà lui..” morvoravo in preda ai deliri ormonali “tranquilli… ma la pentola con una quantità di acqua strettamente necessaria per farci cuocere almeno un etto e mezzo di spaghetti (meno acqua metto, prima bolle), e correttamente salata, eh si quella ve la metto lo stesso accanto, rassegnatevi.”

Mentre aspettavo (guardando in maniera insistente la pentola, magari così l’acqua si scaldava prima) che le bolle iniziassero a formarsi sul fondo, mi chiedevo che nome avesse quell’ormone che mi aveva fatto regredire nelle voglie da donna gravida: tortine al limone a colazione, barrette kinder, la minestrina con il formaggino, la pasta al burro! (questa sconosciuta da anni. Tutte voglie da bambina piccina.

“… eh? Come ti chiami tu, enzima che trasformi le tue molecole in input al mio cervello? Vorrei conoscere il tuo nome, perché vorrei farti di persona i complimenti. Hai un potere straordinario: uno è lì, che guarda un film di una tematica forte e vietata ai minori di 14 anni, e l’ormone come passa uno spaghetto.. zac! Ti incastra e ti fa smuovere mari e monti per fregartene del resto e iniziare a cucinartelo. Sei un signor ormone! E guarda che i miei complimenti sono sinceri, perché condurmi a riprovare certi sapori mi consola profondamente, come riscoprire la scatola dei tesori nel Favoloso Mondo di Amelie (Ameliè, Adele…. come sono finiti ben 2 film francesi con nomi di donne  che iniziano con la A nella mia pasta al burro???). “

Insomma il tono era più o meno quello.

Finalmente la preziosa acqua bolliva, e potei buttare gli spaghetti (in una quantità degna della clandestinità di quell’evento, ovvero “‘na cifra” come dicono a Roma). E… sbam, il profumo scaturito dall’impatto tra pasta e acqua fu immediato, o almeno per le mie narici da donna gravida vogliosa. Il resto accade tutto molto velocemente: il burro tagliato, l’acqua di cottura a scioglierlo nel piatto, gli spaghetti che si avvolgeva o intorno al mestolo mentre li giravo ancora immersi nell’acqua, preliminari fondamentali per la finale goduria.

A quel punto, lenticchia mia, ho iniziato a interrogarmi sul perché io avessi smesso di mangiare “la pasta lunga”, (come la chiamano i romani).

“Eh, tuo padre non ci va troppo d’accordo sai.. per via della difficoltà da viziatello nell’arrotolare lo spaghetto. E comprare la pasta solo per uno, non è così comodo..”

E pensare che prima, nella mia vita precedente ci facevamo a pranzo o a cena spesso 2 etti di spaghetti a testa. 

La faceva lui, l’altro, l’ex… con i mille sughi che apparivano per magia in quelle pentole, meraviglie nonostante la nostra misera spesa; lui, il Mary Poppins della cucina, spentolava in mille rivisitazioni e poesie, ma mantendo sempre gli spaghetti come unica religione, disciplina e dogma. 

Ed è stato lì , negli ultimi minuti prima di scolare quella pasta al burro, che ho avuto quella rivelazione… è grazie a tutta quella pasta, a tutto quel cibo, se siamo riusciti a stare insieme per così tanto tempo. O meglio che io ho sopportato per così tanti anni l’insopportabile. L’ormone che veniva scaturito da quella pasta, quei sughi e profumi, era la mia anestesia, era il mio potente conforto, il mio “pat pat” sulla spalla, la droga, morfina per sentire meno tutto il resto. Quel calore che trovavo in fondo alla giornata nei piatti da lui preparati forse era la più grande illusione che poteva darmi, il falso ritratto della felicità, o forse il ricatto emotivo di una grande mangiatrice. Forse nel suo dolore continuo e ottuso, nel suo egoismo assuefacente, il vedermi mangiare di gusto e in tali quantità, era per lui l’unico momento di sollievo nella ricerca della mia totale dipendenza. Nella sua lotta contro l’ansia di abbandono quella era una inequivocabile dimostrazione della mia sottomissione, la più forte risposta al suo bisogno di comando.. vedermi così genuinamente appagata di ciò che mi stava donando. Ma erano pasti salati alla fine del conto, che lasciavano dopo la gioia papillare, quel gusto amaro della solitudine, della possessione, solo piatti sporchi da lavare al sultano.

