Maggese:Monologhi di Donne · Mamma Selvatica · Senza categoria

Il giorno in cui ci siamo salvati

C’è stato un giorno in cui io e te ci siamo salvati.

Non sapevamo nemmeno di essere in pericolo, non sapevamo nemmeno che cosa fosse la salvezza. Eravamo lì, appoggiati alle cose, a quel soffrire lento e umiliante, ma che sembrava dovesse essere in fondo la nostra vita.

Quando non si pensa di valere qualcosa, quel qualcosa a volte non lo si riconosce più nemmeno negli altri. Ci avevano convinti che potevamo anche continuare ad aspettare, ma che in fondo era tempo sprecato, quello passato in attesa della felicità.

Non ci accorgevamo dei brandelli che indossavano, ormai erano i nostri vestiti e guai che qualcuno ce li denigrasse. Ci avevano succhiato ogni entusiasmo, rivendendocelo pure come droga tagliata male.

C’è stato un prima e c’è stato un dopo.

Prima c’erano quelle due persone convinte di tante cose: miopi, stanche, compari della menzogna per sopravvivere, adattati alla vita come radici strette in un vaso da trapiantare.

E poi quell’attimo. Quel momento in cui ci siamo seduti a parlare uno davanti all’altra, guardandoci negli occhi per la prima volta davvero.

La facilità con cui sono uscite tutte quelle parole senza che il cervello dovesse controllarle e censurarle, fu spiazzante. La naturalezza con cui ci capivamo e ci perdonavano ogni difetto nonostante fossimo così opposti, così improbabili, poteva solo chiamarsi altrimenti “appartenersi”.

E se prima la realtà era una, un attimo dopo non lo è stata più. Una pioggia dissetante nell’arido deserto non fa lo stesso effetto… un’alluvione che ha rischiato di travolgerci e farci affogare, quello si, rende meglio l’idea. Una forza che non credevamo di avere ci ha tenuti svegli più possibile per paura di addormentarci e tornare deboli come prima di quell’incontro. Quel terrore che, mollata la presa, tutto sarebbe stato di nuovo buio.

E lo è stato spesso, scuro, dopo. Perché scoprire di appartenersi quando il tempo è sbagliato, quando credevi che appartenersi voleva dire ubbidire, non sempre ti può condurre nella direzione giusta. Se punti due fari in faccia alla volpe che sta attraversando la strada rischi che quella si paralizzi, perché ancora non lo ha nel DNA di animale selvatico il concetto di luce artificiale. Ci puntammo contro all’improvviso la realtà dei fatti, ovvero che ci stavamo facendo amare dalle persone sbagliate. Eravamo noi invece quelle giuste, mannaggia alla miseria.. stupidi, stupidi che non lo avevamo mai saputo prima. Era quella la sensazione che voleva dire respirare, come era possibile che non lo avevamo sentito prima quel cappio al collo? Come avevamo potuto permettere che ci facessero credere che eravamo sbagliati, che eravamo noi quelli matti che andavano rinchiusi e non loro?

Quando tutto questo lo capisci in un giorno solo, poche manciate di ore, dopo anni in cui non lo hai capito, quasi una intera esistenza di ignoranza, puoi farti male davvero. Maledici quasi quel giorno. Oscar Wilde diceva che a volte la tua condanna è quella di non ottenere quello che desideri, altre è quella di ottenerla. Perché non ne puoi più fare a meno ma allo stesso tempo solo nei film si supera il passato con veloci dissolvenze incrociate.

Non reagimmo alla stessa maniera. Non siamo mai stati uguali in nulla. Io rivoluzionai tutto in un fiato, cementificai su macerie malate senza controllare se ci fossero possibili fughe di gas tossiche (e ce ne erano, tante)… Mi strappai la pelle scoprendo nervi esposti, senza le giuste profilassi, pur di togliermi di dosso ogni cellula infetta.

Tu analizzasti invece ogni singola crepa, provando rattoppi, mettendoti mille volte in dubbio, puntellando ogni cedimento del tetto pur di non veder cadere quello che credevi di aver costruito fin a quel momento. Rifiutasti ogni contatto, sperando che il contagio fosse stato solo momentaneo.

Io persi molti chili, molti, troppi. Ma più avuti così pochi chili addosso da adulta. Mi spogliai di tutto quello che avevo accumulato, e mi sentii libera. Recuperai un’immagine di me. Come quando si uniscono i puntini numerati e scopri quale è il disegno nascosto. C’ero io sotto quei punti sparsi. Che aspettavo che anche tu trovassi il mio stesso coraggio. Che aspettavo che tu rimanessi fermo contro quella tempesta che ti faceva oscillare avanti e indietro, verso di me, lontano da me. Troppa paura della felicità tu, troppo trasparente davanti a me.

Nessuno puntava su noi due. E allo stesso tempo tutti vedevano quella luce che ci circondava quando eravamo entrambi nella stessa stanza. Ma no, nessuno credeva possibile che ce l’avremmo fatta davvero. Troppi problemi, troppo diversi, troppo dolore, troppo passato… E nel frattempo noi ci raccontavamo che avremmo fatto insieme dei figli quando saremmo riusciti ad amarci. Ne eravamo sicuri. Dovevamo solo capire quale era il verso giusto di quei pezzi di puzzle. E il tempo passava.

A morsi e unghiate, ripetevo sempre in quel periodo io alle amiche.. a morsi e unghiate, un pezzettino alla volta lo sto trattenendo ogni volta un po’ di più a me. Ti avevano soprannominato “Guerra”, perché ogni volta, ogni mese sembrava di lottare contro qualcuno, invece di amarlo. Eppure.

