Maggese:Monologhi di Donne · Mamma Selvatica · Racconti

Lasciate raccontare i dolori del parto.

“Oggi vorrei parlare del dolore del parto.”

Quante volte avresti voluto sentire questa frase durante il corso pre parto? Frase che non viene quasi mai pronunciata. Ovvio, perché spaventare in una volta sola dozzine di future mamme agli sgoccioli? Potremmo mandarle nel panico, farle arrivare a quel giorno con troppa ansia addosso. Quante volte, accanto alla descrizione meravigliosa dei tanti parti veloci e naturalissimi ci si sofferma sulle possibili complicazioni? Su cosa aspettarsi se il parto naturale, o totalmente spontaneo non sarà? No, il tempo non è abbastanza in un corso, ti dicono, per soffermarsi sui casi specifici, sull’induzione, sul momento della somministrazione della peridurale, sulle ore che ci può impiegare il tuo corpo “fatto per fare figli” per decidere davvero di mettere al mondo tuo figlio.

Perché non tutti i travagli sono uguali. Non dico che tutte soffriamo ugualmente e per lo stesso motivo, ma non tutte abbiamo la fortuna di seguire il classico iter (gravidanza a termine- rottura acque a casa- conta delle contrazioni- corsa in ospedale- dilatazione- a volte epidurale- travaglio- nascita- gioia). Ma quel “partorirai con dolore” è troppo generico, perdonate.

Nel mezzo può esserci di tutto, senza che questo rechi nessun danno al bambino. Io per esempio ho sofferto più del “normale” e per più tempo del “normale”, sono rimasta ricoverata a causa di tutto questo più tempo del “normale” eppure mio figlio è stato benissimo fin da subito. Questo porta ulteriormente a dimenticarsi di interrogarsi su quello che ha sofferto la madre.

“Oggi vorrei parlare del dolore del (MIO) parto.”

Quante volte avresti voluto dire questa frase i mesi successivi al parto. O meglio ancora, quanto avresti voluto che qualcuno ti chiedesse, “Mi vuoi raccontare nel dettaglio quanto hai sofferto e come hai superato il dolore del parto?”

No. La gioia della nascita sovrasta tutti, tutti tirano un sospiro di sollievo quando smetti di urlare, chiedono del bambino, i più intimi come stai tu madre, i complimenti al papà… si assicurano che i tuoi postumi non siano gravi, quello sì. Ma qualcuno che ti si siede accanto, prende la mano e ti chiede: quanto e dove faceva così male? é andata come credevi? Ti hanno supportata come avrebbero dovuto? Oppure semplicemente ti dicano: “Raccontami.”

Beh, in effetti qualcuno.. chi potrebbe essere quel qualcuno? Le amiche… nooo non spaventarle, “ma che sei matta?” Stesso discorso del corso pre parto. Potrebbero bloccarsi e decidere di non fare figli, se non li hanno già. Se li hanno avuti, hanno il tuo stesso pudore e preferiscono non ricordare, non rivangare.. a parte quella che ti guarda, riconosce la tua sofferenza, e sogghigna sussurrando “Ora capisci perché ne ho fatto uno solo?”. Con gli uomini, nemmeno ci provi. Loro in quei momenti stanno ringraziando il loro personale dio di essere nati maschi, gli basta aver assistito (a volte) ad una parte del parto. Le mamme per tutelarti d’altra parte ti crescono con la “favoletta” che una volta nato il bambino ti dimentichi di tutto.. sono poche quelle che poi vengono a dirti “ho bluffato per una vita, ora dimmi come è andata”. Per non parlare di quelli che ti dicono “ma che ti credevi, che fosse una passeggiata di salute?”.

Morale della favola: per qualche oscuro motivo quel dolore dobbiamo far finta che non esista, che non sia mai esistito.

Io invece vorrei rispondere a tutte quelle persone punto per punto su come parlare e lasciar parlare di quel dolore non faccia altro che aggiungere dignità, valore, rispetto alle donne.

Perché credo che raccontare alle donne quello che potrebbe succedere al loro corpo davvero e per quanto tempo, anche nelle peggiore delle ipotesi, con le giuste parole ovviamente, sia solo un modo di dirgli, “te lo racconto per prepararti al peggio, perché so che comunque riuscirai ad affrontarlo, perché credo in te.” Non sono delle bambine, sono esseri umani adulti che si sono prese la responsabilità di mettere al mondo un’altro essere umano. Possono farcela.

Raccontare di quel dolore credo possa essere inoltre un arma in più per la donna.

Un arma che in ospedale avresti potuto usare quando l’infermiera di turno dice al futuro padre “non si preoccupi, LEI VADA A RIPOSARSI, tanto ancora è presto per la nascita, torni domani mattina”. Avresti potuto dire “NO! TU, amore delle mia vita, RIMANI QUI perché io potrei rimanere immobilizzata dal dolore, o svenire, e aver bisogno di chiedere aiuto, aver paura di non superare la notte, aver bisogno del tuo volto, chiedere il cesareo, non riuscire a fare pipì in presenza di estranei, avere le allucinazioni e molto altro, ti potrei mandare a chiamare un’altra ostetrica meno acida e superficiale. E la tua presenza mi salverebbe la vita, mi darebbe la forza necessaria per superare quelle ore”. Oppure avresti potuto rispondere a tono a quell’ostetrica (di nuovo lei) che distrugge tutte le tue illusioni quando, dopo una nottata da sola in corsia con contrazioni fisse, alla domanda “quindi dopo quasi 10 ore di contrazioni siamo vicini, giusto?” ti visita e dice ” no non è ancora dilatata. Ma che si crede, è solo l’inizio questo!”.

No, non ti avrebbe fatto soffrire meno saperlo, ma forse lo avresti affrontato con più dignità, non ti saresti sentita persa e smarrita, sbagliata perché a differenza di tanti racconti tu non credi di farcela, avresti saputo gestire meglio il tempo, ascoltare meglio il tuo corpo sapendo già molto di quello che capitava e senza bisogno di cercare continuamente conferme dagli altri.

Raccontarlo poi alle donne che i figli ancora non ce l’hanno non dovrebbe essere “vietato”. Fare un figlio non è solo quello, ma non è nulla di cui ti puoi scordare velocemente. Se tutte le tue amiche lo sapessero forse si sentirebbero meno sbagliate, o debole se capiterà anche a loro di soffrire in quel modo o se il ricordo ti rimarrà dentro per anni.