Ricordo che stetti male a quel pensiero, e mi bloccai nei movimenti. Rimasi sospesa. Come sempre certi ricordi riaffioravano spontanei e prepotenti. Ma le cose stavano cambiando… E mi tornò il sorriso.

E pensai:

“Ora sono qui, che ho scolato i miei spaghetti, felice del mio risultato perché li sento sciacquettare nel piatto come piace a me mentre li mescolo al burro .. e mentre ne pregusto il sapore, sorrido al pensiero che tra poco il figlio di un amore che invece non sa cucinare ma che sa tutto il resto, un Amore che può esser degno di tale nome, inizierà a muoversi nella mia pancia come tutte le volte che ho finito di mangiare qualcosa che mi piace.”

Così quando il tuo papà tornerò a casa e mi chiese se ti avessi sentito muovere, annuii felice, e potei vedere come si illuminavano e emozionano suoi occhi, ogni volta ed ogni volta ancora. 

E tutto quell’egoismo, quella rabbia frantumata in mortai e in sale grosso di una volta in queste stanza, o le invidie dei pranzi dei compagni in allegria, furono per una volta una nuvola lontana. Mentre il sapore del burro ci portò a letto sereni e in pace con i ricordi, pieni di tanto presente e futuro. 

Chi sono · Mamma Selvatica

Mamma selvatica: dolce attesa in pandemia.

Riprendo in mano il blog dopo qualche mese.

“Qualche mese” può sembrare poco a molti, ma non se sei una donna e quei “qualche” sono i primi mesi di una nuova gravidanza e soprattuto in tempi di pandemia globale.

Sono lunghi gocciolanti giorni che scorrono, come quando rimane leggermente aperto un lavandino di notte. Tic, tic, tic.. c’è il tempo di sentire tutto, il disturbo di quella lentezza ritmata e insistente, la tua indecisione sull’alzarti o no, il tentativo di ignorare il fastidio, ma anche l’esaltazione del silenzio intorno.

Ecco, sono stati questi i mesi che ho avuto per me tra l’ultimo articolo e oggi. Molte ore chiusi in casa, io e il mio bimbo di un anno e mezzo e la mia pancia che invertiva tutti i trend di questo periodo. Il lavoro di una volta che non c’è più, il tuo nuovo giardino come unica valvola di sfogo ma che improvvisamente pone molti limiti alla tua condizione di neo-gravida… “aspettiamo i tre mesi, non fare sforzi, già il piccolo ti affatica, lascia stare…”.

Tutto è diverso dall’altra volta. I festeggiamenti, gli amici che possono venire a trovarti, il fantasticare tra le bancarelle, la famiglia che accorre dalle varie parti di Italia per sapere, per gioire con te, o almeno per aspettare con te e far scorrere più veloce il tempo. Niente di tutto ciò è possibile ora (oltre al fatto che si sa, dopo il primo nipote, il primo figlio della comitiva, la prima novità del gruppo, la canzone suona diversa, un po’ più in sordina). Quindi l’intima felicità c’è ma la festa vera, l’allegria spensierata è rimandata, è in lockdown pure lei. Il fratello maggiore è ancora nell’età dell’ignoranza e nella confusione generale che provoca tutti i giorni spesso la nuova pancia viene dimenticata quasi.

