Maggese:Monologhi di Donne

Diritto al dolore: Storia di ANNA

I hurt myself today

To see if I still feel

I focus on the pain

The only thing that’s real

“Hurt” Jhonny Cash

“Lasciatemi il diritto di stare male. Giusto un po’. 

Lo so, so benissimo che tutto quello che dite è giusto, sensato, lucido e ponderato. So inoltre che non lo fate con cattiveria, e che dovrei reputarmi fortunata… c’è chi pagherebbe oro per avere persone rassicuranti come voi.

È che io in realtà non avrei nemmeno bisogno di essere rassicurata.. so bene tutto. Non è che sono giù di morale, o (come piace dire a me) non è che sono “frastornata” perché le cose che mi dite non le so anche io. Non sono meno intelligente di voi e riuscirei tranquillamente a consolarmi da sola con due o tre parole molto meglio di come cercate di fare voi. Non è questo il punto.

Mi state togliendo la possibilità di esprimere un dolore, una delusione, una debolezza, la sensazione di avere il fato avverso. Mi state togliendo il diritto di provare dolore mentale.

E mi chiedo.. Perché accade questo? Perché non mi permettete di soffrire? Perché mi volete bene, certo, in primis.. e questo non lo ho mai messo in dubbio e mi riempie di gratitudine, ovvio.

Ma ormai ho vissuto talmente tanto la mia forza e la mia relazione con gli altri per sapere che, in fondo, il volersi assicurare che io stia bene, (subito, senza poter lasciare che io mi butti giù nemmeno per mezza giornata, o per mezz’ora) è quasi una forma involontaria di egoismo.

Voi non potete permettervi che io crolli, nemmeno per un secondo.

Perché voi, voi siete abituati a non avere la forza per affrontare le cose, e ad evitarle a volte, o lamentarvi, o chiedere subito aiuto a qualcun’altro quando le cose si fanno difficili. E rischiare così di dover rialzare davvero me, quella che invece vi fa sempre da grande roccia, grande madre positiva, pratica e spiccia, vi spaventa a morte. Perché non ci riuscireste.

Non avreste mai la forza di prendermi davvero in braccio una volta che io fossi davvero sprofondata.

Quindi non mi date nemmeno il tempo di iniziare a poter stare male… SUBITO SUBITO mettiamo i punti in superficie senza vedere se il taglio è pulito o infetto. Chiudiamo SUBITO, la mia ferita. E io ve lo lascio fare. Questo è il problema. Io sono comunque più forte di voi per riuscire a far finta che mi state aiutando. Ma d’altra parte come potreste fare altrimenti? 

Tutte le volte che io stavo male davvero voi non lo avete mai saputo perché io non ve lo ho mai raccontato. Sempre parziale nella mia disperazione, sempre attenta a non ferire voi con il mio dolore. Sempre lacrime asciutte, asciugate prima di arrivare da voi, anche se la premessa era che venivo da voi per sfogarmi un po’.

Non credo che lo facessi perché volevo sembrare forte o che considerassi un peccato soffrire per quello che stavo soffrendo. Avevo sempre la sensazione più che altro che in fondo non ne avessi diritto, di disperarmi. Sempre con la sensazione che da me ci si aspettasse altro, che sono io che dovevo occuparmi di voi. Che la situazione non la potessi perdere di mano. Quindi il male di cui a volte parlavo non arrivava davvero. 

Mi aprì gli occhi una delle tante mie inquiline ai tempi dell’università, una di quelle strane e svampite, con poco filtro, che arriva dalla campagna e che il diritto di stare male invece se lo prendeva spesso. Lei sapeva mostrare bene i suoi tumulti emotivi… come ad esempio decidere all’ultimo secondo di non dare un esame presa dal panico o piangere a dirotto per ore perché non riusciva a passarlo, quell’esame, la volta che ci provava. Io non ho mai battuto ciglio davanti a nessuno in quell’ambito, non me lo sono mai permesso. Andavo e davo l’esame, o non lo davo e basta.

Ecco, lei, nel suo guazzabuglio di emozioni nostrane un giorno mi disse nel suo dialetto spiccio: “Tu non si capisce quando soffri.”. 

Semplice, spontanea, vera. E me lo disse in uno dei periodi più bassi della mia esistenza. Quando ero preda di calmanti e stabilizzanti dell’umore. Qualcuno si sarebbe fatto trovare vagante e scorporato quasi da una schiena dolente e un anima distrutta, ubriaco sul tavolo della cucina, anche solo perché studente fuori sede e avente diritto per antonomasia a quella situazione. Io invece ricevevo solo un “non si capisce quando soffri”. 

La stessa cosa valeva con Lui. Riuscivo come un trattore a passare sopra le mie sofferenze e mettere comunque un piede davanti all’altro la mattina, ma questa per lui non era resilienza, no, per lui voleva dire che io non ero abbastanza dispiaciuta e dolorante per le nostre ennesime crisi.. per i nostri litigi, per i suoi fallimenti. Avrei dovuto anche io deprimermi su di un divano per poter dimostrare che soffrivo abbastanza anche per lui.

E quel “non si capisce quando soffri” per lui diventava “non soffri abbastanza, non sei abbastanza contrita”.

Ma la realtà era indimostrabile. Io non riuscivo a esprimerla la mia infinita agonia. La mia mimica facciale era bloccata. Le mie lacrime erano ferme alla gola. Creavano un grumo solido e doloroso sotto l’epiglottide ma non salivano né scendevano.. Un po’ come l’uovo sodo di Virzì. Eppure soffrivo e non ne potevo più di non sentire il dolore che defluiva via dal mio corpo ma rimaneva stagnante ad imputridire sotto la pelle.

Sarà per quello che presi la malsana abitudine di utilizzare una lametta per far uscire un po’ di tutta quella angoscia, come se a quel punto con un delle ferite evidenti avessi avuto un motivo oggettivo per essere curata. Da sola, in un angolo del mondo stavo meglio. Per pochi secondi perché poi la vergogna e il bruciore mi invadevano e cercavo di nascondere tutto. Forse uno sguardo attento si sarebbe accorto di qualcosa, ma le giustificazioni di quei tagli erano abbastanza convincenti per qualcuno che non vuol vedere.

E sono andata avanti nella vita. Ho riempito i miei vuoti con ferite e svuotato l’anima con incidenti casalinghi. Poi sono nate le mie figlie. Le mie gemelle, le mie meraviglie.

È riduttivo parlarne qui. Sono talmente tante le emozioni anche contraddittorie legate all’essere diventata mamma che non basterebbero mille anni di confessioni. Ma la costante è sempre rimasta la stessa: resistere, resistere anche per loro. Resistere ancora più di prima. Resistere contro il vento delle sofferenze. Ferirsi, pardon… piegarsi ma non spezzarsi.

