Maggese:Monologhi di Donne · Mamma Selvatica · Senza categoria

Il giorno in cui ci siamo salvati

C’è stato un giorno in cui io e te ci siamo salvati.

Non sapevamo nemmeno di essere in pericolo, non sapevamo nemmeno che cosa fosse la salvezza. Eravamo lì, appoggiati alle cose, a quel soffrire lento e umiliante, ma che sembrava dovesse essere in fondo la nostra vita.

Quando non si pensa di valere qualcosa, quel qualcosa a volte non lo si riconosce più nemmeno negli altri. Ci avevano convinti che potevamo anche continuare ad aspettare, ma che in fondo era tempo sprecato, quello passato in attesa della felicità.

Non ci accorgevamo dei brandelli che indossavano, ormai erano i nostri vestiti e guai che qualcuno ce li denigrasse. Ci avevano succhiato ogni entusiasmo, rivendendocelo pure come droga tagliata male.

C’è stato un prima e c’è stato un dopo.

Prima c’erano quelle due persone convinte di tante cose: miopi, stanche, compari della menzogna per sopravvivere, adattati alla vita come radici strette in un vaso da trapiantare.

E poi quell’attimo. Quel momento in cui ci siamo seduti a parlare uno davanti all’altra, guardandoci negli occhi per la prima volta davvero.

La facilità con cui sono uscite tutte quelle parole senza che il cervello dovesse controllarle e censurarle, fu spiazzante. La naturalezza con cui ci capivamo e ci perdonavano ogni difetto nonostante fossimo così opposti, così improbabili, poteva solo chiamarsi altrimenti “appartenersi”.

E se prima la realtà era una, un attimo dopo non lo è stata più. Una pioggia dissetante nell’arido deserto non fa lo stesso effetto… un’alluvione che ha rischiato di travolgerci e farci affogare, quello si, rende meglio l’idea. Una forza che non credevamo di avere ci ha tenuti svegli più possibile per paura di addormentarci e tornare deboli come prima di quell’incontro. Quel terrore che, mollata la presa, tutto sarebbe stato di nuovo buio.

E lo è stato spesso, scuro, dopo. Perché scoprire di appartenersi quando il tempo è sbagliato, quando credevi che appartenersi voleva dire ubbidire, non sempre ti può condurre nella direzione giusta. Se punti due fari in faccia alla volpe che sta attraversando la strada rischi che quella si paralizzi, perché ancora non lo ha nel DNA di animale selvatico il concetto di luce artificiale. Ci puntammo contro all’improvviso la realtà dei fatti, ovvero che ci stavamo facendo amare dalle persone sbagliate. Eravamo noi invece quelle giuste, mannaggia alla miseria.. stupidi, stupidi che non lo avevamo mai saputo prima. Era quella la sensazione che voleva dire respirare, come era possibile che non lo avevamo sentito prima quel cappio al collo? Come avevamo potuto permettere che ci facessero credere che eravamo sbagliati, che eravamo noi quelli matti che andavano rinchiusi e non loro?

Quando tutto questo lo capisci in un giorno solo, poche manciate di ore, dopo anni in cui non lo hai capito, quasi una intera esistenza di ignoranza, puoi farti male davvero. Maledici quasi quel giorno. Oscar Wilde diceva che a volte la tua condanna è quella di non ottenere quello che desideri, altre è quella di ottenerla. Perché non ne puoi più fare a meno ma allo stesso tempo solo nei film si supera il passato con veloci dissolvenze incrociate.

Non reagimmo alla stessa maniera. Non siamo mai stati uguali in nulla. Io rivoluzionai tutto in un fiato, cementificai su macerie malate senza controllare se ci fossero possibili fughe di gas tossiche (e ce ne erano, tante)… Mi strappai la pelle scoprendo nervi esposti, senza le giuste profilassi, pur di togliermi di dosso ogni cellula infetta.

Tu analizzasti invece ogni singola crepa, provando rattoppi, mettendoti mille volte in dubbio, puntellando ogni cedimento del tetto pur di non veder cadere quello che credevi di aver costruito fin a quel momento. Rifiutasti ogni contatto, sperando che il contagio fosse stato solo momentaneo.

Io persi molti chili, molti, troppi. Ma più avuti così pochi chili addosso da adulta. Mi spogliai di tutto quello che avevo accumulato, e mi sentii libera. Recuperai un’immagine di me. Come quando si uniscono i puntini numerati e scopri quale è il disegno nascosto. C’ero io sotto quei punti sparsi. Che aspettavo che anche tu trovassi il mio stesso coraggio. Che aspettavo che tu rimanessi fermo contro quella tempesta che ti faceva oscillare avanti e indietro, verso di me, lontano da me. Troppa paura della felicità tu, troppo trasparente davanti a me.

Nessuno puntava su noi due. E allo stesso tempo tutti vedevano quella luce che ci circondava quando eravamo entrambi nella stessa stanza. Ma no, nessuno credeva possibile che ce l’avremmo fatta davvero. Troppi problemi, troppo diversi, troppo dolore, troppo passato… E nel frattempo noi ci raccontavamo che avremmo fatto insieme dei figli quando saremmo riusciti ad amarci. Ne eravamo sicuri. Dovevamo solo capire quale era il verso giusto di quei pezzi di puzzle. E il tempo passava.

A morsi e unghiate, ripetevo sempre in quel periodo io alle amiche.. a morsi e unghiate, un pezzettino alla volta lo sto trattenendo ogni volta un po’ di più a me. Ti avevano soprannominato “Guerra”, perché ogni volta, ogni mese sembrava di lottare contro qualcuno, invece di amarlo. Eppure.

Eppure quando riuscivamo a dormire vicino eravamo una persona sola, un’unica forza motrice che macinava sogni da grandi. Si, proprio come due amichetti che seduti sullo scalino della loro estate fantasticavano su come sarebbe stato bello poter invecchiare insieme.

C’è stato un prima ed un dopo. Prima da soli, dopo insieme.

E quando abbiamo trovato il verso giusto del nostro puzzle, ci siamo accorti che c’erano già disegnati anche i volti dei nostri bambini, e la nostra casa. E li abbiamo resi veri, il prima possibile. Anche mentre gli altri continuavamo a credere che non c’entravamo nulla l’uno con l’altra, che era un azzardo la convivenza, i figli, la casa, nel giro di pochi anni, che ci avrebbe rovinato così presto tutto quella “aria di famiglia”. Ma non è colpa loro.