Eppure quando riuscivamo a dormire vicino eravamo una persona sola, un’unica forza motrice che macinava sogni da grandi. Si, proprio come due amichetti che seduti sullo scalino della loro estate fantasticavano su come sarebbe stato bello poter invecchiare insieme.

C’è stato un prima ed un dopo. Prima da soli, dopo insieme.

E quando abbiamo trovato il verso giusto del nostro puzzle, ci siamo accorti che c’erano già disegnati anche i volti dei nostri bambini, e la nostra casa. E li abbiamo resi veri, il prima possibile. Anche mentre gli altri continuavamo a credere che non c’entravamo nulla l’uno con l’altra, che era un azzardo la convivenza, i figli, la casa, nel giro di pochi anni, che ci avrebbe rovinato così presto tutto quella “aria di famiglia”. Ma non è colpa loro.

Non hanno capito che per noi è già stato quasi troppo tardi nella vita. Che quel giorno noi già ci siamo salvati dalla rovina, semplicemente sedendo uno davanti all’altro. E che tutto il resto, ogni nostra discrepanza è solo per tenerci in allenamento… Ma che se entriamo nella stessa stanza non avremo mai bisogno più di luce. Per sempre.

Maggese:Monologhi di Donne · Mamma Selvatica

Ogni volta che un uomo vi risponde così:

Care donne,

Quante volte un uomo vi ha risposto: “Ma io ero già così quando mi hai conosciuto, ora mi vuoi diverso?”. Quante volte vi ha accusata di volerlo cambiare, quando voi, dopo anni di genuflessione su quel suo difetto tanto fastidioso, avete finalmente realizzato che vi irrita a morte, e avete trovato la forza di farglielo notare?

Quella sua risposta sprezzante solitamente mette un punto alla discussione e mira a mettere sotto una luce negativa il cambiamento, esaltando la coerenza e la sincerità di essere sempre rimasti se stessi, a differenza nostra che, a quanto pare, abbiamo improvvisamente cambiato gusti e inclinazioni.

A quella insinuazione abbiamo dunque un’esitazione… effettivamente lo sapevamo che erano così e ci piacevano. In realtà ci piacciono anche ora ma, certo, sarebbe meglio se fossero più..più.. più come Noi ecco. Quell’esitazione viene subito captata e sfruttata dal nemico per navigare verso altri discorsi, mandando a largo la triste realtà, facendola addirittura affogare in silenzio.

Ma se ci pensiamo bene, la naufraga realtà è che forse, noi, in quanto donne, siamo state costrette a cambiare così tante volte nella nostra vita, che lo troviamo normale, fisiologico. Abbiamo dovuto affrontare più di una muta, abbiamo perso letteralmente così tanta pelle che non ne teniamo più il conto.

Non abbiamo dovuto forse affrontare, spesso ancora bambine, la crescita dei seni (più o meno grandi, mannaggia), che prima non c’erano? Non abbiamo forse dovuto imparare a sopportare lo stravolgimento del nostro utero ogni mese, (mese dopo mese, dopo mese, dopo mese…) in una continua perdita di cellule e umori che prima facevano parte di noi? E quando eravamo pronte a donarci a quel corpo di uomo che avevamo davanti (che da quando era bambino si, in effetti qualche pelo in più se lo è visto crescere, ed effettivamente gli è anche un po’ cambiata la voce, ma due cose contemporaneamente non le hanno mai sapute gestire bene, quindi forse non se ne sono mai veramente accorti)… ecco, non abbiamo di nuovo dovuto lasciar andare una parte di noi, lacerando concretamente una nostra membrana per accoglierlo, oltrepassando fisicamente un punto di non ritorno?

E da lì, ogni nostra alterazione è stata ancora più incline all’autoanalisi mensile, cercando o temendo che quel po’ di cosa che l’uomo aveva perso di sé potesse portarci a uno dei più grandi metamorfosi della vita.

E se siete state madri, non avete forse accettato come scontato che quello che era un normale contenitore di organi diventasse una cloaca di sentimenti e frullato di stomaco e vescica, in un tumulto di ormoni, gioia, paura e panza che avanza? Fino all’inverosimile, corpo teso e lucido di sforzo, pensare per due e spingere per tre (“quanno te va bene”…). Eppure, ne eravamo quasi felici. O almeno fino a che non abbiamo dovuto notare come quella trasformazione fosse così dura da recuperare, una volta messo al mondo il frutto di quel sacrificio.

In quel momento, tra l’altro, l’uomo (accanto o distante), assisteva a tutto ciò senza sconvolgersi tanto di tutto quel cambiamento, di tutta quella fisarmonica di pelle e ossa che andava avanti e indietro sulla bilancia e sull’autostima. O del nostro dover ricominciare tutto da capo se la gioia di un figlio si avesse l’ardir di replicare. Cellula dopo cellula.

E tu, donna che non hai potuto o voluto essere madre, il cambiamento è quotidiano e sotto la lente di ingrandimento anche nel tuo caso, non risparmia ahimè nemmeno te, perché ogni singolo etto in più o in meno è castigo e non sei meno meritevole di una genitrice nel saper gestire il giornaliero dolore di tramutare, di avere un orologio interno, di sapere che avrai quell’ultimo (tra l’altro pure lento e fastidioso) cambiamento che ti aspetta al varco e ti renderà sterile, senza girarci tanto intorno.

Anche perché nel frattempo vieni classificata dalla società per categoria, per peso e potenziale mutatrice… della serie che, quando sei sicura che hai finito con tutte queste fasi se vieni al colloquio magari ti assumo (ogni riferimento è puramente e Francamente casuale).

