Maggese:Monologhi di Donne · Mamma Selvatica · Racconti

Lasciate raccontare i dolori del parto.

“Oggi vorrei parlare del dolore del parto.”

Quante volte avresti voluto sentire questa frase durante il corso pre parto? Frase che non viene quasi mai pronunciata. Ovvio, perché spaventare in una volta sola dozzine di future mamme agli sgoccioli? Potremmo mandarle nel panico, farle arrivare a quel giorno con troppa ansia addosso. Quante volte, accanto alla descrizione meravigliosa dei tanti parti veloci e naturalissimi ci si sofferma sulle possibili complicazioni? Su cosa aspettarsi se il parto naturale, o totalmente spontaneo non sarà? No, il tempo non è abbastanza in un corso, ti dicono, per soffermarsi sui casi specifici, sull’induzione, sul momento della somministrazione della peridurale, sulle ore che ci può impiegare il tuo corpo “fatto per fare figli” per decidere davvero di mettere al mondo tuo figlio.

Perché non tutti i travagli sono uguali. Non dico che tutte soffriamo ugualmente e per lo stesso motivo, ma non tutte abbiamo la fortuna di seguire il classico iter (gravidanza a termine- rottura acque a casa- conta delle contrazioni- corsa in ospedale- dilatazione- a volte epidurale- travaglio- nascita- gioia). Ma quel “partorirai con dolore” è troppo generico, perdonate.

Nel mezzo può esserci di tutto, senza che questo rechi nessun danno al bambino. Io per esempio ho sofferto più del “normale” e per più tempo del “normale”, sono rimasta ricoverata a causa di tutto questo più tempo del “normale” eppure mio figlio è stato benissimo fin da subito. Questo porta ulteriormente a dimenticarsi di interrogarsi su quello che ha sofferto la madre.

“Oggi vorrei parlare del dolore del (MIO) parto.”

Quante volte avresti voluto dire questa frase i mesi successivi al parto. O meglio ancora, quanto avresti voluto che qualcuno ti chiedesse, “Mi vuoi raccontare nel dettaglio quanto hai sofferto e come hai superato il dolore del parto?”

No. La gioia della nascita sovrasta tutti, tutti tirano un sospiro di sollievo quando smetti di urlare, chiedono del bambino, i più intimi come stai tu madre, i complimenti al papà… si assicurano che i tuoi postumi non siano gravi, quello sì. Ma qualcuno che ti si siede accanto, prende la mano e ti chiede: quanto e dove faceva così male? é andata come credevi? Ti hanno supportata come avrebbero dovuto? Oppure semplicemente ti dicano: “Raccontami.”

Beh, in effetti qualcuno.. chi potrebbe essere quel qualcuno? Le amiche… nooo non spaventarle, “ma che sei matta?” Stesso discorso del corso pre parto. Potrebbero bloccarsi e decidere di non fare figli, se non li hanno già. Se li hanno avuti, hanno il tuo stesso pudore e preferiscono non ricordare, non rivangare.. a parte quella che ti guarda, riconosce la tua sofferenza, e sogghigna sussurrando “Ora capisci perché ne ho fatto uno solo?”. Con gli uomini, nemmeno ci provi. Loro in quei momenti stanno ringraziando il loro personale dio di essere nati maschi, gli basta aver assistito (a volte) ad una parte del parto. Le mamme per tutelarti d’altra parte ti crescono con la “favoletta” che una volta nato il bambino ti dimentichi di tutto.. sono poche quelle che poi vengono a dirti “ho bluffato per una vita, ora dimmi come è andata”. Per non parlare di quelli che ti dicono “ma che ti credevi, che fosse una passeggiata di salute?”.

Morale della favola: per qualche oscuro motivo quel dolore dobbiamo far finta che non esista, che non sia mai esistito.

Io invece vorrei rispondere a tutte quelle persone punto per punto su come parlare e lasciar parlare di quel dolore non faccia altro che aggiungere dignità, valore, rispetto alle donne.