Ma ora questa in questo lockdown non ho scampo. Non riesco a respirare dal dolore, non riesco a trovare un angolo libero per il mio sfogo giornaliero, mi si sta chiedendo veramente troppo. Mi sveglio la mattina con il terrore di essere scoperta. Devo gestire il lavoro, le figlie, lui, e il mio panico tutto tra quattro mura… senza che io possa farmi prendere dallo sconforto e dalla paura che questa realtà apocalittica mi sta trasmettendo. Fosse per me mi butterei sotto un piumone ad urlare disperata, ma spaventerei le mie figlie. Vorrei piangerei anche solo un pochino in bagno ma lui se ne accorgerebbe. Vorrei mollare la presa appena un po’ ma i ritmi che devo mantenere per il suo equilibrio subirebbero dei rallentamenti. Vorrei chiamare qualcuno e dirgli quanto ho paura, ma sembra che visto che questa situazione ha colpito tutti io ho ancora meno diritto di lamentarmi. Ai miei timidi accenni agli amici le risposte sono sempre le stesse: la mia famiglia è in salute, non ho perso il lavoro, ho il supermercato davanti casa… perché non mi guardo una serie televisiva e mi rilasso? Perché non faccio una torta? Perché io vorrei poter soffrire invece. Tutto qui.

Vorrei sentire la tensione che scende, vorrei sentire defluire dalla gola la pressione che fanno le mie sensazioni nello stomaco.

Lasciatemi il diritto di stare male. Giusto un po’. Vi prego. “

Cibo e ormoni · Mamma Selvatica

Caffè nero bollente

Un caffè. Avevo bisogno di un caffè. 

La mia vita sembrava andare a rotoli, l’umore scendeva a braccetto con la mia autostima verso la depressione. 

Quali erano le sensazioni fisiche letteralmente provate? L-e-t-t-e-r-a-l-m-e-n-t-e? Ecco un’attenta descrizione.

Il disagio di un corpo che non rispondeva più agli stimoli e i buoni propositi della testa; una testa annebbiata e che rimaneva sempre impantanata e spintonata tra un ovattata esistenza, (che guardava scorrere il tempo osservandolo passare come pendolari stanchi nella metro) ed una irrequietezza mossa da qualsiasi evento esterno che si incollava appiccicoso alla corteccia celebrale producendo pensieri in loop dentro una fronte esausta. Tutto questo intervallato da tante pipì e conati. Che bello.

Il mio palato non aiutava. Il passaggio papillare e gustativo tra pasti slavati e sani a quel continuo desiderio non ricambiato dal cibo rendeva tutto ancora più grigio e impastato. E l’obbligo di uscire allo scoperto, fuori di casa, per andare a lavorare, sembrava la più ardua delle avventure se non la più immeritata punizione.

Dunque: dopo l’ennesima proibizione esterna (proibizione a priori ovviamente) di una bella fetta di pane burro e acciuga (perché “NOO!! Il burro fa male”) da parte del compagno apprensivo fuori sincrono, con l’aggiunta del conseguente sconforto e sprofondamento sulla sedia girevole (come le mie scatole) …. Dicevamo davanti a tutto questo io quel giorno mi sono ribellata. 

Di una ribellione quasi adolescenziale, intima ma potente, che diceva: BASTA! MI FACCIO UN CAFFè! Non mi importava se il mio stomaco avrebbe gridato pietà poi, se non era indicato con le nausee, se la caffeina fa male e tutte le altre cose: avevo dimenticato il sapore del caffè e il mio corpo non tollerava più questa ingiustizia. 

“Ho bisogno di una Moka di caffè”. Punto. Solo questo era il mio pensiero. Ho bisogno di quel sapore dolceamaro della polvere magica chiamata caffè. Ho bisogno di quel lento riaffiorare della mente dal suo torpore verso la lucidità. Ho bisogno insomma di affidarmi al sapore della caffeina per credere che tutto andrà bene, che ce la potrò fare.

Perchè è sempre così: la mattina sei rincoglionito dal sonno? Ti fai un caffè e affronti la giornata. A pranzo hai mangiato pure il divano e non digerisci? Ti fai un caffè e ti incammini verso il perdono. Sei a dieta e hai mangiato sciapo e scondito che sembra che tu sia ancora digiuno? Ti fai un caffè e vai avanti. Ti stai atrofizzando sulla sedia dell’ufficio? Ti fai un caffè e l’orario di chiusura ti sembra più vicino. Perchè il caffè ti scalda il cuore, il palato, e ti scioglie i nodi della disperazione. Ovvio, deve essere un buon caffè!!

Mossa dunque da tale impeto mi alzo e inizio a prepararmelo da sola, essendo ormai rimasta solo io a casa.

Lasciamo stare il fatto che ha attentato alla mia gravidanza più il tentativo dello svitare la caffettiera che tanti altri pericoli, che ha incrinato più santi il mio sforzo disumano che qualsiasi altro bestemmiatore in giro, e che nemmeno Dario Argento sarebbe riuscito ad avere il mio stesso flash mentale (macabro ma fisico che verrebbe in mente solo a noi gravide) del titolone sul giornale che diceva: “donna incinta perde il bambino durante lo sforzo di svitare la caffettiera che ha chiuso il compagno…”. Si, perché è inutile che spalancate gli occhi, se aspetti un bimbo pensi continuamente a questo pericolo, pure svitando una Moka. 

Ad ogni modo la disperazione preparò per me un ottimo caffè che mi rimise al mondo. Uscii per andare a lavoro soddisfatta ed energica, orgogliosa e per nulla in colpa per quello che avevo fatto, ancora inebriata dall’intensità nera della miscela calda appena bevuta (ben 2 tazzine!). Il mondo tornò tondo e non piatto, il futuro leggiadro, il miracolo di diventare mamma luminoso e persino il compagno premuroso fuori sincrono più sincronizzato.

Morale della favola? Figlio mio, sei sarai maschio non vietare il caffè alla futura madre dei tuoi figli, ti potrebbe essere letale… se sarai femmina, invece, quando sembra che il mondo sia una valle grigia e insipida, fatti prima un caffè, che mamma è così che sopravvisse quando le scompigliavi l’esistenza anche se eri ancora grande solo come un mirtillo. 

Incinta di quasi 3 mesi. Problemi di pressione bassa e reflusso gastrico. 

Cibo e ormoni · Mamma Selvatica

Annunciazione, Annunciazione Parte Seconda

Bene, ora la verità era a portata di pipì, ma inaspettatamente la prima crisi ormonale era più preparata di me. Perché ovviamente quando, una volta tornata a casa a tavola, ho detto in maniera ammiccante a tuo padre che ero passata in farmacia, lui ha dato la risposta sbagliata alla mia allusione.