Raccontare quel dolore aiuterebbe tutti. Pure le “vecchie generazioni” poi che ti dicono con invidia “eh ma che volete lamentarvi, voi avete anche l’epidurale! Allora noi che avremmo dovuto dire?”. Care mamme, nonne, zie, vicine. A me l’hanno fatta l’anestesia, anzi hanno dovuto fare due tentativi per riuscire a trovare il punto giusto dove mettere l’ago, mentre ti tengono ferma quasi con la camicia di forza. E nonostante l’anestesia signore ho sentito tutto il dolore del bacino che si apriva, lo sapete? E poi, si, anche voi avreste dovuto dire qualcosa invece di soffrire solo in silenzio, ne avevate diritto anche allora.

Ma alla fine tutto questo non è successo. Va bene, non te ne hanno parlato prima, ma posso parlarne IO dopo allora?

Quando ce l’hai fatta, quando hai superato tutto, quando mesi dopo sei tornata in forza… perché se provi a raccontare ancora quanto sei stata male credono che tu ti stia “solo” lamentando di qualcosa di ovvio?
Perché siete convinti che con la frase “eh ma poi ti ha ripagato di ogni dolore l’arrivo della gioia” tu possa stare meglio? Perché non vi passa dalla testa che tutto quel dolore, quella maratona solitaria, quella fatica e paura ti ha distrutta talmente tanto che la gioia del figlio non l’hai sentita subito? Il parlare di quel dolore allora sminuirebbe la felicità che tuo figlio poi ti ha dato? La frase “ma ora pensa a lui!” aggiunge ancora più umiliazione a tutto perché a quel punto oltre che lamentosa sei egoista e snaturata.

Poi c’è chi crede che tu stia incolpando qualcuno degli operatori sanitari, nel tuo tentativo di riportare l’attenzione a quei giorni. Forse c’è pure quel problema, ma NO, NO non è solo quello, non è nemmeno quello il punto.

La bassezza più grande è quella poi, quando decidi di intraprendere un’altra gravidanza, che il commento tra le righe sia : “ma allora non è stato così doloroso! ” o ” allora è vero che si dimentica.”

NO, NO E ANCORA NO. Non si dimentica, forse ci saresti riuscita se ti avessero supportata. Quel dolore rimane dentro e forte, anche se tutto il resto ormai scorre veloce intorno. E non è vero che non hai sofferto così tanto quando non avevi più la forza di parlare e facevi solo si o no con la testa, convinta che quello che era “sicuramente un bel bambinone!” sicuramente non saresti mai riuscita a farlo uscire, non è vero che non era paralizzante la sensazione di essere incastrata in qualche cosa che non aveva più soluzione.

La verità è che proprio perché da sola (io ho avuto il mio uomo accanto, ma solo a metà dell’agonia, a causa appunto di quell’ostetrica), comunque, ne sei uscita dal quel parto e post parto disastroso e ora il peggio che ti possa capitare sai benissimo cosa è, che la scelta di affrontarne un’altra diventa una delle più coraggiose che tu una donna possa fare. Perché se sei riuscita a sopravvivere a tutto quello e agli incubi successivi forse saresti degna almeno adesso di poterti raccontare. Se invece decidi che non vuoi ripetere l’esperienza sei degna quanto l’altra di rispetto, e la colpa semmai è di chi non ti ha ascoltata, non certo tua.

Quindi la vera morale della favola dovrebbe essere: fatele parlare, le donne che hanno sofferto di parto. Fatele sfogare, svuotare totalmente di ogni dettaglio, imbarazzante o sporco, violento, fino a che ne hanno bisogno, fino a che hanno parole da raccontare. Fatele parlare tanto quanto quelle che per fortuna e per caso hanno vissuto la nascita e il puerperio come un momento idilliaco e di pura gioia. Hanno entrambe il diritto di farlo. Ascoltarle entrambe non influenzerà il vostro travaglio, non vi spoglierà della vostra integrità di madre, non vi dissuaderà di avere un altro figlio se lo volete davvero, vi aiuterà soltanto. O se credete che non vi possa essere d’aiuto, glielo dovete concedere come minimo: hanno fatto la cosa più importante che si possa fare sulla terra, mettere al mondo un’altra vita, nonostante tutto.

NB: Nessuna generalizzazione riguardo alle ostetriche. In quella lunga degenza solo una, (purtroppo capitata nel turno delle mie doglie) si è dimostrata poco disponibile. Le altre sono state angeli, per quello che potevano fare in quella situazione. Purtroppo come ogni mestiere, è fatto da persone, e non tutte le persone sono uguali, anche se in alcuni ambiti a mio avviso dovrebbero mantenere alcuni livelli di decenza.

Maggese:Monologhi di Donne · Mamma Selvatica

Quello che mi ha ridato la Natura (e lui)

La Natura mi ha ridato la fiducia nel tempo e soprattuto in me stessa.
Quando siamo venuti a vivere in questa casa e ho potuto affondare di nuovo le mani nella terra del giardino, della campagna, come da ragazzina, paradossalmente ogni volta che piantavo qualche seme, semplicemente travasavo le mie piante che mi ero portata dalla città, nella mia testa c’era una totale sfiducia nella riuscita di quella nuova nascita. La stessa sfiducia che avevo avuto quando avevamo deciso di avere il primo figlio. Le mie azioni non si fermavano, sia chiaro, ma la testa era scettica, mentre le mani lavoravano.

Il mio compagno, nonostante non avesse lo stesso bisogno di verde che avevo io né la voglia di dedicarsi ad esso, aveva però l’entusiasmo e la voglia di riassaporare alcuni sapori che invece viveva spesso nelle tradizioni dei nonni e dei genitori stessi: la raccolta dei pomodori, delle olive, le verdure stagionali del piccolo orticello dove andava a lavorare la terra il padre in pensione. Non capiva la mia perplessità che contrastava tra l’altro con il desiderio che avevo avuto così forte fino a quel momento nella ricerca di una casa con tutto quello spazio da curare e “sfruttare”. Inoltre io ero cresciuta nei boschi si può dire e avevo questa grande predisposizione per tutto ciò che era selvatico, mentre lui bene o male era sempre stato più cittadino di me e solo un consumatore passivo delle colture dei parenti. Quindi mi spingeva a comprare oltre a piante già in in fiore, piante da orto ovvero impegni a lungo termine insomma con la terra. Il suo solito entusiasmo, la sua nuvoletta di ingenuità, la sua leggerezza a volte, in contropiede al mio passato, mi spronavano; ma non capiva che all’improvviso era in me che non avevo fiducia una volta trovatami faccia a faccia con la brulla terra.