Perché credo che raccontare alle donne quello che potrebbe succedere al loro corpo davvero e per quanto tempo, anche nelle peggiore delle ipotesi, con le giuste parole ovviamente, sia solo un modo di dirgli, “te lo racconto per prepararti al peggio, perché so che comunque riuscirai ad affrontarlo, perché credo in te.” Non sono delle bambine, sono esseri umani adulti che si sono prese la responsabilità di mettere al mondo un’altro essere umano. Possono farcela.

Raccontare di quel dolore credo possa essere inoltre un arma in più per la donna.

Un arma che in ospedale avresti potuto usare quando l’infermiera di turno dice al futuro padre “non si preoccupi, LEI VADA A RIPOSARSI, tanto ancora è presto per la nascita, torni domani mattina”. Avresti potuto dire “NO! TU, amore delle mia vita, RIMANI QUI perché io potrei rimanere immobilizzata dal dolore, o svenire, e aver bisogno di chiedere aiuto, aver paura di non superare la notte, aver bisogno del tuo volto, chiedere il cesareo, non riuscire a fare pipì in presenza di estranei, avere le allucinazioni e molto altro, ti potrei mandare a chiamare un’altra ostetrica meno acida e superficiale. E la tua presenza mi salverebbe la vita, mi darebbe la forza necessaria per superare quelle ore”. Oppure avresti potuto rispondere a tono a quell’ostetrica (di nuovo lei) che distrugge tutte le tue illusioni quando, dopo una nottata da sola in corsia con contrazioni fisse, alla domanda “quindi dopo quasi 10 ore di contrazioni siamo vicini, giusto?” ti visita e dice ” no non è ancora dilatata. Ma che si crede, è solo l’inizio questo!”.

No, non ti avrebbe fatto soffrire meno saperlo, ma forse lo avresti affrontato con più dignità, non ti saresti sentita persa e smarrita, sbagliata perché a differenza di tanti racconti tu non credi di farcela, avresti saputo gestire meglio il tempo, ascoltare meglio il tuo corpo sapendo già molto di quello che capitava e senza bisogno di cercare continuamente conferme dagli altri.

Raccontarlo poi alle donne che i figli ancora non ce l’hanno non dovrebbe essere “vietato”. Fare un figlio non è solo quello, ma non è nulla di cui ti puoi scordare velocemente. Se tutte le tue amiche lo sapessero forse si sentirebbero meno sbagliate, o debole se capiterà anche a loro di soffrire in quel modo o se il ricordo ti rimarrà dentro per anni.

Raccontare quel dolore aiuterebbe tutti. Pure le “vecchie generazioni” poi che ti dicono con invidia “eh ma che volete lamentarvi, voi avete anche l’epidurale! Allora noi che avremmo dovuto dire?”. Care mamme, nonne, zie, vicine. A me l’hanno fatta l’anestesia, anzi hanno dovuto fare due tentativi per riuscire a trovare il punto giusto dove mettere l’ago, mentre ti tengono ferma quasi con la camicia di forza. E nonostante l’anestesia signore ho sentito tutto il dolore del bacino che si apriva, lo sapete? E poi, si, anche voi avreste dovuto dire qualcosa invece di soffrire solo in silenzio, ne avevate diritto anche allora.

Ma alla fine tutto questo non è successo. Va bene, non te ne hanno parlato prima, ma posso parlarne IO dopo allora?

Quando ce l’hai fatta, quando hai superato tutto, quando mesi dopo sei tornata in forza… perché se provi a raccontare ancora quanto sei stata male credono che tu ti stia “solo” lamentando di qualcosa di ovvio?
Perché siete convinti che con la frase “eh ma poi ti ha ripagato di ogni dolore l’arrivo della gioia” tu possa stare meglio? Perché non vi passa dalla testa che tutto quel dolore, quella maratona solitaria, quella fatica e paura ti ha distrutta talmente tanto che la gioia del figlio non l’hai sentita subito? Il parlare di quel dolore allora sminuirebbe la felicità che tuo figlio poi ti ha dato? La frase “ma ora pensa a lui!” aggiunge ancora più umiliazione a tutto perché a quel punto oltre che lamentosa sei egoista e snaturata.

Poi c’è chi crede che tu stia incolpando qualcuno degli operatori sanitari, nel tuo tentativo di riportare l’attenzione a quei giorni. Forse c’è pure quel problema, ma NO, NO non è solo quello, non è nemmeno quello il punto.