“E che ci sei andata a fare?”

Ecco, il fragile autocontrollo trattenuto tutta la settimana si incrina e la diga di lucidità in pochi secondi viene spazzata dalla mia furia devastatrice.

“MA COMEEEE! Ma secondo te perché? Ma di cosa stiamo parlando da giorni? Ma non hai preparato niente per l’occasione? Ma hai capito che cosa sta succedendo?” e per paura di una risposta ancora più stupida non gli lascio il tempo di replicare: “ Ho preso il test capito??”

“ Ah, e che lo hai preso a fare, non lo sai già?”

Ok, forse non erano solo gli ormoni, lui pure ci metteva del suo.

“Ma che vuol dire che lo so già? No che non lo so! Ma poi non capisci nulla, ma non capisci che è un giorno importante? Non hai pensato un modo per festeggiare in caso? Non hai trovato un modo carino per scoprirlo? Non sei emozionato? Non hai paura, non ti fa strano, non..”

“Ma io lo sto dando per scontato questi giorni, cioè per me una volta che abbiamo iniziato è come se già fosse successo, sono tranquillo perché è una cosa che abbiamo deciso insieme e quindi per me già stavi incinta questi giorni visto che…”

“Per me non è così, io ho bisogno di saperlo con certezza!! Perché non ne sono certa manco per niente! Ma che stai a dì? Ho bisogno delle prove, ho bisogno di realizzare la cosa..”

Premessa: un po’ come tutte le donne penso, siamo state sommerse fin da ragazzine da film in cui LEI scopre da sola che è incinta e prepara una sorpresa strappalacrime al compagno visto che il compagno a quanto pare non si ricorda minimamente quando la sua compagna dovrebbe avere il ciclo (che c’è da chiedersi quanta compagnia si fanno ‘sti compagni per non fare caso che è un po’ che “le sue cose” non passano di lì). Ecco io tendenzialmente non ho quel tipo di rapporto: sappiamo perfettamente ogni giorno l’altro come passa la giornata o la nottata, vivendo insieme e in simbiosi, e tuo padre è sempre stato bravissimo più di me nei calcoli, soprattutto quando c’è da calcolare quando può avere i segni del passaggio da giovane scapestrato essere a padre di famiglia. Quindi il primo sogno di una vita, la prima immagine idealizzata di coppia morta lì stecchita: non lo avevo potuto sorprendere con grandi show e nemmeno con frasi romantiche, né avere da lui reazioni cinematografiche… anzi era stato lui per primo ad avvertirmi che stavo “ritardando”, sempre con quella risatina allegra. Ecco, quindi dopo questa premessa posso andare avanti e provare a giustificare la mia reazione alla sua ennesima domanda idiota:

“Scusa ma allora fallo ora no?”

Disse il bruto tra una forchettata di carbonara e l’altra.

Io non sono una che piange. O meglio, ho un passato da super emotiva che è stato corretto e stroncato dall’ex fidanzato (vedi sopra al punto “gente che umilia e ti fa credere che sbagli in qualsiasi cosa e se piangi è perché sei nel torto”) per cui le mie lacrime ad un certo punto della vita si sono tramutate in sassolini fermi al livello dell’epiglottide. Fino a quel momento: perché tu, nuovo abitante del mio corpo facesti uscire da tutti i miei canali sensoriali un caldo e straziante pianto di disperazione.

“Ma come, lo faccio ora, così, mentre stiamo litigando? Ma io volevo fosse un momento magico, tra un’ora devo andare a lavorare, so di pancetta affumicata, ho la cucina da sistemare, a te non te ne frega niente, se è così che ci ricorderemo questo giorno…non ho potuto nemmeno farti una sorpresa, che mica me la dai sta soddisfazione oh… se è così che deve iniziare, basta, non lo faccio più il test, non sono più incinta, non si fa più niente!” E giù di lacrime e singhiozzi davanti agli occhi sgranati di tuo padre.

La FOLLIA. Pura.

Per fortuna, fagiolino mio, la nuvola dove vive tuo padre riesce ad oscurarmi così velocemente quanto riesce a rischiararmi e lui (a carbonara finita n.d.r, perché a me era passata la fame, ma a lui nn succede mai) ha detto le paroline magiche:

“Ma insomma, ma io che ne so come devo comportarmi, è la prima vola che divento padre, dimmi tu che vuoi che faccia e io lo faccio.”

Cucciolo. Per un momento mi ero scordata in effetti che prima di te io già ero una madre di quell’eterno adolescente con cui vivevo e a cui avevo donato il mio cuore, a cui non avevo dato dettagliate istruzioni su come gestire la cosa in caso di esito positivo. Lo avevo preparato al peggio, ma non al meglio.

Morale della favola: abbiamo aspettato la sera per avere conferma di quello che sapevamo già dentro di noi, (no, nessuna scena da film, ma solo io che esco dal bagno e aspetto che lui me lo legga in faccia il responso, ma non lui ci riesce e poi gli spiego che effettivamente sono incinta, e lui che mi risponde “ma va’?!): poi gli ho spiegato che volevo festeggiare a cena con lui, siamo andati nel nostro posto del cuore, dove lui si è preso la sua solita boscaiola, supplì, patatine e bruschette mentre io ho lasciato quasi del tutto il mio risotto agli scampi. Sorridevo finalmente e lui con me. Ero finalmente tranquilla, consapevole, in pace, consapevole l’ho già scritto? Insomma he guardavo al futuro con occhi radiosi.

Poi vabbè, era solo la prima sera, sabato appunto.. il mercoledì mattina sono corsa in farmacia di nuovo terrorizzata perché martedì notte mi era venuto il dubbio che non potesse essere vero, che ero una stupida ad averlo già detto alla famiglia prima di non avere altre prove, che sicuramente da sabato lo avevo perso, che avevo fatto una figuraccia con tutti ma che sicuramente il secondo test mi avrebbe dato negativo… ma questo è un’altro capitolo ed un’altra crisi ormonale.

Cibo e ormoni · Mamma Selvatica

Annunciazione, Annunciazione!

Vedi, fagiolino che vivi in me, la scoperta del “fattaccio” credo che sia stato il degno inizio della nostra avventura. Conteneva in sé tutti gli elementi per capire a cosa saremmo andati incontro da lì ai lunghi mesi successivi. C’erano tutti gli ingredienti per quel romanzo chiamato gravidanza: mistero, suspense, follia, imprevisti, una farmacia, e tante.. crisi ormonali. Ma andiamo per gradi.