Eppure noi accettiamo tutto questo tutti i giorni. Ogni mattina mettiamo un piede dopo l’altro sulla terra e affrontiamo l’ingiallire di ogni secondo, felici e combattive, o stanche e amareggiate, innamorate o disilluse, ma raramente soffermandoci a pensare di essere ipocrite mentre cambiamo, senza cadere all’improvviso dal pero e trasecolare nella crisi di mezza età alla vista di un capello bianco.

Certo, a grandi linee il carattere non cambia nemmeno per noi, ma l’idea di migliorare, o anche di peggiorare non ci spaventa come fa con l’uomo.

Questo lo giustifica?

No, caxxxo! Questa sarebbe semplicemente la risposta giusta per quando ti rispondono in quel modo; che lo potrebbero pure fare lo sforzo di non lasciare la tazzina del caffè sul bracciolo del divano o i calzini arrotolati nel cesto della biancheria… anche se non l’hanno mai fatto… anche se una volta (chissà perché poi) nella tua testa era sexy e ora invece ti dà l’orticaria.

Ma siccome le risposte pronte ci vengono in mente solo sotto la doccia, io ve l’ho scritta qua per essere pronte per la prossima volta.

Simpaticamente vostra,

donna innamorata, che il caffè lo prende mentre sta al telefono con la pediatra, manda una mail di lavoro, e si sbircia allo specchio sorridendo, con ancora i capelli bagnati.

Cibo e ormoni · Maggese:Monologhi di Donne · Mamma Selvatica

Io la vita la imbottiglierei.

Io la vita ogni tanto la imbottiglierei.

L’aria che c’è la mattina in cui siamo riusciti a dormire abbastanza la notte per goderci il risveglio e i nostri bambini hanno raggiunto il lettone solo all’alba ma si permettono ancora qualche ora incastrati tra di noi. Imbottiglierei il loro respiro profondo, mescolato a quello del padre, che nel dormiveglia sa che quel giorno può tardare ancora un po’ così e può anche lui cristallizzare quel momento, viversi quella sensazione. Il profumo e il calore della loro pelle giovane, il loro totale abbandono di chi si sente al sicuro, di chi non ha bisogno di altro per essere appagato. E le loro braccia e gambe piantate nelle nostre costole, nella nostra schiena, come le migliori ali che la Natura abbia mai potuto creare.

Imbottiglierei anche l’odore della cipolla che soffrigge, in particolare quando lo fa nel burro. Il crepitio pungente che attraversa orecchie, naso, gola e occhi. Un barattolo a parte lo farei per quando si sfuma qualcosa con il vino. Quel porto sicuro di un pasto che colmerà un po’ di lacune, quella premessa per molte ricette che poi è anche compagnia. Il rumore del pasta che manteca nella padella.

Metterei sotto vuoto lo sguardo complice dell’amore della mia vita quando ancora nessuno sapeva dei nostri segreti; in mezzo a tutti gli altri, che parlavano caotici, ignari, che attraversavano le nostre stanze in festa, le nostre vite, le nostre serate comuni, noi due agli angoli opposti della sala e della vita incrociavamo gli occhi e ci dicevamo di più, ci promettevamo di più, eravamo di più. Si, ben sigillato sottovuoto.

Oppure l’odore del lievito che rimane quando vai a chiudere tutte le finestre e le luci la domenica sera, quando per tradizione hai continuato a fare la pizza fatta in casa come ti ha insegnato papà. Quel misto di passato e presente che è casa, che è in realtà futuro.

Le risate quando giocano, quando ti chiamano mamma. Le nostre voci che si fondono quando cantiamo in macchina a squarciagola. Il calore sulle braccia mentre guidi in quei pomeriggi di libertà e di altalene. Quando si emozionano quando rivedono i nonni o gli zii, dopo tanto tempo e gli corrono incontro. Quando corrono incontro a noi. Quando affondano il mento nel tuo collo, ogni loro prima nuova parola. Impacchetterei tutto.

Sigillerei in grandi scatole le prese in giro dei miei fratelli, a tavola con mamma e papà, nei rari momenti in cui riusciamo ad essere tutti insieme, quando ogni nostro personale pianeta si è allineato a quello degli altri e torniamo tre bambini, senza impegni, senza casini. Quegli sfottò che sanno in fondo di: “io ti conosco veramente, io so veramente chi sei.”

Metterei da parte in piccole compresse anche l’estasi dei miei occhi davanti alle inquadrature dei capolavori di Bernardo Bertolucci, al brivido dei colori di Kubrick, il dettaglio enigmatico di Hitchcock. Il sudore sulla maglia di Marlon Brando mentre guarda Vivien Leigh in un Tram chiamato Desiderio. Lo sguardo di Paul Newman che bluffa alla Stangata. Il sorriso del Jocker di Heath Ledger, gli occhi rossi di Angelina Jolie in Ragazze interrotte. Piccole pasticche in blister da sei.

Il sole. Il sole in grandi barili. Il sole delle sette ad Agosto in spiaggia, quello delle due in primavera mentre prendo il caffè. Quello della mattina presto in inverno. La sensazione delle felpa addosso a fine settembre, le fiamme del camino al paesello. Barili in rovere.

Lo lascerei invecchiare il giusto, decantare, essiccare, riposare…

e poi

come birra, spillerei il contenuto in boccali da una pinta, senza il bisogno di stare attenta a fare schiuma, e la metterei al tavolo della tristezza nei giorni di pioggia, quando a Gennaio si piange, umidi di stanchezza e frustrazione.

Stapperei i barattoli nelle sale d’aspetto degli ospedali, a coprire quell’odore di anonima angoscia e righe di barelle sul pavimento.

Sarei generosa, forse anche sperperatrice di quel sapore agrodolce che uscirebbe dalle mie bottiglie quando senti le fitte della solitudine e di impotenza.