Non hanno capito che per noi è già stato quasi troppo tardi nella vita. Che quel giorno noi già ci siamo salvati dalla rovina, semplicemente sedendo uno davanti all’altro. E che tutto il resto, ogni nostra discrepanza è solo per tenerci in allenamento… Ma che se entriamo nella stessa stanza non avremo mai bisogno più di luce. Per sempre.

Maggese:Monologhi di Donne · Mamma Selvatica

Ogni volta che un uomo vi risponde così:

Care donne,

Quante volte un uomo vi ha risposto: “Ma io ero già così quando mi hai conosciuto, ora mi vuoi diverso?”. Quante volte vi ha accusata di volerlo cambiare, quando voi, dopo anni di genuflessione su quel suo difetto tanto fastidioso, avete finalmente realizzato che vi irrita a morte, e avete trovato la forza di farglielo notare?

Quella sua risposta sprezzante solitamente mette un punto alla discussione e mira a mettere sotto una luce negativa il cambiamento, esaltando la coerenza e la sincerità di essere sempre rimasti se stessi, a differenza nostra che, a quanto pare, abbiamo improvvisamente cambiato gusti e inclinazioni.

A quella insinuazione abbiamo dunque un’esitazione… effettivamente lo sapevamo che erano così e ci piacevano. In realtà ci piacciono anche ora ma, certo, sarebbe meglio se fossero più..più.. più come Noi ecco. Quell’esitazione viene subito captata e sfruttata dal nemico per navigare verso altri discorsi, mandando a largo la triste realtà, facendola addirittura affogare in silenzio.

Ma se ci pensiamo bene, la naufraga realtà è che forse, noi, in quanto donne, siamo state costrette a cambiare così tante volte nella nostra vita, che lo troviamo normale, fisiologico. Abbiamo dovuto affrontare più di una muta, abbiamo perso letteralmente così tanta pelle che non ne teniamo più il conto.

Non abbiamo dovuto forse affrontare, spesso ancora bambine, la crescita dei seni (più o meno grandi, mannaggia), che prima non c’erano? Non abbiamo forse dovuto imparare a sopportare lo stravolgimento del nostro utero ogni mese, (mese dopo mese, dopo mese, dopo mese…) in una continua perdita di cellule e umori che prima facevano parte di noi? E quando eravamo pronte a donarci a quel corpo di uomo che avevamo davanti (che da quando era bambino si, in effetti qualche pelo in più se lo è visto crescere, ed effettivamente gli è anche un po’ cambiata la voce, ma due cose contemporaneamente non le hanno mai sapute gestire bene, quindi forse non se ne sono mai veramente accorti)… ecco, non abbiamo di nuovo dovuto lasciar andare una parte di noi, lacerando concretamente una nostra membrana per accoglierlo, oltrepassando fisicamente un punto di non ritorno?

E da lì, ogni nostra alterazione è stata ancora più incline all’autoanalisi mensile, cercando o temendo che quel po’ di cosa che l’uomo aveva perso di sé potesse portarci a uno dei più grandi metamorfosi della vita.

E se siete state madri, non avete forse accettato come scontato che quello che era un normale contenitore di organi diventasse una cloaca di sentimenti e frullato di stomaco e vescica, in un tumulto di ormoni, gioia, paura e panza che avanza? Fino all’inverosimile, corpo teso e lucido di sforzo, pensare per due e spingere per tre (“quanno te va bene”…). Eppure, ne eravamo quasi felici. O almeno fino a che non abbiamo dovuto notare come quella trasformazione fosse così dura da recuperare, una volta messo al mondo il frutto di quel sacrificio.

In quel momento, tra l’altro, l’uomo (accanto o distante), assisteva a tutto ciò senza sconvolgersi tanto di tutto quel cambiamento, di tutta quella fisarmonica di pelle e ossa che andava avanti e indietro sulla bilancia e sull’autostima. O del nostro dover ricominciare tutto da capo se la gioia di un figlio si avesse l’ardir di replicare. Cellula dopo cellula.

E tu, donna che non hai potuto o voluto essere madre, il cambiamento è quotidiano e sotto la lente di ingrandimento anche nel tuo caso, non risparmia ahimè nemmeno te, perché ogni singolo etto in più o in meno è castigo e non sei meno meritevole di una genitrice nel saper gestire il giornaliero dolore di tramutare, di avere un orologio interno, di sapere che avrai quell’ultimo (tra l’altro pure lento e fastidioso) cambiamento che ti aspetta al varco e ti renderà sterile, senza girarci tanto intorno.

Anche perché nel frattempo vieni classificata dalla società per categoria, per peso e potenziale mutatrice… della serie che, quando sei sicura che hai finito con tutte queste fasi se vieni al colloquio magari ti assumo (ogni riferimento è puramente e Francamente casuale).

Eppure noi accettiamo tutto questo tutti i giorni. Ogni mattina mettiamo un piede dopo l’altro sulla terra e affrontiamo l’ingiallire di ogni secondo, felici e combattive, o stanche e amareggiate, innamorate o disilluse, ma raramente soffermandoci a pensare di essere ipocrite mentre cambiamo, senza cadere all’improvviso dal pero e trasecolare nella crisi di mezza età alla vista di un capello bianco.

Certo, a grandi linee il carattere non cambia nemmeno per noi, ma l’idea di migliorare, o anche di peggiorare non ci spaventa come fa con l’uomo.

Questo lo giustifica?

No, caxxxo! Questa sarebbe semplicemente la risposta giusta per quando ti rispondono in quel modo; che lo potrebbero pure fare lo sforzo di non lasciare la tazzina del caffè sul bracciolo del divano o i calzini arrotolati nel cesto della biancheria… anche se non l’hanno mai fatto… anche se una volta (chissà perché poi) nella tua testa era sexy e ora invece ti dà l’orticaria.

Ma siccome le risposte pronte ci vengono in mente solo sotto la doccia, io ve l’ho scritta qua per essere pronte per la prossima volta.

Simpaticamente vostra,

donna innamorata, che il caffè lo prende mentre sta al telefono con la pediatra, manda una mail di lavoro, e si sbircia allo specchio sorridendo, con ancora i capelli bagnati.

Cibo e ormoni · Maggese:Monologhi di Donne · Mamma Selvatica

Io la vita la imbottiglierei.

Io la vita ogni tanto la imbottiglierei.