La città, nonostante mi avesse dato tante cose negli ultimi dieci anni, mi aveva tolto anche altrettante. Era stata un rifugio, una ribellione in realtà a quella vita nei boschi, a quell’estremo isolamento che cozzava con il mio bisogno di crescita e indipendenza. Ed era riuscita a darmi tanto di quello che cercavo, attraverso molte prove di forza e resistenza, di pura sopravvivenza al ritmo frenetico, alla sensazione meravigliosa ma anche complessa di essere nella Capitale. Ma aveva anche ridimensionato la grandezza delle mie passioni, ridotto il mio ego, ricordandomi di essere solo un numero in mezzo al traffico. Le giornate intere passate alla ricerca di un vero colloquio di lavoro, del parcheggio libero, del marciapiede agibile, dell’autobus che non arrivava, della visita in ambulatorio, del funzionario competente, della strada senza cantiere bloccato, del parchetto senza bottiglie rotte… tutte quelle frustranti ore avevano forse reso il mio animo sterile. Non mi aveva certo aiutata la persona con cui l’avevo vissuta quella città, anzi mi aveva resa ancora più arida. Lui che aveva voluto così tanto viverla, la Grande Bellezza, ma che aveva avuto solo porte chiuse in faccia; lui che si arrese prima del tempo, crogiolandosi poi su un divano consolatorio, convincendo anche me che in fondo è tutto il pianeta terra che non ha spazio per persone come noi, giovani studenti di materie umanistiche ma soprattutto noi sognatori di provincia, che nella grande città possono starci solo in affitto (perché se ci eravamo nati a quest’ora era tutto più facile, secondo lui).

Quindi, una vita dopo (anche se in realtà solo pochi anni dopo), non più con Lui ma con la mia “salvezza dagli occhi azzurri”, con il nostro rivoluzionario amore e con il nostro primo figlio, nella nostra nuova casa, davanti a quel prato spelacchiato, (giardino trascurato per anni), potevo io aver fiducia nelle mie capacità di piantare un seme, o di far crescere addirittura una pianta di pomodori? Ricordo che per il primo pezzetto di prato ho sparso i semi e li ho ricoperti di terra due tre volte nel giro di poche settimane, perché convinta di aver sbagliato qualche passaggio; ma alla terza volta, smuovendo la terra mi accorsi che stavo solo estirpando dei piccoli germogli: perché il prato aveva già ricominciato a crescere, ma io non me ne ero accorta, ancora non potevo vedere, perché erano ancora leggermente sotto alla superficie. Non gli avevo dato fiducia, alla terra, e me ne vergognai. Quasi mi scusai. Iniziai a rallentare le semine, aspettare il giusto tempo della crescita.

Ho imparato tanto in questo quasi anno di giardino. Ho imparato ad aspettare a travasare alcune piante, perché alcune hanno bisogno di crescere ancora un pò nella loro alcova stretta, non come me. Ho imparato che quando le travasi poi c’è da aspettarsi una reazione opposta a quella di una improvvisa crescita: molte perdono le foglie, sembra siano morte, ma se le lasci stare, quelle appena hanno metabolizzato il cambiamento ributtano più rigogliose di prima. Questo in particolare mi ha insegnato anche a vivere meglio con il mio compagno, (che come alcune piante, di nuovo diversamente da me, ha bisogno di tempi più lunghi per abituarsi alle nuove situazioni), e a lasciar passare serenamente i momenti di regressione di mio figlio dovuti a importanti cambiamenti come svezzamento o deambulazione su due piedini.

Non ero una persona senza più pazienza, ero una persona senza più fiducia nelle proprie capacità, che è ben diverso. La tenacia mi era rimasta perché il giorno che avevo rivoluzionato la mia vita con la mia “salvezza dagli occhi azzurri” mi ero ripromessa di lottare sempre ogni giorno per quello che volevo davvero. Ma avevo perso la sensazione che il mondo fosse un posto dove poteva crescere davvero nuova vita. Insomma, ero una lottatrice convinta di avere però solo mulini a vento davanti. La Natura, con i suoi germogli, (e con lo zampino inconsapevole di mio figlio e suo padre) mi ha ridato tutto questo e gliene sarò grata per tutta la vita.

Maggese:Monologhi di Donne

Diritto al dolore: Storia di ANNA

I hurt myself today

To see if I still feel

I focus on the pain

The only thing that’s real

“Hurt” Jhonny Cash

“Lasciatemi il diritto di stare male. Giusto un po’. 

Lo so, so benissimo che tutto quello che dite è giusto, sensato, lucido e ponderato. So inoltre che non lo fate con cattiveria, e che dovrei reputarmi fortunata… c’è chi pagherebbe oro per avere persone rassicuranti come voi.

È che io in realtà non avrei nemmeno bisogno di essere rassicurata.. so bene tutto. Non è che sono giù di morale, o (come piace dire a me) non è che sono “frastornata” perché le cose che mi dite non le so anche io. Non sono meno intelligente di voi e riuscirei tranquillamente a consolarmi da sola con due o tre parole molto meglio di come cercate di fare voi. Non è questo il punto.

Mi state togliendo la possibilità di esprimere un dolore, una delusione, una debolezza, la sensazione di avere il fato avverso. Mi state togliendo il diritto di provare dolore mentale.

E mi chiedo.. Perché accade questo? Perché non mi permettete di soffrire? Perché mi volete bene, certo, in primis.. e questo non lo ho mai messo in dubbio e mi riempie di gratitudine, ovvio.

Ma ormai ho vissuto talmente tanto la mia forza e la mia relazione con gli altri per sapere che, in fondo, il volersi assicurare che io stia bene, (subito, senza poter lasciare che io mi butti giù nemmeno per mezza giornata, o per mezz’ora) è quasi una forma involontaria di egoismo.

Voi non potete permettervi che io crolli, nemmeno per un secondo.

Perché voi, voi siete abituati a non avere la forza per affrontare le cose, e ad evitarle a volte, o lamentarvi, o chiedere subito aiuto a qualcun’altro quando le cose si fanno difficili. E rischiare così di dover rialzare davvero me, quella che invece vi fa sempre da grande roccia, grande madre positiva, pratica e spiccia, vi spaventa a morte. Perché non ci riuscireste.

Non avreste mai la forza di prendermi davvero in braccio una volta che io fossi davvero sprofondata.

Quindi non mi date nemmeno il tempo di iniziare a poter stare male… SUBITO SUBITO mettiamo i punti in superficie senza vedere se il taglio è pulito o infetto. Chiudiamo SUBITO, la mia ferita. E io ve lo lascio fare. Questo è il problema. Io sono comunque più forte di voi per riuscire a far finta che mi state aiutando. Ma d’altra parte come potreste fare altrimenti? 