Non ero pronta ad ottenerti così velocemente. Avevo sempre pensato che a me non sarebbe mai potuto accadere facilmente. Subito. Celere, senza sofferenze di attese, senza delusioni a fine mese, senza pianti. Come una magia silenziosa. Ero convinta che avrei sofferto, che avremmo scoperto una mia infertilità, che sarebbe iniziata un’altra avventura turbolenta. Preparavo tuo padre ogni giorno con racconti di donne che hanno impiegato anni anche quando tutto andava bene, per non parlare di chi ha dovuto affrontare cure ormonali, calvari tra cliniche e psicologi per riuscire a coronare il loro desiderio di diventare genitori.

Era una evidente reticenza mentale costruita inconsciamente per non soffrire. Per non vedere una delusione nei suoi occhi, per non cullarmi in un bel sogno che poteva diventare facilmente un incubo.

Il perché non mi reputassi una persona che aveva diritto a quella felicità non saprei spiegartelo facilmente. Sicuramente una colpa la attribuisco allo strascico di umiliazioni passate, in cui qualcuno mi aveva fatto credere di essere poco meritevole di tutto e che il mondo fosse un posto troppo complicato per coesistere con la mia personale idea di gioia.

Insomma, quella era la mia condizione. Poi, dalla parte opposta del pianeta coppia c’era tuo padre (diciamo che il mio “posto opposto” è in generale il suo posto preferito). Il suo candore mi spiazzava. Fin dai primi giorni della nostra relazione LUI dava per certo che un giorno ti avremmo avuto, nonostante quella relazione fosse tutto tranne che strutturata e ben definita. Non gli era chiaro se stavamo insieme o no e tante altre cose di noi, ma era sicuro che un giorno avremmo fatto tanti figli. Ovvio no? E quando, dopo un paio di annetti scarsi eravamo effettivamente e finalmente una coppia “strutturata” (suona bene ma non ci rende giustizia, se non detto con ironia), ti abbiamo iniziato a cercare, e la sua convinzione era solida come il primo giorno. Nel suo tenero mondo di uomo non aveva mai letto niente sui problemi delle donne, né aveva mai parlato con nessuna di loro riguardo alla fertilità. Non era un frequentatore come me di donne e di libri di/su mamme. Con una leggerezza disarmante rideva delle mie perplessità sul riuscire subito ad averti. Tant’è che quando sarebbe dovuto arrivare il primo ciclo e invece arrivavano solo dolori e io alle sue domande sul mio stato di donna rispondevo imbarazzata, lui ridacchiava, dicendo “eh va beh è perché sei incinta no?”. Poi si girava dall’altra parte e dormiva il sonno dei giusti, mentre io continuavo a parlare da sola sul fatto che non era mica detto, che figurati e che bla bla bla…

Ovviamente non gli ho dato retta. Ho fatto finta di niente per giorni. Continuavo la mia folle corsa con la mia collega nel gestire quel Settembre così impegnativo per la nuova attività che stavamo aprendo insieme: continuavamo a incontrare fornitori e commercialisti, fare colloqui e visionare curriculum, selezionare animatori ecc. Prendevamo in carico eventi a distanza di mesi, (Halloween, Capodanni, Carnevali) e la mia testa si rifiutava di considerare il fatto che forse io li avrei fatti con la pancia. Figurati. Giravamo in auto da una parte all’altra di Roma e mi fermavo in ogni Bar per fare pipì (e per controllare le cose) e la risposta al mio cervello era sempre quella: Naaaaaaaa, è solo lo stress. In effetti ero stanca morta da giorni, avevo voglia di dolce ma non mi andava veramente, avevo avuto quelle nausee in treno, il seno si ingrossava, ero particolarmente acida con gente che effettivamente meritava di essere trattata in maniera acida. Ma la mia risposta era sempre: Naaaaa ma figurati se al primo tentativo… naaaaaaa! E alla fine di ogni giornata tuo padre ridacchiava, si girava dall’altra parte, diceva la sua solita frase e si addormentava tranquillo, lasciandomi sempre più sconcertata. Anzi, gli ultimi giorni ci aggiungeva: “Sei incinta ed è MASCHIO. Buonanotte”. Non aveva bisogno di test, di sicurezze. Lui era sicuro.

Dopo una settimana, un sabato mattina mi decido: il pomeriggio avrei dovuto lavorare, ma la mattina esco apposta con la scusa di fare la spesa e invece vado in farmacia a comprare un test di gravidanza.

L’entrata in farmacia ebbe un sapore strano: ricordava quelle volte in cui con le amiche andavamo a gruppetti a cercare il test per stupide paranoie da adolescenti, (dopo rapporti super protetti ma “meglio essere sicure”). Entravamo con lo sguardo basso di chi l’ha fatta grossa e con l’ansia si essere viste da qualche conoscente o ti chiedessero un documento per attestare la tua maggiore età. Peccato che io ero sola, avevo ormai trent’anni e quando chiesi il test la farmacista me lo consegnò esclamando tutta sorridente “Auguri! Per fortuna c’è ancora chi fa figli” invece del temuto “Signorina lei non è troppo giovane per fare sesso?”.

É proprio vero che sono diventata grande, pensai.

Continua…

Mamma Selvatica

Scelte forastiche

Appena é nato mio figlio ho iniziato a sentire una forte esigenza di fargli vivere la vita nella maniera più forastica possibile, compatibilmente con la realtà dei nostri tempi. Una spinta interna che tendeva verso la natura, verso l’odore della terra, in direzione del vento che sa di erbe aromatiche. All’improvviso ogni ora passata con lui lontana dalla luce del sole mi sembrava una cattiveria. L’odore dell’asfalto, della metro che correva vicina, dei freni e dei condizionatori mi nauseavano quasi come qualsiasi odore in gravidanza. Non era un rinnegare la vita che avevo fatto negli ultimi 10 anni, no, era però una inevitabile transumanazione che rendeva tutto più intenso ai miei occhi e più nocivo per la mente del mio bambino. Era veramente troppo poco il tempo che avrei potuto passare con lui all’aria aperta, a contatto con la natura. Una gita fuori porta ogni tanto, il parchetto con gli amichetti quando sarà più grandicello, la visita alla fattoria, i documentari in TV mi sembravano veramente poche briciole per la sua educazione e la sua crescita verso una conoscenza completa e sana del mondo. Si sarebbe perso odori, sapori, colori ed emozioni che non sarebbero più tornate.

Abbiamo quindi fatto una scelta radicale. A discapito forse della comodità e della centralità della nostra vecchia abitazione, abbiamo trovato il nostro “posto migliore” in campagna. Dove ci siamo accorti che ci sono le farfalle, le pecore che pascolano e i ragnetti rossi sulle pareti a Maggio. Dove in quarantena il nostro piccolo ha continuato a stare per strada e in giardino, senza che il mondo lo ferisse.