L’aria che c’è la mattina in cui siamo riusciti a dormire abbastanza la notte per goderci il risveglio e i nostri bambini hanno raggiunto il lettone solo all’alba ma si permettono ancora qualche ora incastrati tra di noi. Imbottiglierei il loro respiro profondo, mescolato a quello del padre, che nel dormiveglia sa che quel giorno può tardare ancora un po’ così e può anche lui cristallizzare quel momento, viversi quella sensazione. Il profumo e il calore della loro pelle giovane, il loro totale abbandono di chi si sente al sicuro, di chi non ha bisogno di altro per essere appagato. E le loro braccia e gambe piantate nelle nostre costole, nella nostra schiena, come le migliori ali che la Natura abbia mai potuto creare.

Imbottiglierei anche l’odore della cipolla che soffrigge, in particolare quando lo fa nel burro. Il crepitio pungente che attraversa orecchie, naso, gola e occhi. Un barattolo a parte lo farei per quando si sfuma qualcosa con il vino. Quel porto sicuro di un pasto che colmerà un po’ di lacune, quella premessa per molte ricette che poi è anche compagnia. Il rumore del pasta che manteca nella padella.

Metterei sotto vuoto lo sguardo complice dell’amore della mia vita quando ancora nessuno sapeva dei nostri segreti; in mezzo a tutti gli altri, che parlavano caotici, ignari, che attraversavano le nostre stanze in festa, le nostre vite, le nostre serate comuni, noi due agli angoli opposti della sala e della vita incrociavamo gli occhi e ci dicevamo di più, ci promettevamo di più, eravamo di più. Si, ben sigillato sottovuoto.

Oppure l’odore del lievito che rimane quando vai a chiudere tutte le finestre e le luci la domenica sera, quando per tradizione hai continuato a fare la pizza fatta in casa come ti ha insegnato papà. Quel misto di passato e presente che è casa, che è in realtà futuro.

Le risate quando giocano, quando ti chiamano mamma. Le nostre voci che si fondono quando cantiamo in macchina a squarciagola. Il calore sulle braccia mentre guidi in quei pomeriggi di libertà e di altalene. Quando si emozionano quando rivedono i nonni o gli zii, dopo tanto tempo e gli corrono incontro. Quando corrono incontro a noi. Quando affondano il mento nel tuo collo, ogni loro prima nuova parola. Impacchetterei tutto.

Sigillerei in grandi scatole le prese in giro dei miei fratelli, a tavola con mamma e papà, nei rari momenti in cui riusciamo ad essere tutti insieme, quando ogni nostro personale pianeta si è allineato a quello degli altri e torniamo tre bambini, senza impegni, senza casini. Quegli sfottò che sanno in fondo di: “io ti conosco veramente, io so veramente chi sei.”

Metterei da parte in piccole compresse anche l’estasi dei miei occhi davanti alle inquadrature dei capolavori di Bernardo Bertolucci, al brivido dei colori di Kubrick, il dettaglio enigmatico di Hitchcock. Il sudore sulla maglia di Marlon Brando mentre guarda Vivien Leigh in un Tram chiamato Desiderio. Lo sguardo di Paul Newman che bluffa alla Stangata. Il sorriso del Jocker di Heath Ledger, gli occhi rossi di Angelina Jolie in Ragazze interrotte. Piccole pasticche in blister da sei.

Il sole. Il sole in grandi barili. Il sole delle sette ad Agosto in spiaggia, quello delle due in primavera mentre prendo il caffè. Quello della mattina presto in inverno. La sensazione delle felpa addosso a fine settembre, le fiamme del camino al paesello. Barili in rovere.

Lo lascerei invecchiare il giusto, decantare, essiccare, riposare…

e poi

come birra, spillerei il contenuto in boccali da una pinta, senza il bisogno di stare attenta a fare schiuma, e la metterei al tavolo della tristezza nei giorni di pioggia, quando a Gennaio si piange, umidi di stanchezza e frustrazione.

Stapperei i barattoli nelle sale d’aspetto degli ospedali, a coprire quell’odore di anonima angoscia e righe di barelle sul pavimento.

Sarei generosa, forse anche sperperatrice di quel sapore agrodolce che uscirebbe dalle mie bottiglie quando senti le fitte della solitudine e di impotenza.

Non credo che mi dimenticherei di prendere le mie pasticche di estasi ai primi capogiri per la routine che ti schiaccia, al mal di stomaco della mediocrità che dilaga, alla critica rovente che ti circonda.

Godrei del sibilo del mio sottovuoto che prende aria quando i litigi ti fanno sentire incompresa, quando l’orgoglio ti tiene lontano, quando i rimorsi ti riempiono di domande.

Aprirei quelle scatole festose mentre lotti per mantenere integra la tua dignità.

Andrei fino ai colletti bianchi a portare i miei pacchetti di risate, di purezza. Le userei come bombe a mano. Uno, due, tre e tolgo la sicura. Bum!

Si, andrebbe imbottigliata la vita ogni tanto, dovremmo farlo tutti. Andrebbe tutto meglio, saremmo tutti più forti.

Vuoto a rendere però. Che poi si ricomincia di nuovo da capo.

Maggese:Monologhi di Donne

Merla

La fine di Gennaio ha il sapore della mia depressione latente; mi porta sempre in quella zona d’ombra del mio cervello che più mi fa invischiare in rimorsi e in domande a cui non si può più dare risposta. Sarà quel trascinarsi esausto di giorni che non ce la fanno più a grondare pioggia e freddo, quella fila di ore che si muovono lente e ormai demoralizzate come automobili in un drive-in per i tamponi in pandemia… Sarà quel disatteso dei buoni propositi già infranti… non so bene cosa sarà, ma so che rimane quella certezza da cui non è sempre così facile uscire.

Ma come ogni volta in cui la terra mi richiama a sprofondare verso il basso, in cui la vita mi spinge verso l’angolo pallido del mio esistere, è il brivido che mi aiuta a percepire di nuovo un’epidermide vigile e attenta. E l’arte, la musica, la letteratura, l’epica, le leggende che mi bussano nei momenti di stasi in cui il grigio appiattisce l’orizzonte, mi portano quel brivido e smuovono conforti laddove prima c’erano solo perché.

E in quei giorni trovo forza nella leggenda dei tre giorni detti “della Merla.”

La storia narra di una Merla, docile volatile una volta vestita di candido piumaggio, che tutto l’inverno aveva dovuto lottare per resistere con i suoi piccoli alla rigidità del clima nefasto; quando finalmente sentì il freddo calare gli ultimi giorni del mese, festeggiò cantando e sbeffeggiando il potente Gennaio che anche quella volta non l’aveva avuta. Purtroppo il signor Gennaio (che una volta era di 28 giorni) la sentì, ed essendo un tipo poco incline all’umorismo e pieno di presunzione che non sopportava chi gli sopravvivesse, rubò altri tre giorni a Febbraio, intensificò il freddo e lanciò una tempesta di neve su tutta la tetra. Volle così vendicarsi su quella bella Merla e la sua prole, che fu costretta a smettere di cantare e cercare riparo con i suoi pulcini.