Tutte le volte che io stavo male davvero voi non lo avete mai saputo perché io non ve lo ho mai raccontato. Sempre parziale nella mia disperazione, sempre attenta a non ferire voi con il mio dolore. Sempre lacrime asciutte, asciugate prima di arrivare da voi, anche se la premessa era che venivo da voi per sfogarmi un po’.

Non credo che lo facessi perché volevo sembrare forte o che considerassi un peccato soffrire per quello che stavo soffrendo. Avevo sempre la sensazione più che altro che in fondo non ne avessi diritto, di disperarmi. Sempre con la sensazione che da me ci si aspettasse altro, che sono io che dovevo occuparmi di voi. Che la situazione non la potessi perdere di mano. Quindi il male di cui a volte parlavo non arrivava davvero. 

Mi aprì gli occhi una delle tante mie inquiline ai tempi dell’università, una di quelle strane e svampite, con poco filtro, che arriva dalla campagna e che il diritto di stare male invece se lo prendeva spesso. Lei sapeva mostrare bene i suoi tumulti emotivi… come ad esempio decidere all’ultimo secondo di non dare un esame presa dal panico o piangere a dirotto per ore perché non riusciva a passarlo, quell’esame, la volta che ci provava. Io non ho mai battuto ciglio davanti a nessuno in quell’ambito, non me lo sono mai permesso. Andavo e davo l’esame, o non lo davo e basta.

Ecco, lei, nel suo guazzabuglio di emozioni nostrane un giorno mi disse nel suo dialetto spiccio: “Tu non si capisce quando soffri.”. 

Semplice, spontanea, vera. E me lo disse in uno dei periodi più bassi della mia esistenza. Quando ero preda di calmanti e stabilizzanti dell’umore. Qualcuno si sarebbe fatto trovare vagante e scorporato quasi da una schiena dolente e un anima distrutta, ubriaco sul tavolo della cucina, anche solo perché studente fuori sede e avente diritto per antonomasia a quella situazione. Io invece ricevevo solo un “non si capisce quando soffri”. 

La stessa cosa valeva con Lui. Riuscivo come un trattore a passare sopra le mie sofferenze e mettere comunque un piede davanti all’altro la mattina, ma questa per lui non era resilienza, no, per lui voleva dire che io non ero abbastanza dispiaciuta e dolorante per le nostre ennesime crisi.. per i nostri litigi, per i suoi fallimenti. Avrei dovuto anche io deprimermi su di un divano per poter dimostrare che soffrivo abbastanza anche per lui.

E quel “non si capisce quando soffri” per lui diventava “non soffri abbastanza, non sei abbastanza contrita”.

Ma la realtà era indimostrabile. Io non riuscivo a esprimerla la mia infinita agonia. La mia mimica facciale era bloccata. Le mie lacrime erano ferme alla gola. Creavano un grumo solido e doloroso sotto l’epiglottide ma non salivano né scendevano.. Un po’ come l’uovo sodo di Virzì. Eppure soffrivo e non ne potevo più di non sentire il dolore che defluiva via dal mio corpo ma rimaneva stagnante ad imputridire sotto la pelle.

Sarà per quello che presi la malsana abitudine di utilizzare una lametta per far uscire un po’ di tutta quella angoscia, come se a quel punto con un delle ferite evidenti avessi avuto un motivo oggettivo per essere curata. Da sola, in un angolo del mondo stavo meglio. Per pochi secondi perché poi la vergogna e il bruciore mi invadevano e cercavo di nascondere tutto. Forse uno sguardo attento si sarebbe accorto di qualcosa, ma le giustificazioni di quei tagli erano abbastanza convincenti per qualcuno che non vuol vedere.

E sono andata avanti nella vita. Ho riempito i miei vuoti con ferite e svuotato l’anima con incidenti casalinghi. Poi sono nate le mie figlie. Le mie gemelle, le mie meraviglie.

È riduttivo parlarne qui. Sono talmente tante le emozioni anche contraddittorie legate all’essere diventata mamma che non basterebbero mille anni di confessioni. Ma la costante è sempre rimasta la stessa: resistere, resistere anche per loro. Resistere ancora più di prima. Resistere contro il vento delle sofferenze. Ferirsi, pardon… piegarsi ma non spezzarsi.

Ma ora questa in questo lockdown non ho scampo. Non riesco a respirare dal dolore, non riesco a trovare un angolo libero per il mio sfogo giornaliero, mi si sta chiedendo veramente troppo. Mi sveglio la mattina con il terrore di essere scoperta. Devo gestire il lavoro, le figlie, lui, e il mio panico tutto tra quattro mura… senza che io possa farmi prendere dallo sconforto e dalla paura che questa realtà apocalittica mi sta trasmettendo. Fosse per me mi butterei sotto un piumone ad urlare disperata, ma spaventerei le mie figlie. Vorrei piangerei anche solo un pochino in bagno ma lui se ne accorgerebbe. Vorrei mollare la presa appena un po’ ma i ritmi che devo mantenere per il suo equilibrio subirebbero dei rallentamenti. Vorrei chiamare qualcuno e dirgli quanto ho paura, ma sembra che visto che questa situazione ha colpito tutti io ho ancora meno diritto di lamentarmi. Ai miei timidi accenni agli amici le risposte sono sempre le stesse: la mia famiglia è in salute, non ho perso il lavoro, ho il supermercato davanti casa… perché non mi guardo una serie televisiva e mi rilasso? Perché non faccio una torta? Perché io vorrei poter soffrire invece. Tutto qui.

Vorrei sentire la tensione che scende, vorrei sentire defluire dalla gola la pressione che fanno le mie sensazioni nello stomaco.

Lasciatemi il diritto di stare male. Giusto un po’. Vi prego. “

Le Pietre di Berlino

Le Pietre di Berlino. Cap 3

46) Fa caldo.

Non riesco a fare un movimento che mi gira la testa. Il metodo migliore è di solito stare immobili. Non è facile.Da quando mi hanno riportato alla mente tutto ho la febbre fissa. Hanno aumentato la dose. Le mani non le trovo più. E ho perso per strada il mio nome. I miei occhi hanno cambiato colore. Il letto è una voragine che mi inghiotte, e le lenzuola mi incatenano.Si formano subito lividi sulla parte della mia pelle che rimane a contatto con il materasso. Cambio lato per cercare sollievo. Ma è una tortura continua, e le gambe diventano roventi.. cerco di tirarmi su, ma la testa sembra essere pesante e collosa. I capelli umidi stringono il cuscino. Intorno mostri dentro flebo di vetro ci osservano maligni e controllano i loro detenuti. I loro occhi gialli ammiccano soddisfatti. Nessuno ancora è riuscito a scappare.