La bassezza più grande è quella poi, quando decidi di intraprendere un’altra gravidanza, che il commento tra le righe sia : “ma allora non è stato così doloroso! ” o ” allora è vero che si dimentica.”

NO, NO E ANCORA NO. Non si dimentica, forse ci saresti riuscita se ti avessero supportata. Quel dolore rimane dentro e forte, anche se tutto il resto ormai scorre veloce intorno. E non è vero che non hai sofferto così tanto quando non avevi più la forza di parlare e facevi solo si o no con la testa, convinta che quello che era “sicuramente un bel bambinone!” sicuramente non saresti mai riuscita a farlo uscire, non è vero che non era paralizzante la sensazione di essere incastrata in qualche cosa che non aveva più soluzione.

La verità è che proprio perché da sola (io ho avuto il mio uomo accanto, ma solo a metà dell’agonia, a causa appunto di quell’ostetrica), comunque, ne sei uscita dal quel parto e post parto disastroso e ora il peggio che ti possa capitare sai benissimo cosa è, che la scelta di affrontarne un’altra diventa una delle più coraggiose che tu una donna possa fare. Perché se sei riuscita a sopravvivere a tutto quello e agli incubi successivi forse saresti degna almeno adesso di poterti raccontare. Se invece decidi che non vuoi ripetere l’esperienza sei degna quanto l’altra di rispetto, e la colpa semmai è di chi non ti ha ascoltata, non certo tua.

Quindi la vera morale della favola dovrebbe essere: fatele parlare, le donne che hanno sofferto di parto. Fatele sfogare, svuotare totalmente di ogni dettaglio, imbarazzante o sporco, violento, fino a che ne hanno bisogno, fino a che hanno parole da raccontare. Fatele parlare tanto quanto quelle che per fortuna e per caso hanno vissuto la nascita e il puerperio come un momento idilliaco e di pura gioia. Hanno entrambe il diritto di farlo. Ascoltarle entrambe non influenzerà il vostro travaglio, non vi spoglierà della vostra integrità di madre, non vi dissuaderà di avere un altro figlio se lo volete davvero, vi aiuterà soltanto. O se credete che non vi possa essere d’aiuto, glielo dovete concedere come minimo: hanno fatto la cosa più importante che si possa fare sulla terra, mettere al mondo un’altra vita, nonostante tutto.

NB: Nessuna generalizzazione riguardo alle ostetriche. In quella lunga degenza solo una, (purtroppo capitata nel turno delle mie doglie) si è dimostrata poco disponibile. Le altre sono state angeli, per quello che potevano fare in quella situazione. Purtroppo come ogni mestiere, è fatto da persone, e non tutte le persone sono uguali, anche se in alcuni ambiti a mio avviso dovrebbero mantenere alcuni livelli di decenza.

Maggese:Monologhi di Donne · Mamma Selvatica

Quello che mi ha ridato la Natura (e lui)

La Natura mi ha ridato la fiducia nel tempo e soprattuto in me stessa.
Quando siamo venuti a vivere in questa casa e ho potuto affondare di nuovo le mani nella terra del giardino, della campagna, come da ragazzina, paradossalmente ogni volta che piantavo qualche seme, semplicemente travasavo le mie piante che mi ero portata dalla città, nella mia testa c’era una totale sfiducia nella riuscita di quella nuova nascita. La stessa sfiducia che avevo avuto quando avevamo deciso di avere il primo figlio. Le mie azioni non si fermavano, sia chiaro, ma la testa era scettica, mentre le mani lavoravano.