Abbiamo rinunciato a molte comodità. Al supermercato davanti casa, alla fermata della metro a pochi passi, alla sensazione di essere al centro del mondo. In realtà non siamo poi così isolati, perché il mondo è a solo 10 minuti da qui. Perché è bastato spostare lo sguardo leggermente che l’abbiamo vista la collina perfetta per noi, come spesso accade. Abbiamo fatto e faremo tanti sacrifici per tutto questo.

Ma ora la mattina, dopo la colazione scendo con mio figlio in giardino e raccogliamo insieme la frutta e la verdura che è maturata nella notte e che metterò nella sua pappa a pranzo. Lui corre sotto l’ulivo per ritrovare i sassi con cui ha giocato la sera prima, io stendo i panni che finalmente odoreranno di ossigeno e sole quando li raccoglierò a fine giornata. Ci ritroviamo tra le piante come due eterni esploratori e lui ride e affonda mani e gioia nella terra bagnata, con gli occhi che vedono le farfalle e tutti i colori delle stagioni.

Avrà tempo per imparare cosa é l’odore della città, per ora negli occhi ha Madre Natura e mi sento più sicura che ci sia pure lei a proteggerlo oltre a noi.

Chi sono

Radici e Talee

talèa (alla lat. tàlea) s. f. [dal lat. talĕa]. – Parte di una pianta capace di emettere radici, adoperata perciò per rigenerare un nuovo individuo. È una forma di moltiplicazione vegetativa, che permette di conservare le caratteristiche della pianta da cui deriva; la parte utilizzata è di solito un ramo provvisto di almeno una gemma, ma anche le radici, quando queste sono capaci di formare gemme.

Madre da poco, figlia arcobaleno, sorella materna,
raccoglitrice di randagi, compagna selvatica…

Sono come una
pianta che ha radici molto intricate, che ha una crescita verso l’alto e verso
la libertà un po’ prematura e complicata, ma con l’abitudine a lasciare talee
lungo il suo cammino.

Ho una laurea in Teatro, e una laurea in Cinema e devo moltissimo allo studio di queste arti.
Mi nutro di esse e di musica fin da bambina, ereditando queste passioni dai
miei genitori. Sono però una bambina che ha passato in solitudine o con un
fratellino più piccolo molta della sua infanzia, inventando per se stessa e per
il fratello amici e mondi immaginari; prima in un variopinto giardino e poi in
un intricato bosco, alternando quegli scenari ad un periodo di intenso mare.

Poi la “fuga” verso la città, lontana dalla famiglia d’origine. Vivo dieci anni quasi nella Capitale.
La grande bellezza. Giungla di case e vissuti. Anni complicati. Anni di
sopravvivenza e duro lavoro. Anni in cui rientri nel progetto degli altri ma
non del tuo. Anni di borgata. Anni in cui provano e provo io stessa ad addomesticarmi.

Ma se nasci selvatico non ti addomesticano facilmente. Nemmeno quando sei tu stesso il domatore.

Se nasci selvatico appena senti di nuovo l’odore del vento é come se non fossi stato
fermo mai. E ti riesci a liberare. E quei sogni ricorrenti di grandi giardini
segreti e fontane scroscianti dentro a grandi alte mura, mi riportano in un luogo inaspettatamente familiare che diventerà la mia nuova casa.

Per me, il mio nuovo compagno e la mia creatura.

E che c’entra tutto questo con un blog? Beh, se sono sopravvissuta ad ognuno di questi cambiamenti e
guerre é anche grazie alla scrittura, terapia e condanna fin da ragazzina.
Certo, la vita frenetica, le delusioni, l’affitto e le persone sbagliate, non hanno lasciato spazio e luce a nessuno dei miei scritti.

Finora.

Ma quando la pandemia del Covid -19 costringe la mia nuova famiglia nel nostro nuovo nido, in aperta campagna, e
mi immergo nuovamente nelle piante e nelle ortiche, tutto il passato torna forte e potente. Come la Madeleine di Proust, l’odore della terra smossa ha risvegliato in me l’istinto e l’attitudine ad osservare, a narrare, prendendo la decisione di buttarmi di nuovo incoscientemente nella scrittura.

È una terapia dunque, questo blog. Una piccola rinascita. Non ha la pretesa di essere nulla di più. Una forma
di espressione, di libertà che sono voluta tornare a prendermi, come da
ragazzina. Ma con il menefreghismo che si acquista solo dopo essere diventata
madre. 

Quindi stavolta, fuori dal cassetto parole.. Stavolta pubblico. 

S.

Maggio 2020

 

 

Mamma Selvatica

Liberate anche voi la vostra Silvia

Forse non è colpa vostra. Forse non l’avete MAI VISSUTA una forma di prigionia, fisica o psicologica che sia. Forse non avete MAI CONOSCIUTO nessuno che l’abbia mai vissuta. Forse non l’avete MAI LETTO il racconto di una ex prigioniera. O forse tutto ciò è successo ma volete stare lontani da quel ricordo. Forse ammettere che il cervello umano sia MANIPOLABILE vi spaventata così tanto che preferite non vedere. Forse siete voi le prime vittime e non lo sapete.

Forse quindi andate capiti se vi sembra tanto strana una conversione ad una religione durante una prigionia, se vi puzza così tanto una donna che appena libera dai propri carcerieri dichiara che erano buoni e cari con lei. Dobbiamo forse credere che non avete mai visto una donna che con le COSTOLE ROTTE dichiara che il suo compagno le voleva bene, che non la stava convertendo all’amore assoluto per lui ma gli mostrava solo la retta via. Che quello era solo tanto amore e protezione. Che per anni, anche se quell’uomo non lo vedrà più lo difenderà e ne avrà rispetto.

Se vi scandalizza il cambiamento d’abito di una ventenne che si affacciava al mondo in canottiera e pantaloncini, ridendo nelle foto con i bambini somali e che dopo 18 mesi di prigionia appare invece solo dietro un ovale spettrale come il suo viso, totalmente coperta da una diversa forma di burka… beh vuol dire che non vi siete mai accorti della vicina di casa che non esce più in gonna da un po’ di tempo… che non si trucca più da quando è sposata… che da quando vive con lui, quelle volte che esce di casa é sempre e solo in tuta.. Che da quando vive con lui… OOPS, non esce proprio più di casa.