Sento ancora quel rumore strano… tumtumtumtumtum.. è musicale.    Sembra che ti inviti a ballare.Qualcuno accompagna il ritmo con i denti.. un battito leggero..

Fuori… Il vento. Strano, qua così caldo, e fuori così tanto vento. Le tapparelle si scuotono, e cercano di scrollarsi di dosso quel senso di passività che c’è in noi.

49) Non c’è mai veramente silenzio qua dentro.

La notte è cosparsa di caute voci impaurite, e sogni ad alta voce. Io però non le sento più. Sento solo il vento.

È strano dover ascoltare un tale fragore e non poterne percepire nemmeno un soffio… c’è solo questa orrenda febbre che dilania la mente.

Forse fuori non c’è più il muro.

Dormo il più possibile per non dover vedere la realtà.

50) Sono già cinquanta notti che passo così. Tengo il conto. Ma ora voglio provare ad alzarmi. Voglio scendere da questa lapide…Stanotte voglio vedere se c’è davvero vento fuori di qua. Forse è solo la mia mente che è piena di vento che fa sbattere continuamente le immagini..

Quello strano bussare sta un po’ rallentando.

Io ho perso chi sono.

Provo a muovere le gambe, ma le lenzuola le trattengono.I miei occhi fissati sul soffitto buio non mi permettono di muovermi. Sono attaccati al muro da un filo robusto. Le mani stringono l’aria esasperata sotto il lenzuolo.. solo aria riescono a stringere.

Troppa fatica nelle ossa.

Ho deciso, rimarrò qui ad ascoltare quello strano battito. Da solo potrebbe avere paura.

Tum.Tum.Tum.Tum.Tum.

55) Stasera mi alzo. O forse no.. no, ho deciso di rimanere perché il battito è sempre più lento, e ha ancora più bisogno di me.. e poi, se il mio amore venisse a prendermi? Lo devo aspettare..

Senti..

Tum.     Tum.    Tum.

60) Sono troppo stanca, ho le ossa che..

Tum.

Tum.

61) Che cigolano.. e poi con questa musica non si può più

Tum.

Tum.

Tum.

68)

Ballare..

Tum

79)

.

80) Prima, un rumore…

…agghiacciante…

Poi è arrivato il mio amore.

È riuscito a scappare, a passare il muro, ed è venuto a prendermi! L’ho visto entrare di soppiatto dalla porta della camerata. In silenzio e a passi svelti è arrivato al mio letto, mi ha fatto cenno di fare silenzio. Poi mi ha baciata sulle labbra. Sono rinata.

E mi sono alzata.

È stato facilissimo. Ora che l’avevo rivisto, la mia pazzia e la mia febbre se ne era andata all’istante, come portata via dal vento. Mi sono decisa e lo ho fatto. Semplice. Lui ha sussurrato che aveva controllato non c’erano infermieri nei corridoi per l’uscita. L’ho preso per mano, felice di poterlo di nuovo avere tra le dita e l’ho seguito.

A piedi nudi sono corsa per il corridoio buio e torrido. Non mi ricordo come abbiamo fatto a saltare la barriera e a scappare da quella prigione. Scappare dai quei mostri famelici che ci succhiano tutto tranne quello che vorremo..  i nostri ricordi.Ma non trovavamo ancora l’uscita di quel labirinto… e io giravo, giravo giravo giravo.. giravo..

Poi il vento.

Ho finalmente trovato il vento. Vento libertà.Un brivido ci ha fatto capire che quella era l’uscita. Abbiamo solcato il portone e da quel momento tutto è cambiato.

La prima cosa di cui mi accorgo è il terreno sotto i piedi. Prima sentivo la pelle nuda sul pavimento freddo. Ora invece i piedi sono avvolti in sandali profumati di cuoio. Intorno ai capelli un velo colorato, e una gonna sui fianchi. Davanti a me una strada dritta, di cui non vedo la fine. Lui mi è sempre accanto.

Iniziamo a camminare ed ad allontanarci da lì, ma se mi guardo indietro non riesco già più a vedere l’ospedale. Il vento fa turbinare la notte intorno a noi e le pietre che formavano la strada riflettono in modo impressionante la luna. Senza ombra di dubbio camminiamo su degli specchi. L’aria sta diventando sempre più calda via via che ci allontaniamo. Le fasce dei sandali iniziano a stringere e i vestiti diventano sempre più aderenti al corpo.

Camminiamo con passo deciso, come se questa fosse la strada che abbiamo sempre fatto. Non ci sono esitazioni nel mio passo veloce, che è guidato dalla sua voce che mi da indicazioni.

Inizio a vedere delle luci davanti a noi.. Osservo il vento che corre. Corro più veloce di lui. Ho le gambe per farlo, ora.. Ho gli occhi per vedere la fine, ora…Ho la forza del mio amore ora.

80 e qualche minuto.

Stiamo attraversando un paese in festa. Sento odore di zucchero, e le luci gialle delle lanterne sfigurano le facce che mi sono intorno. Non mi vedono. Sono seduti per terra, o sui marciapiedi, e le loro voci sono fuse nel caldo e nello zucchero. Camminiamo tra la glassa, i canditi e i colori, e miei occhi corrono veloci senza posarsi su nulla.. sento i primi botti, le prime esultazioni.. devo uscire da qui, lo dico a lui… la glassa mi si sta appiccicando sotto i piedi.. tutto si scioglie con questo vento caldo.. qualcuno mi riconosce e mi trattiene con una mano, ma il mio vestito che ora è nero non vuole farsi toccare e sfugge tra le dita.  Lui mi tira a se e minaccia chi cercava di toccarmi. Ho voglia del buio, della notte. Queste luci mi abbagliano. Odio le fiere di sera.. e la notte mi troverà impaurita.. mi possederà inerme con i suoi nuovi giochi, senza nessun rumore.. basta zucchero!

80, qualche minuto e pochi secondi che sgocciolano.

Siamo arrivati in fondo.

..l’apparizione improvvisa del mare.

Ho fatto un passo ed era davanti a me, mi arrivava al petto. Non ero sommersa però. Era come trattenuto da un muro invisibile. Lui è passato oltre. Da dietro il muro trasparente mi ha sorriso e mi ha fatto cenno di venire.

Allora ho capito.

Ho fatto una piccola pressione sulle punte dei piedi, ho piegato le gambe e poi mi sono tesa in alto come un arco. Ho saltato come farebbe un’atleta per superare l’asta orizzontale.