Ogni albero fu ghiacciato o abbattuto dal quella nuova furia e trovare riparo sembrava impossibile. Ma una madre non si dà per vinta e resiste ad ogni avversità: trovò rifugio dentro un comignolo e si strinse al petto la prole per quei lunghi ed estenuanti tre giorni.

Sopravvissero, e Gennaio sfinito dovette ritirarsi, lasciando il posto a quel Febbraio mutilato. Sopravvissero sì, ma come in guerra, c’è sempre qualcosa che si perde durante la resistenza, e quella Merla tornò a cantare con i suoi piccoli ma con le piume ormai nere di fuliggine. Da quel giorno non nascono più merli bianchi ma neri come la pece.

Così come la Merla, resisto io e

pezzo

per

pezzo

mi ricostruisco da sola,

E a costo di diventare nera arrivo a Febbraio per continuare a cantare. Anche se gli altri non se ne accorgono combatto quel freddo sotto al comignolo della mia stessa angoscia e sopravvivo, cambiata per sempre ogni volta ma ancora più forte e pronta per la Primavera.

Maggese:Monologhi di Donne · Racconti

Lo schianto mi ha quasi uccisa

“È come se delle mani gigantesche mi avessero raccolta e poi lasciata schiantare verso il pavimento, come si fa con dell’acqua fresca. Lo schianto mi ha quasi uccisa. Quasi. Ma non è bastato.
Penso che una volta che si arriva in fondo a noi stessi, la nostra vita cambi profondamente. Ma il taglio deve arrivare fino all’osso, prima.
L’umiliazione serve a rinascere.
Ora capisco chi si flagella. Quando arrivi al limite della tua sopportazione fisica, della tortura mentale, della vergogna e del marcio del proprio sangue e hai perso ogni cosa bella, ogni sorriso e integrità.. allora quello è il momento in cui ti senti nuda, magra, senza più niente in mano se non la risalita. Di solito si pensa che chi tocca il fondo poi si uccide o vada incontro al suo assassino. Ma questo non può accadere a me, perché non avrei bisogno di andarlo a cercare, il mio boia. Mi basta appoggiare l’altra guancia, quella che non brucia, sul cuscino e lo posso osservare dormire, come se fosse un bambino.

Quello che posso fare invece, con le ginocchia sbucciate e la mente alterata dalla violenza, iniziare a cucirmi dei vestiti e grattarmi via il fango del fiume dove voleva trascinarmi per poter uscire da qui.
Grazie per questo fragore che mi rimarrà dentro. Sarà il più bel regalo mai ricevuto. Però, se permettete, lo rivendo per comprarci un biglietto dell’autobus. Si torna a casa.”

Così.

Ci si può sentire così.

#noallaviolenzasulledonne

Mamma Selvatica · Senza categoria

Casa

Mio figlio ha iniziato a parlare quando era sicuro di quello che diceva. Ogni parola che ha pronunciato l’ha detta perché voleva lui, quando voleva lui ( e non a richiesta) e quando era sicuro di dirla bene. Non mi sono mai preoccupata quando faceva segno di no, passato il primo anno di vita, alla richiesta degli svariati adulti che gli giravano intorno, di ripetere a pappagallo le classiche paroline che altri bimbi già dicevano. Avevo fiducia nella sua intelligenza, capiva tutto da molto prima, faceva tutti i versi degli animali, si faceva capire benissimo senza bisogno di parlare. Inoltre è sempre stato uno spirito libero come me, e uno spirito di contraddizione come il padre; un perfezionista della performance come me e un competitivo che lancia solo sfide che sa di poter vincere come il padre. Quindi non poteva essere altrimenti. Infatti ogni tanto, quando era sicuro ci lasciava a bocca aperta con la parola perfetta che aveva deciso lui di dire nel momento in cui più ne avevamo bisogno.

Come quando, un pomeriggio d’estate, all’ora del tramonto, di ritorno da una normale giornata fuori io e lui, abbiamo svoltato con la macchina nella via che precede la nostra abitazione. Lui di solito in macchina fin da piccolissimo, come tutt’ora quando è concentrato, produceva lungo tutto il viaggio una sottospecie di rumore bianco, un “mmmmmmm” continuo, un mantra che lo accompagnava nell’osservazione del mondo che sfrecciava fuori dal finestrino. Ma quel pomeriggio, il piccolo meditatore, come ha riconosciuto quella strada, ha interrotto la sua litania e ha esclamato con gioia :

“aaaaaah, casa!”

Ecco, quando mio figlio ha detto per la prima volta “Casa” io ho sentito dentro di me esplodere tutto il calore, l’amore, e la forza che quella parola gli regalava. Mi ha commosso sentire cosa c’era di profondo in quel suono, come ci fosse esattamente quello che abbiamo sempre sognato di ricreare nella nostra famiglia, quello per cui tanto avevo lottato e per cui tanto stringiamo i denti tutti i giorni. Il suo genuino piacere all’idea di essere arrivato a casa, di aver riconosciuto la strada che lo conduceva nel suo posto sicuro, così gioioso e rassicurante da voler condividere quella parola ad alta voce con quella madre tanto stanca e disordinata, piena di pensieri e contraddizioni che guidava proprio in quella direzione. Credo sia uno dei momenti in cui più mi ha fatto emozionare,in cui più mi ha stupito…

..fino alla nascita della “sua bimba”, venuta al mondo tre mesi fa, allo scoccare dei suoi due anni. Lì mi ha insegnato cosa vuol dire appartenersi. Ma questo ve lo racconto la prossima volta.

Tutto questo per dirvi che si, non scrivo da qualche mese perché ero un attimo impegnata con queste piccole personcine e la loro Casa, ma sono tornata e più ispirata di prima.

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Lasciate raccontare i dolori del parto.

“Oggi vorrei parlare del dolore del parto.”

Quante volte avresti voluto sentire questa frase durante il corso pre parto? Frase che non viene quasi mai pronunciata. Ovvio, perché spaventare in una volta sola dozzine di future mamme agli sgoccioli? Potremmo mandarle nel panico, farle arrivare a quel giorno con troppa ansia addosso. Quante volte, accanto alla descrizione meravigliosa dei tanti parti veloci e naturalissimi ci si sofferma sulle possibili complicazioni? Su cosa aspettarsi se il parto naturale, o totalmente spontaneo non sarà? No, il tempo non è abbastanza in un corso, ti dicono, per soffermarsi sui casi specifici, sull’induzione, sul momento della somministrazione della peridurale, sulle ore che ci può impiegare il tuo corpo “fatto per fare figli” per decidere davvero di mettere al mondo tuo figlio.