La realtà è che non è che non vi è mai capitato. È che non ve ne siete mai accorti perché vi siete sempre girati dall’altra parte. Perché VEDERE vi costerebbe EMPATIA. E l’empatia è una roba da coraggiosi. Perché l’empatia a volte può anche rompere il cuore a metà dal dolore. Perché l’empatia poi può diventare azione. E voi avete spesso evitato di essere empatici con le vostre donne, sorelle, mogli, figlie. Avete guardato dall’altra parte davanti ai sentimenti delle vostre dipendenti, o anche delle le vostre madri. E pure delle vostre amiche. Perché non sto parlando al maschile, sto parlando senza distinzione di genere. Sto parlando a tutte quelle PERSONE che non hanno provato empatia davanti ad una ragazzina che torna dalla sua famiglia con i brandelli di quello che è rimasto della sua anima e della sua dignità. E che non meritava di essere accolta così. E siete tanti. Troppi.

Quindi mi chiedo FORSE non è colpa vostra.

Ma voglio fare come voi come fate con lei e con tutte le donne vittime di soprusi. Non ve lo lascio il beneficio del dubbio che vi sia piaciuto poter riversare su di lei le vostre frustrazioni. É COLPA VOSTRA SE NON CAPITE LA FORZA DI SOPRAVVIVENZA DI CERTE DONNE, che troppo spesso sembra solo sottomissione. È colpa vostra perché quella forza di sopravvivenza VOI non ce l’avete.

Silvia è tutte noi. Ed è anche tutti voi. Forse guardandola tornare libera potreste chiedervi se nel vostro quotidiano conoscete qualcuna che ha bisogno di essere liberata come abbiamo fatto con lei. Questo dovrebbe insegnarci il suo ritorno. Fatelo fruttare così. Liberate anche voi la vostre Silvia. Allora si che non avrete più colpa.

Mamma Selvatica

Le foto da mamma

Per i primi mesi ho avuto pochissime foto con mio figlio. I parenti e amici ne hanno tantissime, con lui in braccio. E i motivi una neo mamma li conosce bene.

Il nuovo arrivato è la gioia di tutti. Lui ha tutte le attenzioni. È il centro del mondo e passa da braccia fresche dei parenti alle braccia fresche degli amici. Tu per prima scatti foto, dal tuo letto di ospedale, per cercare di prendere più possibile dal quel momento, per fermare più possibile quella marea di sensazioni. Perché tu in quel momento in realtà vorresti solo capirci qualcosa, mentre tutto ruota e combatti tra i dolori e il senso di protezione.

Qualcuno magari qualche foto te la fa, ma tu sei con la camicia da notte sporca di latte e gonfia di ormoni, (nel mio caso conseguenza di un parto indotto durato 2 giorni), con i piedi che non entrano nelle pantofole, pallida e debole (perché sempre nel mio caso oltre agli ormoni è conseguita una grave anemia dovuta al parto in sé). Quindi per pudore non è detto che quella foto chi la fa la conservi. Ma se per caso te la manda, tu non ti riconosci quasi, e da quel momento eviti di farti fotografare perché ti vedi così brutta…

Poi rimani sola con la creatura ma hai paura a farti selfie con lui in braccio.. Così piccolo, così cucciolo, così pesante nelle braccia segnate dall’ecocanula. Qualcosa riesci a fare ma principalmente sono foto di bocca e capezzoli. In compenso non avrai mai foto di tette così belle, pensi.

Poi comincia la vita a casa, e non c’è più tempo per nulla, non c’è vestito, non c’è spazio se non per la frenesia della sopravvivenza. Però ho tante foto mentre dorme con il papà, o in braccio ai nonni, o che gioca nel lettino. Niente, foto da pubblicare con lui non ne hai. Il papà è a lavoro, e la sera non c’è tempo di metterci in posa.

Poi finalmente le amiche. Le mie due amiche vere. Le uniche. Le chiami, e sai che finalmente potrai rompergli le scatole chiedendogli di farti quelle foto che nessuno ti fa, puoi pretendere da loro mille pose e scatti fino a c’è quella che non ti va bene. E allora finalmente ne trovi mezza che potrebbe andare.

Ma passeranno mesi e mesi prima che recupererai davvero il passo degli altri, per comparire nelle foto fresca e riposata. In tutto. Perché le mamme sono quegli esseri silenziosi che si muovono dietro ogni progresso e successo dei figli. Sono quegli esseri ben visibili invece quando tuo figlio quei progressi non li fa. Siamo quelle creature che preparano torte che non faranno in tempo a mangiare sedute con gli altri. Ma sta solo a noi diventare qualcosa di più, per lui, per noi.

Oggi è la mia prima festa della mamma. E ho deciso di prendermi del tempo per fare delle foto insieme. Perché io e te lo sappiamo che siamo belli insieme da fotografare figlio mio. Poi ce le faranno anche gli altri con calma. Ma nel frattempo cheese…

Le Pietre di Berlino

Le Pietre di Berlino. Cap 3

46) Fa caldo.

Non riesco a fare un movimento che mi gira la testa. Il metodo migliore è di solito stare immobili. Non è facile.Da quando mi hanno riportato alla mente tutto ho la febbre fissa. Hanno aumentato la dose. Le mani non le trovo più. E ho perso per strada il mio nome. I miei occhi hanno cambiato colore. Il letto è una voragine che mi inghiotte, e le lenzuola mi incatenano.Si formano subito lividi sulla parte della mia pelle che rimane a contatto con il materasso. Cambio lato per cercare sollievo. Ma è una tortura continua, e le gambe diventano roventi.. cerco di tirarmi su, ma la testa sembra essere pesante e collosa. I capelli umidi stringono il cuscino. Intorno mostri dentro flebo di vetro ci osservano maligni e controllano i loro detenuti. I loro occhi gialli ammiccano soddisfatti. Nessuno ancora è riuscito a scappare.

Sento ancora quel rumore strano… tumtumtumtumtum.. è musicale.    Sembra che ti inviti a ballare.Qualcuno accompagna il ritmo con i denti.. un battito leggero..

Fuori… Il vento. Strano, qua così caldo, e fuori così tanto vento. Le tapparelle si scuotono, e cercano di scrollarsi di dosso quel senso di passività che c’è in noi.

49) Non c’è mai veramente silenzio qua dentro.

La notte è cosparsa di caute voci impaurite, e sogni ad alta voce. Io però non le sento più. Sento solo il vento.

È strano dover ascoltare un tale fragore e non poterne percepire nemmeno un soffio… c’è solo questa orrenda febbre che dilania la mente.

Forse fuori non c’è più il muro.

Dormo il più possibile per non dover vedere la realtà.

50) Sono già cinquanta notti che passo così. Tengo il conto. Ma ora voglio provare ad alzarmi. Voglio scendere da questa lapide…Stanotte voglio vedere se c’è davvero vento fuori di qua. Forse è solo la mia mente che è piena di vento che fa sbattere continuamente le immagini..