Non credo che mi dimenticherei di prendere le mie pasticche di estasi ai primi capogiri per la routine che ti schiaccia, al mal di stomaco della mediocrità che dilaga, alla critica rovente che ti circonda.

Godrei del sibilo del mio sottovuoto che prende aria quando i litigi ti fanno sentire incompresa, quando l’orgoglio ti tiene lontano, quando i rimorsi ti riempiono di domande.

Aprirei quelle scatole festose mentre lotti per mantenere integra la tua dignità.

Andrei fino ai colletti bianchi a portare i miei pacchetti di risate, di purezza. Le userei come bombe a mano. Uno, due, tre e tolgo la sicura. Bum!

Si, andrebbe imbottigliata la vita ogni tanto, dovremmo farlo tutti. Andrebbe tutto meglio, saremmo tutti più forti.

Vuoto a rendere però. Che poi si ricomincia di nuovo da capo.

Maggese:Monologhi di Donne

Merla

La fine di Gennaio ha il sapore della mia depressione latente; mi porta sempre in quella zona d’ombra del mio cervello che più mi fa invischiare in rimorsi e in domande a cui non si può più dare risposta. Sarà quel trascinarsi esausto di giorni che non ce la fanno più a grondare pioggia e freddo, quella fila di ore che si muovono lente e ormai demoralizzate come automobili in un drive-in per i tamponi in pandemia… Sarà quel disatteso dei buoni propositi già infranti… non so bene cosa sarà, ma so che rimane quella certezza da cui non è sempre così facile uscire.

Ma come ogni volta in cui la terra mi richiama a sprofondare verso il basso, in cui la vita mi spinge verso l’angolo pallido del mio esistere, è il brivido che mi aiuta a percepire di nuovo un’epidermide vigile e attenta. E l’arte, la musica, la letteratura, l’epica, le leggende che mi bussano nei momenti di stasi in cui il grigio appiattisce l’orizzonte, mi portano quel brivido e smuovono conforti laddove prima c’erano solo perché.

E in quei giorni trovo forza nella leggenda dei tre giorni detti “della Merla.”

La storia narra di una Merla, docile volatile una volta vestita di candido piumaggio, che tutto l’inverno aveva dovuto lottare per resistere con i suoi piccoli alla rigidità del clima nefasto; quando finalmente sentì il freddo calare gli ultimi giorni del mese, festeggiò cantando e sbeffeggiando il potente Gennaio che anche quella volta non l’aveva avuta. Purtroppo il signor Gennaio (che una volta era di 28 giorni) la sentì, ed essendo un tipo poco incline all’umorismo e pieno di presunzione che non sopportava chi gli sopravvivesse, rubò altri tre giorni a Febbraio, intensificò il freddo e lanciò una tempesta di neve su tutta la tetra. Volle così vendicarsi su quella bella Merla e la sua prole, che fu costretta a smettere di cantare e cercare riparo con i suoi pulcini.

Ogni albero fu ghiacciato o abbattuto dal quella nuova furia e trovare riparo sembrava impossibile. Ma una madre non si dà per vinta e resiste ad ogni avversità: trovò rifugio dentro un comignolo e si strinse al petto la prole per quei lunghi ed estenuanti tre giorni.

Sopravvissero, e Gennaio sfinito dovette ritirarsi, lasciando il posto a quel Febbraio mutilato. Sopravvissero sì, ma come in guerra, c’è sempre qualcosa che si perde durante la resistenza, e quella Merla tornò a cantare con i suoi piccoli ma con le piume ormai nere di fuliggine. Da quel giorno non nascono più merli bianchi ma neri come la pece.

Così come la Merla, resisto io e

pezzo

per

pezzo

mi ricostruisco da sola,

E a costo di diventare nera arrivo a Febbraio per continuare a cantare. Anche se gli altri non se ne accorgono combatto quel freddo sotto al comignolo della mia stessa angoscia e sopravvivo, cambiata per sempre ogni volta ma ancora più forte e pronta per la Primavera.

Mamma Selvatica · Senza categoria

Casa

Mio figlio ha iniziato a parlare quando era sicuro di quello che diceva. Ogni parola che ha pronunciato l’ha detta perché voleva lui, quando voleva lui ( e non a richiesta) e quando era sicuro di dirla bene. Non mi sono mai preoccupata quando faceva segno di no, passato il primo anno di vita, alla richiesta degli svariati adulti che gli giravano intorno, di ripetere a pappagallo le classiche paroline che altri bimbi già dicevano. Avevo fiducia nella sua intelligenza, capiva tutto da molto prima, faceva tutti i versi degli animali, si faceva capire benissimo senza bisogno di parlare. Inoltre è sempre stato uno spirito libero come me, e uno spirito di contraddizione come il padre; un perfezionista della performance come me e un competitivo che lancia solo sfide che sa di poter vincere come il padre. Quindi non poteva essere altrimenti. Infatti ogni tanto, quando era sicuro ci lasciava a bocca aperta con la parola perfetta che aveva deciso lui di dire nel momento in cui più ne avevamo bisogno.

Come quando, un pomeriggio d’estate, all’ora del tramonto, di ritorno da una normale giornata fuori io e lui, abbiamo svoltato con la macchina nella via che precede la nostra abitazione. Lui di solito in macchina fin da piccolissimo, come tutt’ora quando è concentrato, produceva lungo tutto il viaggio una sottospecie di rumore bianco, un “mmmmmmm” continuo, un mantra che lo accompagnava nell’osservazione del mondo che sfrecciava fuori dal finestrino. Ma quel pomeriggio, il piccolo meditatore, come ha riconosciuto quella strada, ha interrotto la sua litania e ha esclamato con gioia :

“aaaaaah, casa!”