Perché non tutti i travagli sono uguali. Non dico che tutte soffriamo ugualmente e per lo stesso motivo, ma non tutte abbiamo la fortuna di seguire il classico iter (gravidanza a termine- rottura acque a casa- conta delle contrazioni- corsa in ospedale- dilatazione- a volte epidurale- travaglio- nascita- gioia). Ma quel “partorirai con dolore” è troppo generico, perdonate.

Nel mezzo può esserci di tutto, senza che questo rechi nessun danno al bambino. Io per esempio ho sofferto più del “normale” e per più tempo del “normale”, sono rimasta ricoverata a causa di tutto questo più tempo del “normale” eppure mio figlio è stato benissimo fin da subito. Questo porta ulteriormente a dimenticarsi di interrogarsi su quello che ha sofferto la madre.

“Oggi vorrei parlare del dolore del (MIO) parto.”

Quante volte avresti voluto dire questa frase i mesi successivi al parto. O meglio ancora, quanto avresti voluto che qualcuno ti chiedesse, “Mi vuoi raccontare nel dettaglio quanto hai sofferto e come hai superato il dolore del parto?”

No. La gioia della nascita sovrasta tutti, tutti tirano un sospiro di sollievo quando smetti di urlare, chiedono del bambino, i più intimi come stai tu madre, i complimenti al papà… si assicurano che i tuoi postumi non siano gravi, quello sì. Ma qualcuno che ti si siede accanto, prende la mano e ti chiede: quanto e dove faceva così male? é andata come credevi? Ti hanno supportata come avrebbero dovuto? Oppure semplicemente ti dicano: “Raccontami.”

Beh, in effetti qualcuno.. chi potrebbe essere quel qualcuno? Le amiche… nooo non spaventarle, “ma che sei matta?” Stesso discorso del corso pre parto. Potrebbero bloccarsi e decidere di non fare figli, se non li hanno già. Se li hanno avuti, hanno il tuo stesso pudore e preferiscono non ricordare, non rivangare.. a parte quella che ti guarda, riconosce la tua sofferenza, e sogghigna sussurrando “Ora capisci perché ne ho fatto uno solo?”. Con gli uomini, nemmeno ci provi. Loro in quei momenti stanno ringraziando il loro personale dio di essere nati maschi, gli basta aver assistito (a volte) ad una parte del parto. Le mamme per tutelarti d’altra parte ti crescono con la “favoletta” che una volta nato il bambino ti dimentichi di tutto.. sono poche quelle che poi vengono a dirti “ho bluffato per una vita, ora dimmi come è andata”. Per non parlare di quelli che ti dicono “ma che ti credevi, che fosse una passeggiata di salute?”.

Morale della favola: per qualche oscuro motivo quel dolore dobbiamo far finta che non esista, che non sia mai esistito.

Io invece vorrei rispondere a tutte quelle persone punto per punto su come parlare e lasciar parlare di quel dolore non faccia altro che aggiungere dignità, valore, rispetto alle donne.

Perché credo che raccontare alle donne quello che potrebbe succedere al loro corpo davvero e per quanto tempo, anche nelle peggiore delle ipotesi, con le giuste parole ovviamente, sia solo un modo di dirgli, “te lo racconto per prepararti al peggio, perché so che comunque riuscirai ad affrontarlo, perché credo in te.” Non sono delle bambine, sono esseri umani adulti che si sono prese la responsabilità di mettere al mondo un’altro essere umano. Possono farcela.

Raccontare di quel dolore credo possa essere inoltre un arma in più per la donna.

Un arma che in ospedale avresti potuto usare quando l’infermiera di turno dice al futuro padre “non si preoccupi, LEI VADA A RIPOSARSI, tanto ancora è presto per la nascita, torni domani mattina”. Avresti potuto dire “NO! TU, amore delle mia vita, RIMANI QUI perché io potrei rimanere immobilizzata dal dolore, o svenire, e aver bisogno di chiedere aiuto, aver paura di non superare la notte, aver bisogno del tuo volto, chiedere il cesareo, non riuscire a fare pipì in presenza di estranei, avere le allucinazioni e molto altro, ti potrei mandare a chiamare un’altra ostetrica meno acida e superficiale. E la tua presenza mi salverebbe la vita, mi darebbe la forza necessaria per superare quelle ore”. Oppure avresti potuto rispondere a tono a quell’ostetrica (di nuovo lei) che distrugge tutte le tue illusioni quando, dopo una nottata da sola in corsia con contrazioni fisse, alla domanda “quindi dopo quasi 10 ore di contrazioni siamo vicini, giusto?” ti visita e dice ” no non è ancora dilatata. Ma che si crede, è solo l’inizio questo!”.

No, non ti avrebbe fatto soffrire meno saperlo, ma forse lo avresti affrontato con più dignità, non ti saresti sentita persa e smarrita, sbagliata perché a differenza di tanti racconti tu non credi di farcela, avresti saputo gestire meglio il tempo, ascoltare meglio il tuo corpo sapendo già molto di quello che capitava e senza bisogno di cercare continuamente conferme dagli altri.

Raccontarlo poi alle donne che i figli ancora non ce l’hanno non dovrebbe essere “vietato”. Fare un figlio non è solo quello, ma non è nulla di cui ti puoi scordare velocemente. Se tutte le tue amiche lo sapessero forse si sentirebbero meno sbagliate, o debole se capiterà anche a loro di soffrire in quel modo o se il ricordo ti rimarrà dentro per anni.

Raccontare quel dolore aiuterebbe tutti. Pure le “vecchie generazioni” poi che ti dicono con invidia “eh ma che volete lamentarvi, voi avete anche l’epidurale! Allora noi che avremmo dovuto dire?”. Care mamme, nonne, zie, vicine. A me l’hanno fatta l’anestesia, anzi hanno dovuto fare due tentativi per riuscire a trovare il punto giusto dove mettere l’ago, mentre ti tengono ferma quasi con la camicia di forza. E nonostante l’anestesia signore ho sentito tutto il dolore del bacino che si apriva, lo sapete? E poi, si, anche voi avreste dovuto dire qualcosa invece di soffrire solo in silenzio, ne avevate diritto anche allora.