Quello strano bussare sta un po’ rallentando.

Io ho perso chi sono.

Provo a muovere le gambe, ma le lenzuola le trattengono.I miei occhi fissati sul soffitto buio non mi permettono di muovermi. Sono attaccati al muro da un filo robusto. Le mani stringono l’aria esasperata sotto il lenzuolo.. solo aria riescono a stringere.

Troppa fatica nelle ossa.

Ho deciso, rimarrò qui ad ascoltare quello strano battito. Da solo potrebbe avere paura.

Tum.Tum.Tum.Tum.Tum.

55) Stasera mi alzo. O forse no.. no, ho deciso di rimanere perché il battito è sempre più lento, e ha ancora più bisogno di me.. e poi, se il mio amore venisse a prendermi? Lo devo aspettare..

Senti..

Tum.     Tum.    Tum.

60) Sono troppo stanca, ho le ossa che..

Tum.

Tum.

61) Che cigolano.. e poi con questa musica non si può più

Tum.

Tum.

Tum.

68)

Ballare..

Tum

79)

.

80) Prima, un rumore…

…agghiacciante…

Poi è arrivato il mio amore.

È riuscito a scappare, a passare il muro, ed è venuto a prendermi! L’ho visto entrare di soppiatto dalla porta della camerata. In silenzio e a passi svelti è arrivato al mio letto, mi ha fatto cenno di fare silenzio. Poi mi ha baciata sulle labbra. Sono rinata.

E mi sono alzata.

È stato facilissimo. Ora che l’avevo rivisto, la mia pazzia e la mia febbre se ne era andata all’istante, come portata via dal vento. Mi sono decisa e lo ho fatto. Semplice. Lui ha sussurrato che aveva controllato non c’erano infermieri nei corridoi per l’uscita. L’ho preso per mano, felice di poterlo di nuovo avere tra le dita e l’ho seguito.

A piedi nudi sono corsa per il corridoio buio e torrido. Non mi ricordo come abbiamo fatto a saltare la barriera e a scappare da quella prigione. Scappare dai quei mostri famelici che ci succhiano tutto tranne quello che vorremo..  i nostri ricordi.Ma non trovavamo ancora l’uscita di quel labirinto… e io giravo, giravo giravo giravo.. giravo..

Poi il vento.

Ho finalmente trovato il vento. Vento libertà.Un brivido ci ha fatto capire che quella era l’uscita. Abbiamo solcato il portone e da quel momento tutto è cambiato.

La prima cosa di cui mi accorgo è il terreno sotto i piedi. Prima sentivo la pelle nuda sul pavimento freddo. Ora invece i piedi sono avvolti in sandali profumati di cuoio. Intorno ai capelli un velo colorato, e una gonna sui fianchi. Davanti a me una strada dritta, di cui non vedo la fine. Lui mi è sempre accanto.

Iniziamo a camminare ed ad allontanarci da lì, ma se mi guardo indietro non riesco già più a vedere l’ospedale. Il vento fa turbinare la notte intorno a noi e le pietre che formavano la strada riflettono in modo impressionante la luna. Senza ombra di dubbio camminiamo su degli specchi. L’aria sta diventando sempre più calda via via che ci allontaniamo. Le fasce dei sandali iniziano a stringere e i vestiti diventano sempre più aderenti al corpo.

Camminiamo con passo deciso, come se questa fosse la strada che abbiamo sempre fatto. Non ci sono esitazioni nel mio passo veloce, che è guidato dalla sua voce che mi da indicazioni.

Inizio a vedere delle luci davanti a noi.. Osservo il vento che corre. Corro più veloce di lui. Ho le gambe per farlo, ora.. Ho gli occhi per vedere la fine, ora…Ho la forza del mio amore ora.

80 e qualche minuto.

Stiamo attraversando un paese in festa. Sento odore di zucchero, e le luci gialle delle lanterne sfigurano le facce che mi sono intorno. Non mi vedono. Sono seduti per terra, o sui marciapiedi, e le loro voci sono fuse nel caldo e nello zucchero. Camminiamo tra la glassa, i canditi e i colori, e miei occhi corrono veloci senza posarsi su nulla.. sento i primi botti, le prime esultazioni.. devo uscire da qui, lo dico a lui… la glassa mi si sta appiccicando sotto i piedi.. tutto si scioglie con questo vento caldo.. qualcuno mi riconosce e mi trattiene con una mano, ma il mio vestito che ora è nero non vuole farsi toccare e sfugge tra le dita.  Lui mi tira a se e minaccia chi cercava di toccarmi. Ho voglia del buio, della notte. Queste luci mi abbagliano. Odio le fiere di sera.. e la notte mi troverà impaurita.. mi possederà inerme con i suoi nuovi giochi, senza nessun rumore.. basta zucchero!

80, qualche minuto e pochi secondi che sgocciolano.

Siamo arrivati in fondo.

..l’apparizione improvvisa del mare.

Ho fatto un passo ed era davanti a me, mi arrivava al petto. Non ero sommersa però. Era come trattenuto da un muro invisibile. Lui è passato oltre. Da dietro il muro trasparente mi ha sorriso e mi ha fatto cenno di venire.

Allora ho capito.

Ho fatto una piccola pressione sulle punte dei piedi, ho piegato le gambe e poi mi sono tesa in alto come un arco. Ho saltato come farebbe un’atleta per superare l’asta orizzontale.

Ho sentito finalmente respirare il corpo, in quello che era un fulmine liberatorio.

Ora non so più dove sono.

Ma so che sono libera, e di nuovo mano nella mano del mio amore.

So anche un’altra cosa.

Che non sentirò mai più il rumore agghiacciante di quel battito che si ferma in quella stanza.

..che poi era solo battito del mio cuore.

Le Pietre di Berlino · Racconti · Senza categoria

Le Pietre di Berlino. Cap. 2

18) Non abbiamo più corso per le strade per mano, inciampando e ridendo, imitando il rumore di un motore con la bocca. Dopo non abbiamo più potuto guidare insieme su strade sterrate, sperando che bastasse la benzina della motoretta, per poi potersi fermare nel primo spiazzo possibile, spegnere il motore, mangiare i panini che avevamo portato con noi e poter bere l’acqua gelida presa dalla fonte. Quando pioveva ricordo che t’inzuppavi tutto sotto la pioggia pur di prendermi comunque quell’acqua. E imprecavi, mentre io ridevo al riparo, oltre i boati, oltre i miei doveri. Non abbiamo più potuto frenare all’ultimo minuto ad occhi chiusi, apposta, per poi tirare un sospiro di sollievo quando, riaperti gli occhi, ci accorgevamo che mancavano solo pochi centimetri e saremmo caduti già dal precipizio.