Ecco, quando mio figlio ha detto per la prima volta “Casa” io ho sentito dentro di me esplodere tutto il calore, l’amore, e la forza che quella parola gli regalava. Mi ha commosso sentire cosa c’era di profondo in quel suono, come ci fosse esattamente quello che abbiamo sempre sognato di ricreare nella nostra famiglia, quello per cui tanto avevo lottato e per cui tanto stringiamo i denti tutti i giorni. Il suo genuino piacere all’idea di essere arrivato a casa, di aver riconosciuto la strada che lo conduceva nel suo posto sicuro, così gioioso e rassicurante da voler condividere quella parola ad alta voce con quella madre tanto stanca e disordinata, piena di pensieri e contraddizioni che guidava proprio in quella direzione. Credo sia uno dei momenti in cui più mi ha fatto emozionare,in cui più mi ha stupito…

..fino alla nascita della “sua bimba”, venuta al mondo tre mesi fa, allo scoccare dei suoi due anni. Lì mi ha insegnato cosa vuol dire appartenersi. Ma questo ve lo racconto la prossima volta.

Tutto questo per dirvi che si, non scrivo da qualche mese perché ero un attimo impegnata con queste piccole personcine e la loro Casa, ma sono tornata e più ispirata di prima.

Mamma Selvatica

Quello che mi ha ridato la Natura (e lui)

La Natura mi ha ridato la fiducia nel tempo e soprattuto in me stessa.
Quando siamo venuti a vivere in questa casa e ho potuto affondare di nuovo le mani nella terra del giardino, della campagna, come da ragazzina, paradossalmente ogni volta che piantavo qualche seme, semplicemente travasavo le mie piante che mi ero portata dalla città, nella mia testa c’era una totale sfiducia nella riuscita di quella nuova nascita. La stessa sfiducia che avevo avuto quando avevamo deciso di avere il primo figlio. Le mie azioni non si fermavano, sia chiaro, ma la testa era scettica, mentre le mani lavoravano.

Il mio compagno, nonostante non avesse lo stesso bisogno di verde che avevo io né la voglia di dedicarsi ad esso, aveva però l’entusiasmo e la voglia di riassaporare alcuni sapori che invece viveva spesso nelle tradizioni dei nonni e dei genitori stessi: la raccolta dei pomodori, delle olive, le verdure stagionali del piccolo orticello dove andava a lavorare la terra il padre in pensione. Non capiva la mia perplessità che contrastava tra l’altro con il desiderio che avevo avuto così forte fino a quel momento nella ricerca di una casa con tutto quello spazio da curare e “sfruttare”. Inoltre io ero cresciuta nei boschi si può dire e avevo questa grande predisposizione per tutto ciò che era selvatico, mentre lui bene o male era sempre stato più cittadino di me e solo un consumatore passivo delle colture dei parenti. Quindi mi spingeva a comprare oltre a piante già in in fiore, piante da orto ovvero impegni a lungo termine insomma con la terra. Il suo solito entusiasmo, la sua nuvoletta di ingenuità, la sua leggerezza a volte, in contropiede al mio passato, mi spronavano; ma non capiva che all’improvviso era in me che non avevo fiducia una volta trovatami faccia a faccia con la brulla terra.

La città, nonostante mi avesse dato tante cose negli ultimi dieci anni, mi aveva tolto anche altrettante. Era stata un rifugio, una ribellione in realtà a quella vita nei boschi, a quell’estremo isolamento che cozzava con il mio bisogno di crescita e indipendenza. Ed era riuscita a darmi tanto di quello che cercavo, attraverso molte prove di forza e resistenza, di pura sopravvivenza al ritmo frenetico, alla sensazione meravigliosa ma anche complessa di essere nella Capitale. Ma aveva anche ridimensionato la grandezza delle mie passioni, ridotto il mio ego, ricordandomi di essere solo un numero in mezzo al traffico. Le giornate intere passate alla ricerca di un vero colloquio di lavoro, del parcheggio libero, del marciapiede agibile, dell’autobus che non arrivava, della visita in ambulatorio, del funzionario competente, della strada senza cantiere bloccato, del parchetto senza bottiglie rotte… tutte quelle frustranti ore avevano forse reso il mio animo sterile. Non mi aveva certo aiutata la persona con cui l’avevo vissuta quella città, anzi mi aveva resa ancora più arida. Lui che aveva voluto così tanto viverla, la Grande Bellezza, ma che aveva avuto solo porte chiuse in faccia; lui che si arrese prima del tempo, crogiolandosi poi su un divano consolatorio, convincendo anche me che in fondo è tutto il pianeta terra che non ha spazio per persone come noi, giovani studenti di materie umanistiche ma soprattutto noi sognatori di provincia, che nella grande città possono starci solo in affitto (perché se ci eravamo nati a quest’ora era tutto più facile, secondo lui).

Quindi, una vita dopo (anche se in realtà solo pochi anni dopo), non più con Lui ma con la mia “salvezza dagli occhi azzurri”, con il nostro rivoluzionario amore e con il nostro primo figlio, nella nostra nuova casa, davanti a quel prato spelacchiato, (giardino trascurato per anni), potevo io aver fiducia nelle mie capacità di piantare un seme, o di far crescere addirittura una pianta di pomodori? Ricordo che per il primo pezzetto di prato ho sparso i semi e li ho ricoperti di terra due tre volte nel giro di poche settimane, perché convinta di aver sbagliato qualche passaggio; ma alla terza volta, smuovendo la terra mi accorsi che stavo solo estirpando dei piccoli germogli: perché il prato aveva già ricominciato a crescere, ma io non me ne ero accorta, ancora non potevo vedere, perché erano ancora leggermente sotto alla superficie. Non gli avevo dato fiducia, alla terra, e me ne vergognai. Quasi mi scusai. Iniziai a rallentare le semine, aspettare il giusto tempo della crescita.