Ma alla fine tutto questo non è successo. Va bene, non te ne hanno parlato prima, ma posso parlarne IO dopo allora?

Quando ce l’hai fatta, quando hai superato tutto, quando mesi dopo sei tornata in forza… perché se provi a raccontare ancora quanto sei stata male credono che tu ti stia “solo” lamentando di qualcosa di ovvio?
Perché siete convinti che con la frase “eh ma poi ti ha ripagato di ogni dolore l’arrivo della gioia” tu possa stare meglio? Perché non vi passa dalla testa che tutto quel dolore, quella maratona solitaria, quella fatica e paura ti ha distrutta talmente tanto che la gioia del figlio non l’hai sentita subito? Il parlare di quel dolore allora sminuirebbe la felicità che tuo figlio poi ti ha dato? La frase “ma ora pensa a lui!” aggiunge ancora più umiliazione a tutto perché a quel punto oltre che lamentosa sei egoista e snaturata.

Poi c’è chi crede che tu stia incolpando qualcuno degli operatori sanitari, nel tuo tentativo di riportare l’attenzione a quei giorni. Forse c’è pure quel problema, ma NO, NO non è solo quello, non è nemmeno quello il punto.

La bassezza più grande è quella poi, quando decidi di intraprendere un’altra gravidanza, che il commento tra le righe sia : “ma allora non è stato così doloroso! ” o ” allora è vero che si dimentica.”

NO, NO E ANCORA NO. Non si dimentica, forse ci saresti riuscita se ti avessero supportata. Quel dolore rimane dentro e forte, anche se tutto il resto ormai scorre veloce intorno. E non è vero che non hai sofferto così tanto quando non avevi più la forza di parlare e facevi solo si o no con la testa, convinta che quello che era “sicuramente un bel bambinone!” sicuramente non saresti mai riuscita a farlo uscire, non è vero che non era paralizzante la sensazione di essere incastrata in qualche cosa che non aveva più soluzione.

La verità è che proprio perché da sola (io ho avuto il mio uomo accanto, ma solo a metà dell’agonia, a causa appunto di quell’ostetrica), comunque, ne sei uscita dal quel parto e post parto disastroso e ora il peggio che ti possa capitare sai benissimo cosa è, che la scelta di affrontarne un’altra diventa una delle più coraggiose che tu una donna possa fare. Perché se sei riuscita a sopravvivere a tutto quello e agli incubi successivi forse saresti degna almeno adesso di poterti raccontare. Se invece decidi che non vuoi ripetere l’esperienza sei degna quanto l’altra di rispetto, e la colpa semmai è di chi non ti ha ascoltata, non certo tua.

Quindi la vera morale della favola dovrebbe essere: fatele parlare, le donne che hanno sofferto di parto. Fatele sfogare, svuotare totalmente di ogni dettaglio, imbarazzante o sporco, violento, fino a che ne hanno bisogno, fino a che hanno parole da raccontare. Fatele parlare tanto quanto quelle che per fortuna e per caso hanno vissuto la nascita e il puerperio come un momento idilliaco e di pura gioia. Hanno entrambe il diritto di farlo. Ascoltarle entrambe non influenzerà il vostro travaglio, non vi spoglierà della vostra integrità di madre, non vi dissuaderà di avere un altro figlio se lo volete davvero, vi aiuterà soltanto. O se credete che non vi possa essere d’aiuto, glielo dovete concedere come minimo: hanno fatto la cosa più importante che si possa fare sulla terra, mettere al mondo un’altra vita, nonostante tutto.

NB: Nessuna generalizzazione riguardo alle ostetriche. In quella lunga degenza solo una, (purtroppo capitata nel turno delle mie doglie) si è dimostrata poco disponibile. Le altre sono state angeli, per quello che potevano fare in quella situazione. Purtroppo come ogni mestiere, è fatto da persone, e non tutte le persone sono uguali, anche se in alcuni ambiti a mio avviso dovrebbero mantenere alcuni livelli di decenza.

Mamma Selvatica

Quello che mi ha ridato la Natura (e lui)

La Natura mi ha ridato la fiducia nel tempo e soprattuto in me stessa.
Quando siamo venuti a vivere in questa casa e ho potuto affondare di nuovo le mani nella terra del giardino, della campagna, come da ragazzina, paradossalmente ogni volta che piantavo qualche seme, semplicemente travasavo le mie piante che mi ero portata dalla città, nella mia testa c’era una totale sfiducia nella riuscita di quella nuova nascita. La stessa sfiducia che avevo avuto quando avevamo deciso di avere il primo figlio. Le mie azioni non si fermavano, sia chiaro, ma la testa era scettica, mentre le mani lavoravano.

Il mio compagno, nonostante non avesse lo stesso bisogno di verde che avevo io né la voglia di dedicarsi ad esso, aveva però l’entusiasmo e la voglia di riassaporare alcuni sapori che invece viveva spesso nelle tradizioni dei nonni e dei genitori stessi: la raccolta dei pomodori, delle olive, le verdure stagionali del piccolo orticello dove andava a lavorare la terra il padre in pensione. Non capiva la mia perplessità che contrastava tra l’altro con il desiderio che avevo avuto così forte fino a quel momento nella ricerca di una casa con tutto quello spazio da curare e “sfruttare”. Inoltre io ero cresciuta nei boschi si può dire e avevo questa grande predisposizione per tutto ciò che era selvatico, mentre lui bene o male era sempre stato più cittadino di me e solo un consumatore passivo delle colture dei parenti. Quindi mi spingeva a comprare oltre a piante già in in fiore, piante da orto ovvero impegni a lungo termine insomma con la terra. Il suo solito entusiasmo, la sua nuvoletta di ingenuità, la sua leggerezza a volte, in contropiede al mio passato, mi spronavano; ma non capiva che all’improvviso era in me che non avevo fiducia una volta trovatami faccia a faccia con la brulla terra.