Il mio compagno, nonostante non avesse lo stesso bisogno di verde che avevo io né la voglia di dedicarsi ad esso, aveva però l’entusiasmo e la voglia di riassaporare alcuni sapori che invece viveva spesso nelle tradizioni dei nonni e dei genitori stessi: la raccolta dei pomodori, delle olive, le verdure stagionali del piccolo orticello dove andava a lavorare la terra il padre in pensione. Non capiva la mia perplessità che contrastava tra l’altro con il desiderio che avevo avuto così forte fino a quel momento nella ricerca di una casa con tutto quello spazio da curare e “sfruttare”. Inoltre io ero cresciuta nei boschi si può dire e avevo questa grande predisposizione per tutto ciò che era selvatico, mentre lui bene o male era sempre stato più cittadino di me e solo un consumatore passivo delle colture dei parenti. Quindi mi spingeva a comprare oltre a piante già in in fiore, piante da orto ovvero impegni a lungo termine insomma con la terra. Il suo solito entusiasmo, la sua nuvoletta di ingenuità, la sua leggerezza a volte, in contropiede al mio passato, mi spronavano; ma non capiva che all’improvviso era in me che non avevo fiducia una volta trovatami faccia a faccia con la brulla terra.

La città, nonostante mi avesse dato tante cose negli ultimi dieci anni, mi aveva tolto anche altrettante. Era stata un rifugio, una ribellione in realtà a quella vita nei boschi, a quell’estremo isolamento che cozzava con il mio bisogno di crescita e indipendenza. Ed era riuscita a darmi tanto di quello che cercavo, attraverso molte prove di forza e resistenza, di pura sopravvivenza al ritmo frenetico, alla sensazione meravigliosa ma anche complessa di essere nella Capitale. Ma aveva anche ridimensionato la grandezza delle mie passioni, ridotto il mio ego, ricordandomi di essere solo un numero in mezzo al traffico. Le giornate intere passate alla ricerca di un vero colloquio di lavoro, del parcheggio libero, del marciapiede agibile, dell’autobus che non arrivava, della visita in ambulatorio, del funzionario competente, della strada senza cantiere bloccato, del parchetto senza bottiglie rotte… tutte quelle frustranti ore avevano forse reso il mio animo sterile. Non mi aveva certo aiutata la persona con cui l’avevo vissuta quella città, anzi mi aveva resa ancora più arida. Lui che aveva voluto così tanto viverla, la Grande Bellezza, ma che aveva avuto solo porte chiuse in faccia; lui che si arrese prima del tempo, crogiolandosi poi su un divano consolatorio, convincendo anche me che in fondo è tutto il pianeta terra che non ha spazio per persone come noi, giovani studenti di materie umanistiche ma soprattutto noi sognatori di provincia, che nella grande città possono starci solo in affitto (perché se ci eravamo nati a quest’ora era tutto più facile, secondo lui).

Quindi, una vita dopo (anche se in realtà solo pochi anni dopo), non più con Lui ma con la mia “salvezza dagli occhi azzurri”, con il nostro rivoluzionario amore e con il nostro primo figlio, nella nostra nuova casa, davanti a quel prato spelacchiato, (giardino trascurato per anni), potevo io aver fiducia nelle mie capacità di piantare un seme, o di far crescere addirittura una pianta di pomodori? Ricordo che per il primo pezzetto di prato ho sparso i semi e li ho ricoperti di terra due tre volte nel giro di poche settimane, perché convinta di aver sbagliato qualche passaggio; ma alla terza volta, smuovendo la terra mi accorsi che stavo solo estirpando dei piccoli germogli: perché il prato aveva già ricominciato a crescere, ma io non me ne ero accorta, ancora non potevo vedere, perché erano ancora leggermente sotto alla superficie. Non gli avevo dato fiducia, alla terra, e me ne vergognai. Quasi mi scusai. Iniziai a rallentare le semine, aspettare il giusto tempo della crescita.

Ho imparato tanto in questo quasi anno di giardino. Ho imparato ad aspettare a travasare alcune piante, perché alcune hanno bisogno di crescere ancora un pò nella loro alcova stretta, non come me. Ho imparato che quando le travasi poi c’è da aspettarsi una reazione opposta a quella di una improvvisa crescita: molte perdono le foglie, sembra siano morte, ma se le lasci stare, quelle appena hanno metabolizzato il cambiamento ributtano più rigogliose di prima. Questo in particolare mi ha insegnato anche a vivere meglio con il mio compagno, (che come alcune piante, di nuovo diversamente da me, ha bisogno di tempi più lunghi per abituarsi alle nuove situazioni), e a lasciar passare serenamente i momenti di regressione di mio figlio dovuti a importanti cambiamenti come svezzamento o deambulazione su due piedini.

