Chi sono · Mamma Selvatica

Mamma selvatica: dolce attesa in pandemia.

Riprendo in mano il blog dopo qualche mese.

“Qualche mese” può sembrare poco a molti, ma non se sei una donna e quei “qualche” sono i primi mesi di una nuova gravidanza e soprattuto in tempi di pandemia globale.

Sono lunghi gocciolanti giorni che scorrono, come quando rimane leggermente aperto un lavandino di notte. Tic, tic, tic.. c’è il tempo di sentire tutto, il disturbo di quella lentezza ritmata e insistente, la tua indecisione sull’alzarti o no, il tentativo di ignorare il fastidio, ma anche l’esaltazione del silenzio intorno.

Ecco, sono stati questi i mesi che ho avuto per me tra l’ultimo articolo e oggi. Molte ore chiusi in casa, io e il mio bimbo di un anno e mezzo e la mia pancia che invertiva tutti i trend di questo periodo. Il lavoro di una volta che non c’è più, il tuo nuovo giardino come unica valvola di sfogo ma che improvvisamente pone molti limiti alla tua condizione di neo-gravida… “aspettiamo i tre mesi, non fare sforzi, già il piccolo ti affatica, lascia stare…”.

Tutto è diverso dall’altra volta. I festeggiamenti, gli amici che possono venire a trovarti, il fantasticare tra le bancarelle, la famiglia che accorre dalle varie parti di Italia per sapere, per gioire con te, o almeno per aspettare con te e far scorrere più veloce il tempo. Niente di tutto ciò è possibile ora (oltre al fatto che si sa, dopo il primo nipote, il primo figlio della comitiva, la prima novità del gruppo, la canzone suona diversa, un po’ più in sordina). Quindi l’intima felicità c’è ma la festa vera, l’allegria spensierata è rimandata, è in lockdown pure lei. Il fratello maggiore è ancora nell’età dell’ignoranza e nella confusione generale che provoca tutti i giorni spesso la nuova pancia viene dimenticata quasi.

Ma non per me. Fin dai primi istanti il senso di protezione è stato totale. La mia piccola culla segreta, da proteggere da tutto. Non importa, briciolina, se a fine giornata ti abbiamo dedicato poche attenzioni, tra contagi, mascherine, isolamenti e normali terremoti fraterni, brutti presagi e qualche dito puntato. IO ti tengo qui con me, io lo so che ci sei… me lo sentivo fin dall’inizio che eri una bambina, perché già forte per sopportare tutto quello che accade intorno a noi. Io allargherò la bolla in cui ho già messo tuo fratello, e vi farò vivere ancora per un po’ nella favola che vi meritate. Passeremo i nostri giorni nell’isolamento, nell’essenziale della nostra casa, per proteggervi, per non ammalarci, per non farvi vivere gli incubi di altri bambini.

In questa bolla, che prima o poi scoppierà si spera in una situazione migliore, però ci sono anche io, una ragazza di 34 anni, abituata alla libertà, all’indipendenza, al lavoro, alla velocità, all’adrenalina. Un’animaletto selvatico che adora i grandi spazi aperti, una zingara nell’anima che si nutre di musica e danze, un’istintiva che è abituata ad abbracciare per ricomporre i propri pezzi quando crollano. Ma in tempo di Corona Virus questo non è più possibile.

Questo blog potrebbe evolversi dunque in quello spazio aperto che non possiamo vivere, quell’abbraccio che non contagerà i miei figli nati o in arrivo e nutrire di nuovo la mia mente dell’arte che è ormai proibita intorno a noi. Parlerò di quotidianità della nostra bolla, di ricette in fase nuovi denti, di racconti per bambini, ma anche di come si può sentire una madre, una donna, oggi e sempre, e tutto il clan che le gira intorno.

Se mi leggerete, troverete tutto questo, senza tante pretese, ma solo con la voglia di continuare a condividere le gioie e i dolori come un tempo, ma rispettando le misure di sicurezza.

Chi sono

Radici e Talee

talèa (alla lat. tàlea) s. f. [dal lat. talĕa]. – Parte di una pianta capace di emettere radici, adoperata perciò per rigenerare un nuovo individuo. È una forma di moltiplicazione vegetativa, che permette di conservare le caratteristiche della pianta da cui deriva; la parte utilizzata è di solito un ramo provvisto di almeno una gemma, ma anche le radici, quando queste sono capaci di formare gemme.

Madre da poco, figlia arcobaleno, sorella materna,
raccoglitrice di randagi, compagna selvatica…

Sono come una
pianta che ha radici molto intricate, che ha una crescita verso l’alto e verso
la libertà un po’ prematura e complicata, ma con l’abitudine a lasciare talee
lungo il suo cammino.

Ho una laurea in Teatro, e una laurea in Cinema e devo moltissimo allo studio di queste arti.
Mi nutro di esse e di musica fin da bambina, ereditando queste passioni dai
miei genitori. Sono però una bambina che ha passato in solitudine o con un
fratellino più piccolo molta della sua infanzia, inventando per se stessa e per
il fratello amici e mondi immaginari; prima in un variopinto giardino e poi in
un intricato bosco, alternando quegli scenari ad un periodo di intenso mare.

Poi la “fuga” verso la città, lontana dalla famiglia d’origine. Vivo dieci anni quasi nella Capitale.
La grande bellezza. Giungla di case e vissuti. Anni complicati. Anni di
sopravvivenza e duro lavoro. Anni in cui rientri nel progetto degli altri ma
non del tuo. Anni di borgata. Anni in cui provano e provo io stessa ad addomesticarmi.

Ma se nasci selvatico non ti addomesticano facilmente. Nemmeno quando sei tu stesso il domatore.

Se nasci selvatico appena senti di nuovo l’odore del vento é come se non fossi stato
fermo mai. E ti riesci a liberare. E quei sogni ricorrenti di grandi giardini
segreti e fontane scroscianti dentro a grandi alte mura, mi riportano in un luogo inaspettatamente familiare che diventerà la mia nuova casa.

Per me, il mio nuovo compagno e la mia creatura.

E che c’entra tutto questo con un blog? Beh, se sono sopravvissuta ad ognuno di questi cambiamenti e
guerre é anche grazie alla scrittura, terapia e condanna fin da ragazzina.
Certo, la vita frenetica, le delusioni, l’affitto e le persone sbagliate, non hanno lasciato spazio e luce a nessuno dei miei scritti.

Finora.

Ma quando la pandemia del Covid -19 costringe la mia nuova famiglia nel nostro nuovo nido, in aperta campagna, e
mi immergo nuovamente nelle piante e nelle ortiche, tutto il passato torna forte e potente. Come la Madeleine di Proust, l’odore della terra smossa ha risvegliato in me l’istinto e l’attitudine ad osservare, a narrare, prendendo la decisione di buttarmi di nuovo incoscientemente nella scrittura.

È una terapia dunque, questo blog. Una piccola rinascita. Non ha la pretesa di essere nulla di più. Una forma
di espressione, di libertà che sono voluta tornare a prendermi, come da
ragazzina. Ma con il menefreghismo che si acquista solo dopo essere diventata
madre. 

Quindi stavolta, fuori dal cassetto parole.. Stavolta pubblico. 

S.

Maggio 2020