Ho imparato tanto in questo quasi anno di giardino. Ho imparato ad aspettare a travasare alcune piante, perché alcune hanno bisogno di crescere ancora un pò nella loro alcova stretta, non come me. Ho imparato che quando le travasi poi c’è da aspettarsi una reazione opposta a quella di una improvvisa crescita: molte perdono le foglie, sembra siano morte, ma se le lasci stare, quelle appena hanno metabolizzato il cambiamento ributtano più rigogliose di prima. Questo in particolare mi ha insegnato anche a vivere meglio con il mio compagno, (che come alcune piante, di nuovo diversamente da me, ha bisogno di tempi più lunghi per abituarsi alle nuove situazioni), e a lasciar passare serenamente i momenti di regressione di mio figlio dovuti a importanti cambiamenti come svezzamento o deambulazione su due piedini.

Non ero una persona senza più pazienza, ero una persona senza più fiducia nelle proprie capacità, che è ben diverso. La tenacia mi era rimasta perché il giorno che avevo rivoluzionato la mia vita con la mia “salvezza dagli occhi azzurri” mi ero ripromessa di lottare sempre ogni giorno per quello che volevo davvero. Ma avevo perso la sensazione che il mondo fosse un posto dove poteva crescere davvero nuova vita. Insomma, ero una lottatrice convinta di avere però solo mulini a vento davanti. La Natura, con i suoi germogli, (e con lo zampino inconsapevole di mio figlio e suo padre) mi ha ridato tutto questo e gliene sarò grata per tutta la vita.

Cibo e ormoni · Mamma Selvatica

Serotonina, pomodori e fichi: l’inizio di tutto.

I segnali dell’arrivo di questa scintilla di vita c’erano tutti. Era talmente tanta l’intensità dell’unione delle nostre anime che c’era quasi da vergognarsi a raccontarlo… avevamo assorbito così appieno i sapori che cercavamo per rinascere in quel nostro “pellegrinaggio” verso Sud, che non poteva non spuntare in me qualcosa di speciale, pulito, ancestrale, genuino. Tappa dopo tappa. C’era tutto.

C’erano i fichi raccolti dall’albero nel giardino in Calabria. A piedi scalzi, prima di pranzo, mi arrampicavo come da bambina per raccogliere i frutti più maturi. E li trovavo caldi dal sole, lisci e senza altre impronta se non le mie. Ne assaporavo la consistenza filamentosa e quasi sconcia, tenendo gli occhi chiusi e sentendo bruciare la pelle sotto il sale che si cristallizzava sull’epidermide. Pregustavo il sollievo dell’acqua dolce della pompa per innaffiare con cui mi sarei rinfrescata prima di prepararmi per il pranzo e nel frattempo cercavo di assorbire tutte quelle sensazioni per poterle trasmettere alla vita che stavo provando a far germogliare in me.

C’erano le nonne, le tue future bisnonne, le cariatidi, il matriarcato del Sud che si esprimeva in tutta la loro potenza con il profumo di pomodori ogni mattina al nostro risveglio. L’odore delle conserve fatte in casa che cuociono nei tegami mescolate all’odore del caffè ci ha accompagnati in ogni casa in cui ci hanno ospitati durante quel lungo pellegrinaggio. Un’inconsapevole costante che raccontava di vecchie tradizioni, di ricette ormai dimenticate, di polpette fatte solo di pane, prezzemolo e “cacio”. Cercavo di assorbire mangiando e annusando ogni sfumatura di quelle tradizioni.

Regione per regione io mangiavo e mi emozionavo. C’era la pizza napoletana con il suo basilico intenso sotto i denti. Gli arancini soffritti sul momento al chiosco sulla spiaggia a Donnalucata, che ti riempiono il palato di sensazioni e ti cullano verso “l’abbiocco” pomeridiano. La brioche con il gelato al pistacchio a Ortigia. I sottoli di Scicli, il pesce appena pescato portato crudo sul vassoio del ristorante prima di essere cucinato a Marina di Camerota. La spremuta d’arancia e di mandarino verde al chiosco di Siracusa, mentre i vecchi giocavano a carte. L’odore dei fichi d’india e dello sterrato lungo le strade infuocate dell’entroterra.

C’era il mare nelle orecchie, a pochi passi dalla casa che avevo scelto in Sicilia; mare che tanto fa parte di me, che mi acquieta ogni volta che dalla città la mente rimane corrotta. C’era il Sud, questo grande ritorno ma anche nuova scoperta… Sud Sud Sud ancora più a Sud, isola in mezzo al controverso Mediterraneo.

C’erano stati i punti a capo, il grande incontro con lo spettro di un dolore ormai morente. C’era il ricongiungimento di entrambi ad un passato furioso che finalmente poteva tornare ad essere presente e cristallino. C’era stata quella risata in faccia alle invidie, alle cattiverie.

Mentre non sapevo ancora che eri nato in me, mi ripetevo che quei giorni erano stati così vividi, visceralmente fertili e voluti dal destino che sarebbe stato veramente un peccato non concepirti durante quel nostro viaggio verso Sud, verso le origini, dentro i luoghi dove eravamo stati concepiti noi stessi e i nostri avi, fino a scoprire nuove terre ad entrambi estranee per poterle ritrovare per la prima volta insieme. Quel viaggio che tanto aveva promesso alle nostre menti e alle nostre speranze. Quella fuga da tutti e dalle certezze, quella follia che ci rappresentava in tutti i suoi chilometri.

Era proprio lì, in quell’orgia di sapori e odori, in preda alla serotonina e alle endorfine, che volevo che questa avventura con te, figlio mio, cominciasse.