Non ero una persona senza più pazienza, ero una persona senza più fiducia nelle proprie capacità, che è ben diverso. La tenacia mi era rimasta perché il giorno che avevo rivoluzionato la mia vita con la mia “salvezza dagli occhi azzurri” mi ero ripromessa di lottare sempre ogni giorno per quello che volevo davvero. Ma avevo perso la sensazione che il mondo fosse un posto dove poteva crescere davvero nuova vita. Insomma, ero una lottatrice convinta di avere però solo mulini a vento davanti. La Natura, con i suoi germogli, (e con lo zampino inconsapevole di mio figlio e suo padre) mi ha ridato tutto questo e gliene sarò grata per tutta la vita.

Maggese:Monologhi di Donne

Diritto al dolore: Storia di ANNA

I hurt myself today

To see if I still feel

I focus on the pain

The only thing that’s real

“Hurt” Jhonny Cash

“Lasciatemi il diritto di stare male. Giusto un po’. 

Lo so, so benissimo che tutto quello che dite è giusto, sensato, lucido e ponderato. So inoltre che non lo fate con cattiveria, e che dovrei reputarmi fortunata… c’è chi pagherebbe oro per avere persone rassicuranti come voi.

È che io in realtà non avrei nemmeno bisogno di essere rassicurata.. so bene tutto. Non è che sono giù di morale, o (come piace dire a me) non è che sono “frastornata” perché le cose che mi dite non le so anche io. Non sono meno intelligente di voi e riuscirei tranquillamente a consolarmi da sola con due o tre parole molto meglio di come cercate di fare voi. Non è questo il punto.

Mi state togliendo la possibilità di esprimere un dolore, una delusione, una debolezza, la sensazione di avere il fato avverso. Mi state togliendo il diritto di provare dolore mentale.

E mi chiedo.. Perché accade questo? Perché non mi permettete di soffrire? Perché mi volete bene, certo, in primis.. e questo non lo ho mai messo in dubbio e mi riempie di gratitudine, ovvio.

Ma ormai ho vissuto talmente tanto la mia forza e la mia relazione con gli altri per sapere che, in fondo, il volersi assicurare che io stia bene, (subito, senza poter lasciare che io mi butti giù nemmeno per mezza giornata, o per mezz’ora) è quasi una forma involontaria di egoismo.

Voi non potete permettervi che io crolli, nemmeno per un secondo.

Perché voi, voi siete abituati a non avere la forza per affrontare le cose, e ad evitarle a volte, o lamentarvi, o chiedere subito aiuto a qualcun’altro quando le cose si fanno difficili. E rischiare così di dover rialzare davvero me, quella che invece vi fa sempre da grande roccia, grande madre positiva, pratica e spiccia, vi spaventa a morte. Perché non ci riuscireste.

Non avreste mai la forza di prendermi davvero in braccio una volta che io fossi davvero sprofondata.

Quindi non mi date nemmeno il tempo di iniziare a poter stare male… SUBITO SUBITO mettiamo i punti in superficie senza vedere se il taglio è pulito o infetto. Chiudiamo SUBITO, la mia ferita. E io ve lo lascio fare. Questo è il problema. Io sono comunque più forte di voi per riuscire a far finta che mi state aiutando. Ma d’altra parte come potreste fare altrimenti? 

Tutte le volte che io stavo male davvero voi non lo avete mai saputo perché io non ve lo ho mai raccontato. Sempre parziale nella mia disperazione, sempre attenta a non ferire voi con il mio dolore. Sempre lacrime asciutte, asciugate prima di arrivare da voi, anche se la premessa era che venivo da voi per sfogarmi un po’.

Non credo che lo facessi perché volevo sembrare forte o che considerassi un peccato soffrire per quello che stavo soffrendo. Avevo sempre la sensazione più che altro che in fondo non ne avessi diritto, di disperarmi. Sempre con la sensazione che da me ci si aspettasse altro, che sono io che dovevo occuparmi di voi. Che la situazione non la potessi perdere di mano. Quindi il male di cui a volte parlavo non arrivava davvero. 