Ma non per me. Fin dai primi istanti il senso di protezione è stato totale. La mia piccola culla segreta, da proteggere da tutto. Non importa, briciolina, se a fine giornata ti abbiamo dedicato poche attenzioni, tra contagi, mascherine, isolamenti e normali terremoti fraterni, brutti presagi e qualche dito puntato. IO ti tengo qui con me, io lo so che ci sei… me lo sentivo fin dall’inizio che eri una bambina, perché già forte per sopportare tutto quello che accade intorno a noi. Io allargherò la bolla in cui ho già messo tuo fratello, e vi farò vivere ancora per un po’ nella favola che vi meritate. Passeremo i nostri giorni nell’isolamento, nell’essenziale della nostra casa, per proteggervi, per non ammalarci, per non farvi vivere gli incubi di altri bambini.

In questa bolla, che prima o poi scoppierà si spera in una situazione migliore, però ci sono anche io, una ragazza di 34 anni, abituata alla libertà, all’indipendenza, al lavoro, alla velocità, all’adrenalina. Un’animaletto selvatico che adora i grandi spazi aperti, una zingara nell’anima che si nutre di musica e danze, un’istintiva che è abituata ad abbracciare per ricomporre i propri pezzi quando crollano. Ma in tempo di Corona Virus questo non è più possibile.

Questo blog potrebbe evolversi dunque in quello spazio aperto che non possiamo vivere, quell’abbraccio che non contagerà i miei figli nati o in arrivo e nutrire di nuovo la mia mente dell’arte che è ormai proibita intorno a noi. Parlerò di quotidianità della nostra bolla, di ricette in fase nuovi denti, di racconti per bambini, ma anche di come si può sentire una madre, una donna, oggi e sempre, e tutto il clan che le gira intorno.

Se mi leggerete, troverete tutto questo, senza tante pretese, ma solo con la voglia di continuare a condividere le gioie e i dolori come un tempo, ma rispettando le misure di sicurezza.

Mamma Selvatica

Fortuna e scelte : I nonni.

Mio figlio è fortunato. Ha 4 nonni e 3 bisnonni. Molti sparsi per l’Italia ma ci sono. Io ne ho conosciuta a malapena una, di nonna, perché la malasorte ha tolto tanto ai miei genitori troppo presto.

È vero, lui è fortunato ma noi abbiamo avuto anche il coraggio di farlo “presto” questo bambino, per continuarla prima possibile questa generazione, e dargli modo anche di vivere vite diverse dalle sue, dalle nostre.

Ha la fortuna di poter passare del tempo vicino al fuoco della bisnonna in montagna, di stare seduto sui sassi in riva al mare della Calabria, o tra le cassette dei pomodori appena raccolti nel Cilento degli altri bisnonni. Ha nonne che gli cantano canzoncine in molisano e altre che lo fanno giocare con giochi degli anni ’60. Ognuno di loro trasmette a lui qualcosa della loro esperienza, dei loro ricordi, e lui insegna a loro qualcosa che ancora non sapevano della vita. Anche a 90 anni.

È fortunato, ma siamo anche noi che scegliamo di passare ogni nostro momento libero viaggiando e portandolo in giro per le regioni da loro. Non le stiamo nemmeno più guardando altre mete, altre vacanze. Ci sarà tempo, solo per noi, per posti nuovi, un giorno magari.

Ma questi sono momenti che non tornano più. E nuovi lidi li scopriamo nei loro occhi quando si guardano, ogni volta che si ricontrano.

È il miglior viaggio che potremmo mai regalarci.

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Silenzio.

Sono un’inquieta. Ormai sono abbastanza adulta per riconoscermi come tale. E vivo inquieta questa inquietudine. Si, sono ridondante non a caso.

Oggi ero lungo la riva di un mare agitato e lo ascoltavo ad occhi chiusi.

C’è un istante, tra il finire dell’onda che a va morire a riva e la nascita di quella nuova che si rompe più a largo, in cui regna una brevissima pausa di perfetto silenzio. Totale. Di pace. Come se nulla fosse. Come se il prima e il dopo di quella agitazione potente non esistesse. Non c’è passato, non c’è avvisaglia di futuro. Solo quel minuscolo punto fermo di silenzio.

Ci sono giorni in cui vorrei vivere in quel punto.

Tutto qui.