Ho sentito finalmente respirare il corpo, in quello che era un fulmine liberatorio.

Ora non so più dove sono.

Ma so che sono libera, e di nuovo mano nella mano del mio amore.

So anche un’altra cosa.

Che non sentirò mai più il rumore agghiacciante di quel battito che si ferma in quella stanza.

..che poi era solo battito del mio cuore.

Le Pietre di Berlino · Racconti · Senza categoria

Le Pietre di Berlino. Cap. 2

18) Non abbiamo più corso per le strade per mano, inciampando e ridendo, imitando il rumore di un motore con la bocca. Dopo non abbiamo più potuto guidare insieme su strade sterrate, sperando che bastasse la benzina della motoretta, per poi potersi fermare nel primo spiazzo possibile, spegnere il motore, mangiare i panini che avevamo portato con noi e poter bere l’acqua gelida presa dalla fonte. Quando pioveva ricordo che t’inzuppavi tutto sotto la pioggia pur di prendermi comunque quell’acqua. E imprecavi, mentre io ridevo al riparo, oltre i boati, oltre i miei doveri. Non abbiamo più potuto frenare all’ultimo minuto ad occhi chiusi, apposta, per poi tirare un sospiro di sollievo quando, riaperti gli occhi, ci accorgevamo che mancavano solo pochi centimetri e saremmo caduti già dal precipizio.

Non siamo stati più folli e assurdi nel nostro strano amore. Non abbiamo più potuto sciogliere il nostro fiato all’unisono nell’aria fredda dei vicoli la sera, e non abbiamo più potuto tenerci per mano per non scivolare sui marciapiedi ghiacciati e sognare insieme di partire per un posto caldo, in una casa sul mare, in una villa al sole con tanti bambini, nostri… non abbiamo più potuto appannare i vetri.

Dopo non siamo più potuti essere i fuggitivi della realtà.

La esigo, la rivoglio quella vita, lo rivoglio quell’amore, voglio voglio voglio… Davvero non capite cosa dico? Davvero non sapete perché eravamo lì, legati con una corda al nostro senso ostinato di libertà?

24 )Nessuno mi dice più niente. Mi tremano le mani, la testa non riesce a fermarle. Nessuno mi consola, nessuno mi rassicura… perché loro sono così. Non creano mai illusioni. Loro lo sanno quando non possiamo farcene più nulla della carta che abbiamo appallottolato nelle mani. Loro non mi possono consolare.

Stasera mi hanno fatto rivivere a forza la mattina dopo la nostra ultima notte… io mi chiedo a cosa serva. È tutto inutile per me. È solo doloroso. Ma ormai i ricordi sono tornati e lo sforzo di dimenticarli è stata fatica sprecata. Ecco che ritornano le immagini…

Il sole è sul comodino, il risveglio ci sorveglia alle porte della stanza. Nulla serve più, là dentro. Io mi sveglio, perché è l’ora di scendere per la colazione, apro le tende, sperando che si svegli da solo, perché non sarei in grado di svegliarlo… ma non succede niente sui suoi occhi. Mi avvicino, lo smuovo un po’, gli dico che scendo a mangiare… lui annuisce.

Mi vesto, apro la porta, ed eccola, la moquette di questo mondo pieno di piedi scalzi, che percorrono la loro vita inciampando in un paio di pantofole che per pigrizia fa fatica infilare. Sembro sola. Scendo giù a colazione. Saluto i camerieri, inizio a mangiare.

Lui scende molto più tardi, e quando passa davanti al mio tavolo, si ferma, come se mi cercasse.

“Quando sei andata via?” Mi chiede, con (forse per la prima volta) tutto l’amore che ha per me.

“Ma come, te lo ho anche detto, mi hai pure risposto… mi sa che eri ancora troppo addormentato.”. Sorrido, e lui ride… poi, con l’ultima coltellata, a doppio taglio per entrambi, con un leggero sorriso, misto a tristezza dice.

“Mi sono svegliato e non c’eri più.”.

Poi, la notte dopo, il muro.

Io di qua. Lui, che era partito un giorno prima per non destare sospetti, di là.

Era tutto pronto per la nostra fuga. La nostra fuga insieme. Quell’albergo doveva essere solo una tappa segreta, un non-luogo in cui rifugiarci per qualche notte. Un posto dove non sarebbero venuti a cercarmi, dove potevamo aspettare che si stufassero di cercare. E poi saremmo scappati sul mare. Al caldo. E invece fu l’ultima nostra tana.

Infermiera, mi faccia un’iniezione. Basta, voglio dimenticare… assassini, assassini!

38- Una pietra: vuol sapere come sto. Gliene tiro due io: Sto bene, ma mi manca.

E finisce tutto lì.

Non sapevamo come continuare. Non abbiamo avuto mai abbastanza sassi, né mai abbastanza voce per urlare. Ma ogni giorno, cercavo di avvicinarmi sempre di più, cercavo di trovare sempre più pietre, o trovare dentro di me ancora più voce. Le guardie mi avrebbero voluto tutte mandare via, ma ne avevo trovata una che a volte mi lasciava accendere uno stereo lì vicino. Giusto per fargli sentire un po’ di musica.. ma dopo pochi minuti mi cacciava. Ha paura anche lui, guardiano del proibito. Non sa bene nemmeno lui di cosa, ma ha paura. Ma il giorno dopo ero di nuovo lì. Come potevo non tornare?

Il codice lo avevamo deciso subito all’inizio, una volta che ero riuscita a tirare un sacchetto con dentro un messaggio dall’altra parte. Avevo sentito la sua voce chiamarmi, ma io non ne avevo già più, di voce, perché avevo urlato fin ad allora. Quindi ho provato a mandargli quel messaggio ed è arrivato. Mi sono salvata da una fucilata per miracolo. Così potevamo solo far finta di gettare un sasso dall’altra parte per la rabbia, se non volevamo finire ammazzati.

Una pietra per “come stai.” Due per dire “che sto bene, ma mi manchi”.

Sempre così, alla stessa ora, nello stesso punto, ma mai con gli stessi sassi. Perché dopo che lui mi aveva tirato la pietra, io la prendevo in mano e me la portavo alla guancia, cercando di percepire il calore che la sua mano aveva trasmesso a quella brulla zolla di fango e cemento. Poi la mettevo in tasca e la portavo a casa. Le ho ancora tutte in una valigia. Sopra ci ho scritto il suo nome. Sempre che i dottori non l’abbiano buttata via. Era il nostro modo di baciarci ancora, abbracciarci. Provare a superare quel muro.

Eppure..