Non siamo stati più folli e assurdi nel nostro strano amore. Non abbiamo più potuto sciogliere il nostro fiato all’unisono nell’aria fredda dei vicoli la sera, e non abbiamo più potuto tenerci per mano per non scivolare sui marciapiedi ghiacciati e sognare insieme di partire per un posto caldo, in una casa sul mare, in una villa al sole con tanti bambini, nostri… non abbiamo più potuto appannare i vetri.

Dopo non siamo più potuti essere i fuggitivi della realtà.

La esigo, la rivoglio quella vita, lo rivoglio quell’amore, voglio voglio voglio… Davvero non capite cosa dico? Davvero non sapete perché eravamo lì, legati con una corda al nostro senso ostinato di libertà?

24 )Nessuno mi dice più niente. Mi tremano le mani, la testa non riesce a fermarle. Nessuno mi consola, nessuno mi rassicura… perché loro sono così. Non creano mai illusioni. Loro lo sanno quando non possiamo farcene più nulla della carta che abbiamo appallottolato nelle mani. Loro non mi possono consolare.

Stasera mi hanno fatto rivivere a forza la mattina dopo la nostra ultima notte… io mi chiedo a cosa serva. È tutto inutile per me. È solo doloroso. Ma ormai i ricordi sono tornati e lo sforzo di dimenticarli è stata fatica sprecata. Ecco che ritornano le immagini…

Il sole è sul comodino, il risveglio ci sorveglia alle porte della stanza. Nulla serve più, là dentro. Io mi sveglio, perché è l’ora di scendere per la colazione, apro le tende, sperando che si svegli da solo, perché non sarei in grado di svegliarlo… ma non succede niente sui suoi occhi. Mi avvicino, lo smuovo un po’, gli dico che scendo a mangiare… lui annuisce.

Mi vesto, apro la porta, ed eccola, la moquette di questo mondo pieno di piedi scalzi, che percorrono la loro vita inciampando in un paio di pantofole che per pigrizia fa fatica infilare. Sembro sola. Scendo giù a colazione. Saluto i camerieri, inizio a mangiare.

Lui scende molto più tardi, e quando passa davanti al mio tavolo, si ferma, come se mi cercasse.

“Quando sei andata via?” Mi chiede, con (forse per la prima volta) tutto l’amore che ha per me.

“Ma come, te lo ho anche detto, mi hai pure risposto… mi sa che eri ancora troppo addormentato.”. Sorrido, e lui ride… poi, con l’ultima coltellata, a doppio taglio per entrambi, con un leggero sorriso, misto a tristezza dice.

“Mi sono svegliato e non c’eri più.”.

Poi, la notte dopo, il muro.

Io di qua. Lui, che era partito un giorno prima per non destare sospetti, di là.

Era tutto pronto per la nostra fuga. La nostra fuga insieme. Quell’albergo doveva essere solo una tappa segreta, un non-luogo in cui rifugiarci per qualche notte. Un posto dove non sarebbero venuti a cercarmi, dove potevamo aspettare che si stufassero di cercare. E poi saremmo scappati sul mare. Al caldo. E invece fu l’ultima nostra tana.

Infermiera, mi faccia un’iniezione. Basta, voglio dimenticare… assassini, assassini!

38- Una pietra: vuol sapere come sto. Gliene tiro due io: Sto bene, ma mi manca.

E finisce tutto lì.

Non sapevamo come continuare. Non abbiamo avuto mai abbastanza sassi, né mai abbastanza voce per urlare. Ma ogni giorno, cercavo di avvicinarmi sempre di più, cercavo di trovare sempre più pietre, o trovare dentro di me ancora più voce. Le guardie mi avrebbero voluto tutte mandare via, ma ne avevo trovata una che a volte mi lasciava accendere uno stereo lì vicino. Giusto per fargli sentire un po’ di musica.. ma dopo pochi minuti mi cacciava. Ha paura anche lui, guardiano del proibito. Non sa bene nemmeno lui di cosa, ma ha paura. Ma il giorno dopo ero di nuovo lì. Come potevo non tornare?

Il codice lo avevamo deciso subito all’inizio, una volta che ero riuscita a tirare un sacchetto con dentro un messaggio dall’altra parte. Avevo sentito la sua voce chiamarmi, ma io non ne avevo già più, di voce, perché avevo urlato fin ad allora. Quindi ho provato a mandargli quel messaggio ed è arrivato. Mi sono salvata da una fucilata per miracolo. Così potevamo solo far finta di gettare un sasso dall’altra parte per la rabbia, se non volevamo finire ammazzati.

Una pietra per “come stai.” Due per dire “che sto bene, ma mi manchi”.

Sempre così, alla stessa ora, nello stesso punto, ma mai con gli stessi sassi. Perché dopo che lui mi aveva tirato la pietra, io la prendevo in mano e me la portavo alla guancia, cercando di percepire il calore che la sua mano aveva trasmesso a quella brulla zolla di fango e cemento. Poi la mettevo in tasca e la portavo a casa. Le ho ancora tutte in una valigia. Sopra ci ho scritto il suo nome. Sempre che i dottori non l’abbiano buttata via. Era il nostro modo di baciarci ancora, abbracciarci. Provare a superare quel muro.

Eppure..

Eppure una volta, l’unica cosa che cercavamo di oltrepassare erano le nostre ossa, in una morsa spasmodica, con un uncino che ci trafiggeva il petto e ci spingeva verso l’altro. E ci abbracciavamo sempre di più per trovare il giusto incavo in cui incastrarsi per poi rimanerci per sempre. Ora non c’era più un uncino che ci legava, ma solo quell’ancora d’amore. Noi continuavamo ad attraccare, pensando a come avremmo voluta lanciarla, quell’ancora, CONTRO e non oltre quel muro. E ogni lancio, il terrore di non avere risposta.

Un sasso. Come stai?

Potesse il vento portare via questi ricordi…

40- Successe così. Tutto in un secondo.

L’ultimo sasso che mi è arrivato era sporco di sangue. Ho raccolto quella pietra e ho sentito che aveva l’ultimo calore di una vita. Quella del mio amore.

E lì sono impazzita, o almeno questo è quello che dicono i dottori. Io dico solo che il cielo se ne è andato. E che sono stata trascinata a forza qua dentro dai miei genitori quando mi hanno trovata, per evitare che provassi di nuovo a lanciarmi anche io contro i mattoni di quel muro. Qui, in questo ospedale.

Ma io devo riuscire ad andarmene via di qui. Devo trovare il mio amore, oltre quella stupida barriera.

Tutumtutumtutumtumtutumtutumtutumtum..

Cosa è questo rumore?

…continua

Torna al Cap. 1