Le Pietre di Berlino · racconti · Senza categoria

Le Pietre di Berlino. Cap. 2

18) Non abbiamo più corso per le strade per mano, inciampando e ridendo, imitando il rumore di un motore con la bocca. Dopo non abbiamo più potuto guidare insieme su strade sterrate, sperando che bastasse la benzina della motoretta, per poi potersi fermare nel primo spiazzo possibile, spegnere il motore, mangiare i panini che avevamo portato con noi e poter bere l’acqua gelida presa dalla fonte. Quando pioveva ricordo che t’inzuppavi tutto sotto la pioggia pur di prendermi comunque quell’acqua. E imprecavi, mentre io ridevo al riparo, oltre i boati, oltre i miei doveri. Non abbiamo più potuto frenare all’ultimo minuto ad occhi chiusi, apposta, per poi tirare un sospiro di sollievo quando, riaperti gli occhi, ci accorgevamo che mancavano solo pochi centimetri e saremmo caduti già dal precipizio.

Non siamo stati più folli e assurdi nel nostro strano amore. Non abbiamo più potuto sciogliere il nostro fiato all’unisono nell’aria fredda dei vicoli la sera, e non abbiamo più potuto tenerci per mano per non scivolare sui marciapiedi ghiacciati e sognare insieme di partire per un posto caldo, in una casa sul mare, in una villa al sole con tanti bambini, nostri… non abbiamo più potuto appannare i vetri.

Dopo non siamo più potuti essere i fuggitivi della realtà.

La esigo, la rivoglio quella vita, lo rivoglio quell’amore, voglio voglio voglio… Davvero non capite cosa dico? Davvero non sapete perché eravamo lì, legati con una corda al nostro senso ostinato di libertà?

24 )Nessuno mi dice più niente. Mi tremano le mani, la testa non riesce a fermarle. Nessuno mi consola, nessuno mi rassicura… perché loro sono così. Non creano mai illusioni. Loro lo sanno quando non possiamo farcene più nulla della carta che abbiamo appallottolato nelle mani. Loro non mi possono consolare.

Stasera mi hanno fatto rivivere a forza la mattina dopo la nostra ultima notte… io mi chiedo a cosa serva. È tutto inutile per me. È solo doloroso. Ma ormai i ricordi sono tornati e lo sforzo di dimenticarli è stata fatica sprecata. Ecco che ritornano le immagini…

Il sole è sul comodino, il risveglio ci sorveglia alle porte della stanza. Nulla serve più, là dentro. Io mi sveglio, perché è l’ora di scendere per la colazione, apro le tende, sperando che si svegli da solo, perché non sarei in grado di svegliarlo… ma non succede niente sui suoi occhi. Mi avvicino, lo smuovo un po’, gli dico che scendo a mangiare… lui annuisce.

Mi vesto, apro la porta, ed eccola, la moquette di questo mondo pieno di piedi scalzi, che percorrono la loro vita inciampando in un paio di pantofole che per pigrizia fa fatica infilare. Sembro sola. Scendo giù a colazione. Saluto i camerieri, inizio a mangiare.

Lui scende molto più tardi, e quando passa davanti al mio tavolo, si ferma, come se mi cercasse.

“Quando sei andata via?” Mi chiede, con (forse per la prima volta) tutto l’amore che ha per me.

“Ma come, te lo ho anche detto, mi hai pure risposto… mi sa che eri ancora troppo addormentato.”. Sorrido, e lui ride… poi, con l’ultima coltellata, a doppio taglio per entrambi, con un leggero sorriso, misto a tristezza dice.

“Mi sono svegliato e non c’eri più.”.

Poi, la notte dopo, il muro.

Io di qua. Lui, che era partito un giorno prima per non destare sospetti, di là.