La città, nonostante mi avesse dato tante cose negli ultimi dieci anni, mi aveva tolto anche altrettante. Era stata un rifugio, una ribellione in realtà a quella vita nei boschi, a quell’estremo isolamento che cozzava con il mio bisogno di crescita e indipendenza. Ed era riuscita a darmi tanto di quello che cercavo, attraverso molte prove di forza e resistenza, di pura sopravvivenza al ritmo frenetico, alla sensazione meravigliosa ma anche complessa di essere nella Capitale. Ma aveva anche ridimensionato la grandezza delle mie passioni, ridotto il mio ego, ricordandomi di essere solo un numero in mezzo al traffico. Le giornate intere passate alla ricerca di un vero colloquio di lavoro, del parcheggio libero, del marciapiede agibile, dell’autobus che non arrivava, della visita in ambulatorio, del funzionario competente, della strada senza cantiere bloccato, del parchetto senza bottiglie rotte… tutte quelle frustranti ore avevano forse reso il mio animo sterile. Non mi aveva certo aiutata la persona con cui l’avevo vissuta quella città, anzi mi aveva resa ancora più arida. Lui che aveva voluto così tanto viverla, la Grande Bellezza, ma che aveva avuto solo porte chiuse in faccia; lui che si arrese prima del tempo, crogiolandosi poi su un divano consolatorio, convincendo anche me che in fondo è tutto il pianeta terra che non ha spazio per persone come noi, giovani studenti di materie umanistiche ma soprattutto noi sognatori di provincia, che nella grande città possono starci solo in affitto (perché se ci eravamo nati a quest’ora era tutto più facile, secondo lui).

Quindi, una vita dopo (anche se in realtà solo pochi anni dopo), non più con Lui ma con la mia “salvezza dagli occhi azzurri”, con il nostro rivoluzionario amore e con il nostro primo figlio, nella nostra nuova casa, davanti a quel prato spelacchiato, (giardino trascurato per anni), potevo io aver fiducia nelle mie capacità di piantare un seme, o di far crescere addirittura una pianta di pomodori? Ricordo che per il primo pezzetto di prato ho sparso i semi e li ho ricoperti di terra due tre volte nel giro di poche settimane, perché convinta di aver sbagliato qualche passaggio; ma alla terza volta, smuovendo la terra mi accorsi che stavo solo estirpando dei piccoli germogli: perché il prato aveva già ricominciato a crescere, ma io non me ne ero accorta, ancora non potevo vedere, perché erano ancora leggermente sotto alla superficie. Non gli avevo dato fiducia, alla terra, e me ne vergognai. Quasi mi scusai. Iniziai a rallentare le semine, aspettare il giusto tempo della crescita.

Ho imparato tanto in questo quasi anno di giardino. Ho imparato ad aspettare a travasare alcune piante, perché alcune hanno bisogno di crescere ancora un pò nella loro alcova stretta, non come me. Ho imparato che quando le travasi poi c’è da aspettarsi una reazione opposta a quella di una improvvisa crescita: molte perdono le foglie, sembra siano morte, ma se le lasci stare, quelle appena hanno metabolizzato il cambiamento ributtano più rigogliose di prima. Questo in particolare mi ha insegnato anche a vivere meglio con il mio compagno, (che come alcune piante, di nuovo diversamente da me, ha bisogno di tempi più lunghi per abituarsi alle nuove situazioni), e a lasciar passare serenamente i momenti di regressione di mio figlio dovuti a importanti cambiamenti come svezzamento o deambulazione su due piedini.

Non ero una persona senza più pazienza, ero una persona senza più fiducia nelle proprie capacità, che è ben diverso. La tenacia mi era rimasta perché il giorno che avevo rivoluzionato la mia vita con la mia “salvezza dagli occhi azzurri” mi ero ripromessa di lottare sempre ogni giorno per quello che volevo davvero. Ma avevo perso la sensazione che il mondo fosse un posto dove poteva crescere davvero nuova vita. Insomma, ero una lottatrice convinta di avere però solo mulini a vento davanti. La Natura, con i suoi germogli, (e con lo zampino inconsapevole di mio figlio e suo padre) mi ha ridato tutto questo e gliene sarò grata per tutta la vita.

Mangiamo Insieme · Ricette

Gnocchetti sardi alla crema di spinaci

PREPARAZIONE: 20 MIN

Ingredienti:
– Spinaci: vedete voi quanti, consiglio di iniziare con una piccola quantità per abituare il palato del bimbo al sapore se non li ha mai mangiati prima
– 2/3 pomodorini
– 50gr di formaggio morbido ( Brie, certosa, philadelphia, formaggino Mio…)
– Due cucchiaini Grana Padano grattugiato
– Un filo d’olio



Procedimento:

  • Per prima cosa cuocete gli spinaci (se sono freschi dopo averli lavati e “capati” bene ovviamente) in un padellino con poca acqua o al vapore. Non c’è bisogno di lessarli con tanta acqua perché gli spinaci come la bietola e affini ne contengono già tanta e la rilasciano in fase di cottura.  Inoltre così cotte perdono meno le loro proprietà organolettiche. Se usate quelli surgelati basterà scongelarli direttamente in padella.
  • Mettete a bollire l’acqua per la pasta. Io quando mangio con lui preferisco non salare la pasta,e correggere poi la sapidità del piatto con la scelta del formaggio morbido. Quando l’acqua bolle ovviamente buttate la pasta. NB: a metà cottura della la pasta io conservo sempre un po’ di acqua di cottura che mi servirà dopo per ammorbidire la crema. Ho notato che il mio bimbo preferisce la pasta non scotta, piccolezze che ognuno di noi sa del proprio pargolo.
  • La scelta della pasta: io in questa fase dello sviluppo del bimbo ( ha già quasi più di una dozzina di denti e mastica bene) scelgo una pasta che abbia la grandezza giusta per essere masticata da lui (e non ingoiata e basta come faceva con la pastina) ma facile da prendere con il cucchiaio, e con una forma che trattenga più possibile la crema. In questo caso ho scelto gli gnocchetti sardi, che piacciono tanto anche a me 😉 ..
  • Nel frattempo quando sono pronti gli spinaci (20min circa) versateli nel mixer.
  • Pelate i pomodorini, tagliateli a pezzetti e versateli nel mixer insieme agli spinaci. (Io in questa ricetta preferisco pelarli per evitare che la lingua esigente del monello capti qualche buccetta e vanifichi il mio tentativo di fargli mangiare gli spinaci). I pomodorini ammorbidiscono in po’ la consistenza dello spinacio in bocca e gli danno un profumo più fresco.
  • Aggiungere il formaggio morbido. Io uso un Brie (senza lattosio nel mio caso) per dargli in po’ più di Brio (si ho fatto la battuta AH AH AH) ma va bene anche il formaggino, o la certosa che è anche più magra.
  • Infine aggiungere parmigiano ed olio e mixare bene il tutto Aggiustare il tiro della consistenza della crema con l’acqua di cottura .

Condire la pasta e servire! (Io nn contenta ci ho rimesso una spruzzata di parmigiano sul mio piatto, non ho resistito.)