E infatti è successo. A me.  Davvero. Nel mio corpo, nella mia vita, nella nostra storia.

Mamma Selvatica

Fortuna e scelte : I nonni.

Mio figlio è fortunato. Ha 4 nonni e 3 bisnonni. Molti sparsi per l’Italia ma ci sono. Io ne ho conosciuta a malapena una, di nonna, perché la malasorte ha tolto tanto ai miei genitori troppo presto.

È vero, lui è fortunato ma noi abbiamo avuto anche il coraggio di farlo “presto” questo bambino, per continuarla prima possibile questa generazione, e dargli modo anche di vivere vite diverse dalle sue, dalle nostre.

Ha la fortuna di poter passare del tempo vicino al fuoco della bisnonna in montagna, di stare seduto sui sassi in riva al mare della Calabria, o tra le cassette dei pomodori appena raccolti nel Cilento degli altri bisnonni. Ha nonne che gli cantano canzoncine in molisano e altre che lo fanno giocare con giochi degli anni ’60. Ognuno di loro trasmette a lui qualcosa della loro esperienza, dei loro ricordi, e lui insegna a loro qualcosa che ancora non sapevano della vita. Anche a 90 anni.

È fortunato, ma siamo anche noi che scegliamo di passare ogni nostro momento libero viaggiando e portandolo in giro per le regioni da loro. Non le stiamo nemmeno più guardando altre mete, altre vacanze. Ci sarà tempo, solo per noi, per posti nuovi, un giorno magari.

Ma questi sono momenti che non tornano più. E nuovi lidi li scopriamo nei loro occhi quando si guardano, ogni volta che si ricontrano.

È il miglior viaggio che potremmo mai regalarci.

Maggese:Monologhi di Donne

Diritto al dolore

I hurt myself today

To see if I still feel

I focus on the pain

The only thing that’s real

“Hurt” Jhonny Cash

“Lasciatemi il diritto di stare male. Giusto un po’. 

Lo so, so benissimo che tutto quello che dite è giusto, sensato, lucido e ponderato. So inoltre che non lo fate con cattiveria, e che dovrei reputarmi fortunata… c’è chi pagherebbe oro per avere persone rassicuranti come voi.

È che io in realtà non avrei nemmeno bisogno di essere rassicurata.. so bene tutto. Non è che sono giù di morale, o (come piace dire a me) non è che sono “frastornata” perché le cose che mi dite non le so anche io. Non sono meno intelligente di voi e riuscirei tranquillamente a consolarmi da sola con due o tre parole molto meglio di come cercate di fare voi. Non è questo il punto.

Mi state togliendo la possibilità di esprimere un dolore, una delusione, una debolezza, la sensazione di avere il fato avverso. Mi state togliendo il diritto di provare dolore mentale.

E mi chiedo.. Perché accade questo? Perché non mi permettete di soffrire? Perché mi volete bene, certo, in primis.. e questo non lo ho mai messo in dubbio e mi riempie di gratitudine, ovvio.

Ma ormai ho vissuto talmente tanto la mia forza e la mia relazione con gli altri per sapere che, in fondo, il volersi assicurare che io stia bene, (subito, senza poter lasciare che io mi butti giù nemmeno per mezza giornata, o per mezz’ora) è quasi una forma involontaria di egoismo.

Voi non potete permettervi che io crolli, nemmeno per un secondo.

Perché voi, voi siete abituati a non avere la forza per affrontare le cose, e ad evitarle a volte, o lamentarvi, o chiedere subito aiuto a qualcun’altro quando le cose si fanno difficili. E rischiare così di dover rialzare davvero me, quella che invece vi fa sempre da grande roccia, grande madre positiva, pratica e spiccia, vi spaventa a morte. Perché non ci riuscireste.

Non avreste mai la forza di prendermi davvero in braccio una volta che io fossi davvero sprofondata.

Quindi non mi date nemmeno il tempo di iniziare a poter stare male… SUBITO SUBITO mettiamo i punti in superficie senza vedere se il taglio è pulito o infetto. Chiudiamo SUBITO, la mia ferita. E io ve lo lascio fare. Questo è il problema. Io sono comunque più forte di voi per riuscire a far finta che mi state aiutando. Ma d’altra parte come potreste fare altrimenti? 

Tutte le volte che io stavo male davvero voi non lo avete mai saputo perché io non ve lo ho mai raccontato. Sempre parziale nella mia disperazione, sempre attenta a non ferire voi con il mio dolore. Sempre lacrime asciutte, asciugate prima di arrivare da voi, anche se la premessa era che venivo da voi per sfogarmi un po’.

Non credo che lo facessi perché volevo sembrare forte o che considerassi un peccato soffrire per quello che stavo soffrendo. Avevo sempre la sensazione più che altro che in fondo non ne avessi diritto, di disperarmi. Sempre con la sensazione che da me ci si aspettasse altro, che sono io che dovevo occuparmi di voi. Che la situazione non la potessi perdere di mano. Quindi il male di cui a volte parlavo non arrivava davvero. 

Mi aprì gli occhi una delle tante mie inquiline ai tempi dell’università, una di quelle strane e svampite, con poco filtro, che arriva dalla campagna e che il diritto di stare male invece se lo prendeva spesso. Lei sapeva mostrare bene i suoi tumulti emotivi… come ad esempio decidere all’ultimo secondo di non dare un esame presa dal panico o piangere a dirotto per ore perché non riusciva a passarlo, quell’esame, la volta che ci provava. Io non ho mai battuto ciglio davanti a nessuno in quell’ambito, non me lo sono mai permesso. Andavo e davo l’esame, o non lo davo e basta.