Mi aprì gli occhi una delle tante mie inquiline ai tempi dell’università, una di quelle strane e svampite, con poco filtro, che arriva dalla campagna e che il diritto di stare male invece se lo prendeva spesso. Lei sapeva mostrare bene i suoi tumulti emotivi… come ad esempio decidere all’ultimo secondo di non dare un esame presa dal panico o piangere a dirotto per ore perché non riusciva a passarlo, quell’esame, la volta che ci provava. Io non ho mai battuto ciglio davanti a nessuno in quell’ambito, non me lo sono mai permesso. Andavo e davo l’esame, o non lo davo e basta.

Ecco, lei, nel suo guazzabuglio di emozioni nostrane un giorno mi disse nel suo dialetto spiccio: “Tu non si capisce quando soffri.”. 

Semplice, spontanea, vera. E me lo disse in uno dei periodi più bassi della mia esistenza. Quando ero preda di calmanti e stabilizzanti dell’umore. Qualcuno si sarebbe fatto trovare vagante e scorporato quasi da una schiena dolente e un anima distrutta, ubriaco sul tavolo della cucina, anche solo perché studente fuori sede e avente diritto per antonomasia a quella situazione. Io invece ricevevo solo un “non si capisce quando soffri”. 

La stessa cosa valeva con Lui. Riuscivo come un trattore a passare sopra le mie sofferenze e mettere comunque un piede davanti all’altro la mattina, ma questa per lui non era resilienza, no, per lui voleva dire che io non ero abbastanza dispiaciuta e dolorante per le nostre ennesime crisi.. per i nostri litigi, per i suoi fallimenti. Avrei dovuto anche io deprimermi su di un divano per poter dimostrare che soffrivo abbastanza anche per lui.

E quel “non si capisce quando soffri” per lui diventava “non soffri abbastanza, non sei abbastanza contrita”.

Ma la realtà era indimostrabile. Io non riuscivo a esprimerla la mia infinita agonia. La mia mimica facciale era bloccata. Le mie lacrime erano ferme alla gola. Creavano un grumo solido e doloroso sotto l’epiglottide ma non salivano né scendevano.. Un po’ come l’uovo sodo di Virzì. Eppure soffrivo e non ne potevo più di non sentire il dolore che defluiva via dal mio corpo ma rimaneva stagnante ad imputridire sotto la pelle.

Sarà per quello che presi la malsana abitudine di utilizzare una lametta per far uscire un po’ di tutta quella angoscia, come se a quel punto con un delle ferite evidenti avessi avuto un motivo oggettivo per essere curata. Da sola, in un angolo del mondo stavo meglio. Per pochi secondi perché poi la vergogna e il bruciore mi invadevano e cercavo di nascondere tutto. Forse uno sguardo attento si sarebbe accorto di qualcosa, ma le giustificazioni di quei tagli erano abbastanza convincenti per qualcuno che non vuol vedere.

E sono andata avanti nella vita. Ho riempito i miei vuoti con ferite e svuotato l’anima con incidenti casalinghi. Poi sono nate le mie figlie. Le mie gemelle, le mie meraviglie.

È riduttivo parlarne qui. Sono talmente tante le emozioni anche contraddittorie legate all’essere diventata mamma che non basterebbero mille anni di confessioni. Ma la costante è sempre rimasta la stessa: resistere, resistere anche per loro. Resistere ancora più di prima. Resistere contro il vento delle sofferenze. Ferirsi, pardon… piegarsi ma non spezzarsi.

Ma ora questa in questo lockdown non ho scampo. Non riesco a respirare dal dolore, non riesco a trovare un angolo libero per il mio sfogo giornaliero, mi si sta chiedendo veramente troppo. Mi sveglio la mattina con il terrore di essere scoperta. Devo gestire il lavoro, le figlie, lui, e il mio panico tutto tra quattro mura… senza che io possa farmi prendere dallo sconforto e dalla paura che questa realtà apocalittica mi sta trasmettendo. Fosse per me mi butterei sotto un piumone ad urlare disperata, ma spaventerei le mie figlie. Vorrei piangerei anche solo un pochino in bagno ma lui se ne accorgerebbe. Vorrei mollare la presa appena un po’ ma i ritmi che devo mantenere per il suo equilibrio subirebbero dei rallentamenti. Vorrei chiamare qualcuno e dirgli quanto ho paura, ma sembra che visto che questa situazione ha colpito tutti io ho ancora meno diritto di lamentarmi. Ai miei timidi accenni agli amici le risposte sono sempre le stesse: la mia famiglia è in salute, non ho perso il lavoro, ho il supermercato davanti casa… perché non mi guardo una serie televisiva e mi rilasso? Perché non faccio una torta? Perché io vorrei poter soffrire invece. Tutto qui.