AGGIUNTE PER IL PALATO DEI GRANDI: se avete dei pomodorini secchi potete spezzettarli e dargli una ripassata con un po’ d’olio e aglio, e a chi piace una punta di piccante. Da aggiungere poi a pioggia sulla pasta: faranno un piacevole di contrasto al palato e alla lingua!

Voto del giudice supremo:  l'ha finita quasi tutta! 
E io ho finito pure la sua, ma questi sono dettagli... 

Mamma Selvatica · Ricette

…all’angolo opposto del ring, la pappa!

Da ex babysitter con esperienza decennale in tavole da pranzo altrui, da grande viveur di centri estivi e mamma frequentatrice di gruppi wathsapp di genitrici disperate so benissimo che il binomio bambini-cibo i primi anni può essere molto delicato e stressante.

Ogni bambino è a sé quando mangia (come per tutto il resto in fondo): ho lavorato con bambini con cui dovevi fare tutto il repertorio dello Zecchino d’Oro tra un cucchiaio e l’altro ma poi mangiavano volentieri, altri che “un boccone a te, un boccone a me, uno a Peppa Pig, uno lo lasciamo per nonno e uno di nuovo a te”. Mio fratello minore da piccolo un giorno amava follemente i fagioli da fare invidia a Bud Spencer e la volta dopo li sputava guardandoti come a dire “ma lo sai che non mi piacciono i fagioli!!”. Conosco bambini meravigliosi poco interessati al gusto e vanno “in bianco” fisso, altri che ancora a trent’anni suonati mangiano ancora quasi imboccati dalla mamma (o comunque solo quello che cucina mammà).

Io non sono una che giudica. Non posso permettermelo.

Ero una bambina che non aveva mai fame. Mia madre si sedeva a tavola per imboccarmi a mezzogiorno e si alzava quando ormai era tempo di merenda invecchiata di dieci anni, dopo strepiti e preghiere e lusinghe per ottenere un quarto di pappa finita. Mio padre dal canto suo attuava un’altra tecnica: da professore di chimica, tenace della sua esperienza, provava a spiegarmi a mo’di favoletta tutti i processi metabolici che si stavano per mettere in atto per convincermi a deglutire, e di contro mi illustrava tutti gli svantaggi del non mangiare: “ptialina” e “crisi ipoglicemica” furono le prime parole che imparai. Con scarsi risultati: tendenzialmente quel poco che mangiavo lo rigurgitavo sopra alla loro momentanea soddisfazione di essere riusciti a convincermi finalmente a nutrirmi. Però tutta quella dedizione e pazienza mi lusingava.

L’altra tecnica subentrata quando ero un pochino più grande (e già famosa in famiglia per la mia fervida immaginazione), è un affaire Dreyfus che andrebbe segnalata al Telefono Azzurro. Facendomi mangiare una penna al sugo a tradimento iniziavano poi a fare le vocine di tutte le altre pennette che erano rimaste lontane dalla loro mamma che invece se ne stava al calduccio nello stomaco per convincermi a mangiare pure loro. E questa tragedia continuava per tutte le altre pietanze. No, poveretti, non erano dei sadici mamma e papà, erano solo disperati. Eppure il primo figlio non aveva mai fatto storie!!

Ma nemmeno questa tecnica funzionava. Il risultato? Si, mangiavo tutti i figli carotina della povera mamma carota finita nel mio stomaco, ma il senso di colpa all’idea di avere ingurgitato verdure con dei sentimenti era così grande che vomitavo comunque tutto prima della nanna. Ho ancora gli incubi la notte di famiglie di spicchi di mandarino che non sono riuscita a ricongiungere, in una traversata per l’America degli Agrumi finita male. O dei tortellini che ho fatto finire per sbaglio per terra e che non avranno mai degna sepoltura. Insomma, era meglio se mi mandavano tutti a quel paese e mi dicevano “vuoi mangiare? Bene, sennò ti arrangi”. Ma ripeto, non li giudico: la disperazione con i figli fa fare di tutto.

In realtà con la pizza non dovevano insistere. Ma questi sono dettagli.

Per fortuna ho rincuorato tutti quando verso i quattordici anni ho deciso di recuperare tutto insieme gli anni arretrati. Come avrete capito in generale dal blog non ho più smesso di mangiare bene.

Sarà per questo che con mio figlio non ho mai insistito più di tanto (a costo di vedere occhi sgranati al mio commento “se non lo vuole più pace, vuol dire che non ha fame in questo momento, mangerà di più a cena”.)

E lui caratterialmente anche volendo è meno impressionabile di me: rientra nella categoria “o sì o no”, ovvero “se ho deciso che non mangio è inutile che mi fai aerei e canzoncine o fai finta di mangiarla tu la pappa, non mangio punto, E “ptialina” lo dici a tu’sorella… maaaaa se ho deciso che mangio sbrigati madre, vai direttamente di imbuto, vanno bene pure i broccoli! “.  Quindi un po’ l’esperienza aiuta un po’ sono fortunata, un po’ vedremo con il prossimo figlio la nemesi che mi aspetta per aver fatto rischiare l’esaurimento nervoso ai miei quando avevo meno denti.

La morale della favola secondo me è che tu individuo che non sei QUEL genitore disperato fatti gli affari tuoi, non puntare il dito su quello che mangia il pargoletto che non è uscito dal tuo corpo o potrebbero arrivare cucchiaiate di cibo sulla tua sicumera di genitore modello. E tu genitore sconfortato non accanirti troppo, forse davvero ogni tanto mangerà di più a cena.

PS: le ricette del mio blog non hanno la presunzione di essere “la soluzione”, anzi mi sono prefissata di essere totalmente trasparente nella mia narrazione: a fine ricetta ci sarà sempre il responso spietato di come è andata con mio figlio, (che stupirà molti palati e rifiuterà molte opzioni per ora) ma dato che sono convinta che i vostri figli siano unici e tutti diversi magari ai vostri piaceranno pure quei piatti che lui ha rifiutato.

PPS: ovviamente non sono una pediatra e non sto sottovalutando il problema serio dei bambini che non assimilano le giuste calorie o ne assimilano troppo. Io per prima venivo imbottita di vitamine e integratori e seguita adeguatamente, e non mi addentrerò mai in diete equilibrate per questioni di obesità o altro, né nella causa disturbi alimentari dovuti a problemi psicologici specifici. La mia è solo una spensierata chiacchera tra genitori, e qualche idea carina da condividere.

PPpS: una cosa però vi chiedo con tutto il cuore: non fate mai vocine di figli carotina rimasti lontani dalla propria mamma. Io lo rinfaccio ancora a mamma e papà. Please.