Era tutto pronto per la nostra fuga. La nostra fuga insieme. Quell’albergo doveva essere solo una tappa segreta, un non-luogo in cui rifugiarci per qualche notte. Un posto dove non sarebbero venuti a cercarmi, dove potevamo aspettare che si stufassero di cercare. E poi saremmo scappati sul mare. Al caldo. E invece fu l’ultima nostra tana.

Infermiera, mi faccia un’iniezione. Basta, voglio dimenticare… assassini, assassini!

38- Una pietra: vuol sapere come sto. Gliene tiro due io: Sto bene, ma mi manca.

E finisce tutto lì.

Non sapevamo come continuare. Non abbiamo avuto mai abbastanza sassi, né mai abbastanza voce per urlare. Ma ogni giorno, cercavo di avvicinarmi sempre di più, cercavo di trovare sempre più pietre, o trovare dentro di me ancora più voce. Le guardie mi avrebbero voluto tutte mandare via, ma ne avevo trovata una che a volte mi lasciava accendere uno stereo lì vicino. Giusto per fargli sentire un po’ di musica.. ma dopo pochi minuti mi cacciava. Ha paura anche lui, guardiano del proibito. Non sa bene nemmeno lui di cosa, ma ha paura. Ma il giorno dopo ero di nuovo lì. Come potevo non tornare?

Il codice lo avevamo deciso subito all’inizio, una volta che ero riuscita a tirare un sacchetto con dentro un messaggio dall’altra parte. Avevo sentito la sua voce chiamarmi, ma io non ne avevo già più, di voce, perché avevo urlato fin ad allora. Quindi ho provato a mandargli quel messaggio ed è arrivato. Mi sono salvata da una fucilata per miracolo. Così potevamo solo far finta di gettare un sasso dall’altra parte per la rabbia, se non volevamo finire ammazzati.

Una pietra per “come stai.” Due per dire “che sto bene, ma mi manchi”.

Sempre così, alla stessa ora, nello stesso punto, ma mai con gli stessi sassi. Perché dopo che lui mi aveva tirato la pietra, io la prendevo in mano e me la portavo alla guancia, cercando di percepire il calore che la sua mano aveva trasmesso a quella brulla zolla di fango e cemento. Poi la mettevo in tasca e la portavo a casa. Le ho ancora tutte in una valigia. Sopra ci ho scritto il suo nome. Sempre che i dottori non l’abbiano buttata via. Era il nostro modo di baciarci ancora, abbracciarci. Provare a superare quel muro.

Eppure..

Eppure una volta, l’unica cosa che cercavamo di oltrepassare erano le nostre ossa, in una morsa spasmodica, con un uncino che ci trafiggeva il petto e ci spingeva verso l’altro. E ci abbracciavamo sempre di più per trovare il giusto incavo in cui incastrarsi per poi rimanerci per sempre. Ora non c’era più un uncino che ci legava, ma solo quell’ancora d’amore. Noi continuavamo ad attraccare, pensando a come avremmo voluta lanciarla, quell’ancora, CONTRO e non oltre quel muro. E ogni lancio, il terrore di non avere risposta.

Un sasso. Come stai?

Potesse il vento portare via questi ricordi…

40- Successe così. Tutto in un secondo.

L’ultimo sasso che mi è arrivato era sporco di sangue. Ho raccolto quella pietra e ho sentito che aveva l’ultimo calore di una vita. Quella del mio amore.

E lì sono impazzita, o almeno questo è quello che dicono i dottori. Io dico solo che il cielo se ne è andato. E che sono stata trascinata a forza qua dentro dai miei genitori quando mi hanno trovata, per evitare che provassi di nuovo a lanciarmi anche io contro i mattoni di quel muro. Qui, in questo ospedale.

Ma io devo riuscire ad andarmene via di qui. Devo trovare il mio amore, oltre quella stupida barriera.

Tutumtutumtutumtumtutumtutumtutumtum..

Cosa è questo rumore?

…continua

Torna al Cap. 1

Un pensiero riguardo “Le Pietre di Berlino. Cap. 2

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...