Eppure una volta, l’unica cosa che cercavamo di oltrepassare erano le nostre ossa, in una morsa spasmodica, con un uncino che ci trafiggeva il petto e ci spingeva verso l’altro. E ci abbracciavamo sempre di più per trovare il giusto incavo in cui incastrarsi per poi rimanerci per sempre. Ora non c’era più un uncino che ci legava, ma solo quell’ancora d’amore. Noi continuavamo ad attraccare, pensando a come avremmo voluta lanciarla, quell’ancora, CONTRO e non oltre quel muro. E ogni lancio, il terrore di non avere risposta.

Un sasso. Come stai?

Potesse il vento portare via questi ricordi…

40- Successe così. Tutto in un secondo.

L’ultimo sasso che mi è arrivato era sporco di sangue. Ho raccolto quella pietra e ho sentito che aveva l’ultimo calore di una vita. Quella del mio amore.

E lì sono impazzita, o almeno questo è quello che dicono i dottori. Io dico solo che il cielo se ne è andato. E che sono stata trascinata a forza qua dentro dai miei genitori quando mi hanno trovata, per evitare che provassi di nuovo a lanciarmi anche io contro i mattoni di quel muro. Qui, in questo ospedale.

Ma io devo riuscire ad andarmene via di qui. Devo trovare il mio amore, oltre quella stupida barriera.

Tutumtutumtutumtumtutumtutumtutumtum..

Cosa è questo rumore?

…continua

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Le Pietre di Berlino · Racconti

Le Pietre di Berlino. Cap. 1

Notte.

0) …non sai mai dove puoi essere trascinata..

1) Mi chiamano Scarlett, scarlatta. Non so se questo è il mio vero nome o se è solo il colore del mio sangue. Non mi ricordo niente.

5) Oggi mi sono tirata un po’ più dritta sul cuscino e ho dipinto un po’. Poi mi sono ritrovata tra le mani un pezzo di murales e l’ho voluto scagliare contro la finestra. Non ha fatto rumore però. Ma mi hanno rifatto una puntura. Dormo.

8) Avrei voluto tanto un figlio. Qui ci sono dei bambini. Vengono intorno al mio letto e mi chiedono chi sono. Io a volte rispondo, ma spesso non so bene cosa dire. Chi sono in fondo io?

Loro hanno belle bocche rosa e denti bianchi.

Ce n’è uno che non parla mai però. Mi dicono che è un figlio della guerra. Quando è sveglio è come gli altri bimbi. Poi si addormenta. Ed impazzisce. Nessuno sa cosa sogna, lo vediamo mentre inizia a scuotersi violentemente e a graffiarsi il viso da solo, rimanendo con gli occhi chiusi. Nessuno può fare niente. Possono solo svegliarlo, ma certo non impedire che non si riaddormenti più. Gli incubi: nessuno li può fermare. Dicono che sia nato così. La causa? La mamma è una sopravvissuta dei campi. Certe cose si mescolano al sangue. Peggio di una malattia.

12) Prima non ero così. Io prima sorridevo. Ora ogni parte del mio corpo viene risucchiata dalla forza di gravità e mi sento pesante. Oggi hanno provato a farmi rivivere a furia di domande l’ultima notte insieme a lui. Credono di guarirmi?

E va bene. Eccola. Ve la racconto:

Ho sfilato i pantaloni e mi sono infilata sotto le coperte. Appoggiata su un fianco, con le gambe nude raccolte al petto, assaporo la frescura del lenzuolo pulito. Poi mi scopro di nuovo, mi alzo e mi sfilo pure la maglia. Torno nel letto e osservo fuori dalla grande finestra.

Berlino si staglia oltre il vetro: fredda e risolutrice, con la sua neve un po’ sciolta, ma che fa ancora ricordare il ghiaccio della tormenta appena passata. Palazzoni alti, grigi. A dividere me dagli altri palazzi una larga strada e la linea del tram. Sono tre notti che rimango sveglia e che vedo l’intera notte maturare e non c’è stato un solo momento in cui quella nera strada sotto di me non sia rimasta completamente deserta. Le maligne macchine scorrono silenziose tra le braccia dell’asfalto accanto anche a qualche creatura in bicicletta, coperta con pesanti cappotti scuri. Ed io, dal mio sesto piano, con altri quattro piani sopra, mi sento troppo silenziosa per avere il diritto di esistere.

C’è un altro letto vuoto accanto a me, bianco e scomposto; sembra mutilato da chissà quale malattia. É buio. Solo la piccola abatjour vicino al mio cuscino è accesa. La chiave nella serratura gira. La porta si apre, poi si richiude. È lui che è entrato.

“Dormivi?”

“No, ti aspettavo.”

Lo scorgo sfilarsi anche lui i pantaloni e rimanere in maglietta. Accende piano la radio, centra il segnale su un canale di musica classica e viene anche lui sotto le coperte.

“Lo sai che ho bisogno della radio per addormentarmi, da quando….”.

“Non mi da noia, lo sai.”.

Io spengo la luce. Lui allunga un braccio e lo poggia sul mio petto. Io mi avvicino a lui, e lo abbraccio, incrociando il mio corpo con il suo. C’è solo la musica classica che ci ricorda che siamo ancora vivi.

Il resto non è vita, non è guerra fredda, gelida, non è male, non è paura… è solo acqua che gocciola, come se non fosse niente. Io e lui, nell’abbraccio della nostra vita… nell’unico contatto possibile ormai in questo mondo d’ingiustizie, d’incomprensioni e di deliri… nell’ultimo inconsapevole dolore e slancio di disperazione realizzabile, perché poi…

Sto urlando troppo.

Altra iniezione. Dormo.

..continua.

Maggese:Monologhi di Donne

Bestemmie e Zagare. Storia di ROSALIA

“Sono vecchia.
E voglio morì. Da mo’ che voglio morì.

Se qualcuno mi incontra io glielo dico sempre che sto aspettando. Quelli mica capiscono cosa. Un sacco di gente quando mi vede in piedi sull’uscio di casa, con la borsetta al braccio, mi chiede:
“Che sta aspettando Donna Rosalia?”
E io rispondo:
“Il Signore che mi viene a prendere.”
Ed quelli continuano:
“Ah, sta aspettando che la passano a prendere? Dove deve andare? Se vuole la accompagno io..”
E io mi faccio il segno della croce e gli dico che certe bestemmie é meglio non dirle.
Mica ci pensano loro che io mi voglio far trovare pronta per quando arriva la morte e mi porta via. Pronta e sistemata.