Vorrei sentire la tensione che scende, vorrei sentire defluire dalla gola la pressione che fanno le mie sensazioni nello stomaco.

Lasciatemi il diritto di stare male. Giusto un po’. Vi prego. “

Maggese:Monologhi di Donne

Bestemmie e Zagare. Storia di ROSALIA

“Sono vecchia.
E voglio morì. Da mo’ che voglio morì.

Se qualcuno mi incontra io glielo dico sempre che sto aspettando. Quelli mica capiscono cosa. Un sacco di gente quando mi vede in piedi sull’uscio di casa, con la borsetta al braccio, mi chiede:
“Che sta aspettando Donna Rosalia?”
E io rispondo:
“Il Signore che mi viene a prendere.”
Ed quelli continuano:
“Ah, sta aspettando che la passano a prendere? Dove deve andare? Se vuole la accompagno io..”
E io mi faccio il segno della croce e gli dico che certe bestemmie é meglio non dirle.
Mica ci pensano loro che io mi voglio far trovare pronta per quando arriva la morte e mi porta via. Pronta e sistemata.

Perché sono vecchia e voglio morire. Mi fanno male le ossa e in TV fanno ormai le solite cose. I nipoti sono grandi e figli non li fanno. Poi ho campato bene, ma mi manca litigare con mio marito. È già troppo che non lo controllo lassù, chissà se sta facendo il bravo cristiano.

A quello glielo dovevo dire sempre: “Non bestemmiare! Fatti il segno della croce! Non te la finire la bottiglia, che non è domenica! Metti a posto quelle mani, che quella è tua nuora, orbo che sei diventato…”. Mica sono sicura che quello, ciecato come era diventato, non mi acchiappa un angelo per una coscia scambiandolo per qualcun’altra. Ha bisogno della moglie accanto o lo fanno finire all’Inferno, dal Purgatorio dove sicuro sta.

Tanto io qui ho finito, mi fanno male le ossa e in TV pure parlano solo di vecchi.

Ho già dato tutte le disposizioni. Voglio che mi regalano un vestito nuovo, bello, elegante, che tutti mi guardano nella bara e si pensano che sono una signora di città. Poi voglio la banda, che deve suonare una tarantella. Ma non la banda di qui… quella non mi piace e i musicisti sono vecchi pure loro. No, voglio quelli che vengono per il Santo Patrono. Quelli sono giovani e c’hanno tutti la divisa con le spalline dorate e gli strumenti che suonano davvero. Io ogni anno che vengono mi metto in prima fila con la sedia e mi immagino già quando verranno a suonare dietro a me. L’anno scorso glielo ho detto pure ad uno di quei giovanotti che li voglio al mio funerale. Quello si è messo a ridere ma me lo ha promesso. Ve lo ho detto che muoio felice!


Ai figli pure gli lascio un po’ di soldi per le cose loro. Ad ogni figlio gli ho preparato precise precise le stesse buste con i soldi, che stanno tutte sotto al materasso. A tutti uguali eh! Io non ne faccio di distinzioni, a tutti voglio bene uguale, a tutti gli stessi soldi. E non ho fatto come Peppe mio… che al primo, quello che aveva il dubbio fosse un bastardo (per via che è nato ai sette mesi e che la prima notte l’ho fatto bere troppo e non si ricorda se ero pura o no)… eh a quello gli ha sempre dato meno. No no, io ai figli miei tutto uguale!


In realtà sta storia dei sette mesi mi turba un po’ riguardo alla morte. Ma non per il Signore, più per Peppe mio.

Perché sono sicura che alla fine a Peppe mio l’ho convinto che era suo, il bastardo. Però se poi mi vede arrivare anche a me dalle zone sue del purgatorio capace che ricomincia con questa storia. E non gli posso inventare che sto lì perché anche io bestemmiavo… Toccherà inventarsi qualcos’altro, qualche altro peccato. Tanto dobbiamo passare il tempo per risalire su, ne ho di tempo per convincerlo.
Mentre per il Signore sto tranquilla. Perché sono sicura che finisco lì, anche per la storia del bastardo. Così il prete mi ha detto: che visto che mi confessavo subito, ma proprio subito subito dopo il peccato, proprio lì dove succedeva insomma… eh si, nella stessa chiesa, è come se il peccato fosse più leggero. L’importante è che non lo dicevo a nessuno. Sennò si che finivo all’Inferno. Mentre al Purgatorio, “con ste tette che c’hai, ci finisci comunque Rosalia mia..” Così mi diceva sempre Don Mario. E io gli credo.

Gli ho sempre creduto a Don Mario. Se non gli avessi creduto non mi sarei fidata a seguirlo fin lì da sola no? Non che avessi tanta voglia in realtà… anzi a dirla tutta non ne avevo propria e manco sapevo che fosse quella roba lì. Mica come le ragazzine di 15 anni di oggi. Però sapevo che i preti hanno sempre ragione. E c’è da dire che è sempre stato di parola poi Don Mario. Pure quando mi diceva che mi trovava lo sposo se succedeva qualcosa, per non rovinarmi insomma. E infatti me lo ha trovato subito subito, e ci ha sposati pure subito subito! Uh quante ne ha sposate Don Mario! E a tutte regalava grandi mazzi di zagare. Diceva che era perfetto per una sposa quel fiore. Belle, profumate, e coi frutti sodi come le arance… Se ne intendeva di fiori lui. E infatti io le voglio anche sulla tomba.. Solo Zagare!

Insomma sono pronta. Tanto la TV dice sempre le stesse cose.
Dice che muoiono un sacco di vecchi per sto Corona, e io che ce sto a fare ancora qui? Ti prego Signore risparmia qualche giovanotto e piglia a me…. Senti senti là.. Tutti questi che se ne vanno.. Signore io ti aspetto eh che in TV dicono che stanno tutti… No, aspetta.

Aspetta un attimo. Aspetta tu. Un attimo. Che? Che cosa?? “

Donna Rosalia, si ferma davanti alla televisione. Poi si gira, afferra la borsetta e si avvia più velocemente possibile, vecchiaia permettendo, alla porta di casa. Apre la porta e lancia con fare minaccioso la borsetta al cielo, che finisce sul marciapiede davanti.

E con tutta la rabbia di chi, nella vita, ha sopportato sempre tutto, senza chiedere mai spiegazioni, credendo al Cielo e a chi in terra parla per lui, ma che all’improvviso scopre che è stata ingannata, inizia ad urlare indicando il cielo:

“OH non t’azzardare eh! Non t’azzardare Signore a venirmi a prendere ora!! Eh no, pure te Peppe bello, acchiappati chi ti pare! Signore non ti azzardare!! Don Mario diteglielo pure voi, in nome di tutte le volte che vi ho detto si… Diglielo di aspettare a venire!!! CAPITO SIGNORE??? Che la TV ha detto che se vieni ora NON ME LO FANNO IL FUNERALE!!!”

Zagare

“La leggenda narra che un re spagnolo dopo aver ricevuto in regalo da una bellissima ragazza un albero d’arancio lo fece piantare nel giardino del suo castello. Quando un ambasciatore di passaggio nel suo regno chiese al sovrano di regalargli un ramoscello di fiori d’arancio, il re rispose che mai avrebbe dato a qualcuno un solo ramo della pianta a cui teneva così tanto.
L’ambasciatore incassato il rifiuto del re si rivolse allora al giardiniere per ottenere un ramo di fiori d’arancio pagandogli il servigio 50 monete d’oro, denari con cui il giardiniere poté finalmente dare la dote alla figlia in modo da farla sposare. La ragazza il giorno della nozze adornò i suoi capelli con un ramo di fiori d’arancio in onore della pianta che le aveva dato l’opportunità di convolare a nozze e da allora le zagare sono rimaste indissolubilmente legate al fatidico giorno.”