Perché sono vecchia e voglio morire. Mi fanno male le ossa e in TV fanno ormai le solite cose. I nipoti sono grandi e figli non li fanno. Poi ho campato bene, ma mi manca litigare con mio marito. È già troppo che non lo controllo lassù, chissà se sta facendo il bravo cristiano.

A quello glielo dovevo dire sempre: “Non bestemmiare! Fatti il segno della croce! Non te la finire la bottiglia, che non è domenica! Metti a posto quelle mani, che quella è tua nuora, orbo che sei diventato…”. Mica sono sicura che quello, ciecato come era diventato, non mi acchiappa un angelo per una coscia scambiandolo per qualcun’altra. Ha bisogno della moglie accanto o lo fanno finire all’Inferno, dal Purgatorio dove sicuro sta.

Tanto io qui ho finito, mi fanno male le ossa e in TV pure parlano solo di vecchi.

Ho già dato tutte le disposizioni. Voglio che mi regalano un vestito nuovo, bello, elegante, che tutti mi guardano nella bara e si pensano che sono una signora di città. Poi voglio la banda, che deve suonare una tarantella. Ma non la banda di qui… quella non mi piace e i musicisti sono vecchi pure loro. No, voglio quelli che vengono per il Santo Patrono. Quelli sono giovani e c’hanno tutti la divisa con le spalline dorate e gli strumenti che suonano davvero. Io ogni anno che vengono mi metto in prima fila con la sedia e mi immagino già quando verranno a suonare dietro a me. L’anno scorso glielo ho detto pure ad uno di quei giovanotti che li voglio al mio funerale. Quello si è messo a ridere ma me lo ha promesso. Ve lo ho detto che muoio felice!


Ai figli pure gli lascio un po’ di soldi per le cose loro. Ad ogni figlio gli ho preparato precise precise le stesse buste con i soldi, che stanno tutte sotto al materasso. A tutti uguali eh! Io non ne faccio di distinzioni, a tutti voglio bene uguale, a tutti gli stessi soldi. E non ho fatto come Peppe mio… che al primo, quello che aveva il dubbio fosse un bastardo (per via che è nato ai sette mesi e che la prima notte l’ho fatto bere troppo e non si ricorda se ero pura o no)… eh a quello gli ha sempre dato meno. No no, io ai figli miei tutto uguale!


In realtà sta storia dei sette mesi mi turba un po’ riguardo alla morte. Ma non per il Signore, più per Peppe mio.

Perché sono sicura che alla fine a Peppe mio l’ho convinto che era suo, il bastardo. Però se poi mi vede arrivare anche a me dalle zone sue del purgatorio capace che ricomincia con questa storia. E non gli posso inventare che sto lì perché anche io bestemmiavo… Toccherà inventarsi qualcos’altro, qualche altro peccato. Tanto dobbiamo passare il tempo per risalire su, ne ho di tempo per convincerlo.
Mentre per il Signore sto tranquilla. Perché sono sicura che finisco lì, anche per la storia del bastardo. Così il prete mi ha detto: che visto che mi confessavo subito, ma proprio subito subito dopo il peccato, proprio lì dove succedeva insomma… eh si, nella stessa chiesa, è come se il peccato fosse più leggero. L’importante è che non lo dicevo a nessuno. Sennò si che finivo all’Inferno. Mentre al Purgatorio, “con ste tette che c’hai, ci finisci comunque Rosalia mia..” Così mi diceva sempre Don Mario. E io gli credo.

Gli ho sempre creduto a Don Mario. Se non gli avessi creduto non mi sarei fidata a seguirlo fin lì da sola no? Non che avessi tanta voglia in realtà… anzi a dirla tutta non ne avevo propria e manco sapevo che fosse quella roba lì. Mica come le ragazzine di 15 anni di oggi. Però sapevo che i preti hanno sempre ragione. E c’è da dire che è sempre stato di parola poi Don Mario. Pure quando mi diceva che mi trovava lo sposo se succedeva qualcosa, per non rovinarmi insomma. E infatti me lo ha trovato subito subito, e ci ha sposati pure subito subito! Uh quante ne ha sposate Don Mario! E a tutte regalava grandi mazzi di zagare. Diceva che era perfetto per una sposa quel fiore. Belle, profumate, e coi frutti sodi come le arance… Se ne intendeva di fiori lui. E infatti io le voglio anche sulla tomba.. Solo Zagare!

Insomma sono pronta. Tanto la TV dice sempre le stesse cose.
Dice che muoiono un sacco di vecchi per sto Corona, e io che ce sto a fare ancora qui? Ti prego Signore risparmia qualche giovanotto e piglia a me…. Senti senti là.. Tutti questi che se ne vanno.. Signore io ti aspetto eh che in TV dicono che stanno tutti… No, aspetta.

Aspetta un attimo. Aspetta tu. Un attimo. Che? Che cosa?? “

Donna Rosalia, si ferma davanti alla televisione. Poi si gira, afferra la borsetta e si avvia più velocemente possibile, vecchiaia permettendo, alla porta di casa. Apre la porta e lancia con fare minaccioso la borsetta al cielo, che finisce sul marciapiede davanti.

E con tutta la rabbia di chi, nella vita, ha sopportato sempre tutto, senza chiedere mai spiegazioni, credendo al Cielo e a chi in terra parla per lui, ma che all’improvviso scopre che è stata ingannata, inizia ad urlare indicando il cielo:

“OH non t’azzardare eh! Non t’azzardare Signore a venirmi a prendere ora!! Eh no, pure te Peppe bello, acchiappati chi ti pare! Signore non ti azzardare!! Don Mario diteglielo pure voi, in nome di tutte le volte che vi ho detto si… Diglielo di aspettare a venire!!! CAPITO SIGNORE??? Che la TV ha detto che se vieni ora NON ME LO FANNO IL FUNERALE!!!”

Zagare

“La leggenda narra che un re spagnolo dopo aver ricevuto in regalo da una bellissima ragazza un albero d’arancio lo fece piantare nel giardino del suo castello. Quando un ambasciatore di passaggio nel suo regno chiese al sovrano di regalargli un ramoscello di fiori d’arancio, il re rispose che mai avrebbe dato a qualcuno un solo ramo della pianta a cui teneva così tanto.
L’ambasciatore incassato il rifiuto del re si rivolse allora al giardiniere per ottenere un ramo di fiori d’arancio pagandogli il servigio 50 monete d’oro, denari con cui il giardiniere poté finalmente dare la dote alla figlia in modo da farla sposare. La ragazza il giorno della nozze adornò i suoi capelli con un ramo di fiori d’arancio in onore della pianta che le aveva dato l’opportunità di convolare a nozze e da allora le zagare sono rimaste indissolubilmente legate al fatidico giorno.”