Ecco, lei, nel suo guazzabuglio di emozioni nostrane un giorno mi disse nel suo dialetto spiccio: “Tu non si capisce quando soffri.”. 

Semplice, spontanea, vera. E me lo disse in uno dei periodi più bassi della mia esistenza. Quando ero preda di calmanti e stabilizzanti dell’umore. Qualcuno si sarebbe fatto trovare vagante e scorporato quasi da una schiena dolente e un anima distrutta, ubriaco sul tavolo della cucina, anche solo perché studente fuori sede e avente diritto per antonomasia a quella situazione. Io invece ricevevo solo un “non si capisce quando soffri”. 

La stessa cosa valeva con Lui. Riuscivo come un trattore a passare sopra le mie sofferenze e mettere comunque un piede davanti all’altro la mattina, ma questa per lui non era resilienza, no, per lui voleva dire che io non ero abbastanza dispiaciuta e dolorante per le nostre ennesime crisi.. per i nostri litigi, per i suoi fallimenti. Avrei dovuto anche io deprimermi su di un divano per poter dimostrare che soffrivo abbastanza anche per lui.

E quel “non si capisce quando soffri” per lui diventava “non soffri abbastanza, non sei abbastanza contrita”.

Ma la realtà era indimostrabile. Io non riuscivo a esprimerla la mia infinita agonia. La mia mimica facciale era bloccata. Le mie lacrime erano ferme alla gola. Creavano un grumo solido e doloroso sotto l’epiglottide ma non salivano né scendevano.. Un po’ come l’uovo sodo di Virzì. Eppure soffrivo e non ne potevo più di non sentire il dolore che defluiva via dal mio corpo ma rimaneva stagnante ad imputridire sotto la pelle.

Sarà per quello che presi la malsana abitudine di utilizzare una lametta per far uscire un po’ di tutta quella angoscia, come se a quel punto con un delle ferite evidenti avessi avuto un motivo oggettivo per essere curata. Da sola, in un angolo del mondo stavo meglio. Per pochi secondi perché poi la vergogna e il bruciore mi invadevano e cercavo di nascondere tutto. Forse uno sguardo attento si sarebbe accorto di qualcosa, ma le giustificazioni di quei tagli erano abbastanza convincenti per qualcuno che non vuol vedere.

E sono andata avanti nella vita. Ho riempito i miei vuoti con ferite e svuotato l’anima con incidenti casalinghi. Poi sono nate le mie figlie. Le mie gemelle, le mie meraviglie.

È riduttivo parlarne qui. Sono talmente tante le emozioni anche contraddittorie legate all’essere diventata mamma che non basterebbero mille anni di confessioni. Ma la costante è sempre rimasta la stessa: resistere, resistere anche per loro. Resistere ancora più di prima. Resistere contro il vento delle sofferenze. Ferirsi, pardon… piegarsi ma non spezzarsi.

Ma ora questa in questo lockdown non ho scampo. Non riesco a respirare dal dolore, non riesco a trovare un angolo libero per il mio sfogo giornaliero, mi si sta chiedendo veramente troppo. Mi sveglio la mattina con il terrore di essere scoperta. Devo gestire il lavoro, le figlie, lui, e il mio panico tutto tra quattro mura… senza che io possa farmi prendere dallo sconforto e dalla paura che questa realtà apocalittica mi sta trasmettendo. Fosse per me mi butterei sotto un piumone ad urlare disperata, ma spaventerei le mie figlie. Vorrei piangerei anche solo un pochino in bagno ma lui se ne accorgerebbe. Vorrei mollare la presa appena un po’ ma i ritmi che devo mantenere per il suo equilibrio subirebbero dei rallentamenti. Vorrei chiamare qualcuno e dirgli quanto ho paura, ma sembra che visto che questa situazione ha colpito tutti io ho ancora meno diritto di lamentarmi. Ai miei timidi accenni agli amici le risposte sono sempre le stesse: la mia famiglia è in salute, non ho perso il lavoro, ho il supermercato davanti casa… perché non mi guardo una serie televisiva e mi rilasso? Perché non faccio una torta? Perché io vorrei poter soffrire invece. Tutto qui.

Vorrei sentire la tensione che scende, vorrei sentire defluire dalla gola la pressione che fanno le mie sensazioni nello stomaco.

Lasciatemi il diritto di stare male. Giusto un po’. Vi prego. “

Cibo e ormoni · Mamma Selvatica

Caffè nero bollente

Un caffè. Avevo bisogno di un caffè. 

La mia vita sembrava andare a rotoli, l’umore scendeva a braccetto con la mia autostima verso la depressione. 

Quali erano le sensazioni fisiche letteralmente provate? L-e-t-t-e-r-a-l-m-e-n-t-e? Ecco un’attenta descrizione.

Il disagio di un corpo che non rispondeva più agli stimoli e i buoni propositi della testa; una testa annebbiata e che rimaneva sempre impantanata e spintonata tra un ovattata esistenza, (che guardava scorrere il tempo osservandolo passare come pendolari stanchi nella metro) ed una irrequietezza mossa da qualsiasi evento esterno che si incollava appiccicoso alla corteccia celebrale producendo pensieri in loop dentro una fronte esausta. Tutto questo intervallato da tante pipì e conati. Che bello.

Il mio palato non aiutava. Il passaggio papillare e gustativo tra pasti slavati e sani a quel continuo desiderio non ricambiato dal cibo rendeva tutto ancora più grigio e impastato. E l’obbligo di uscire allo scoperto, fuori di casa, per andare a lavorare, sembrava la più ardua delle avventure se non la più immeritata punizione.

Dunque: dopo l’ennesima proibizione esterna (proibizione a priori ovviamente) di una bella fetta di pane burro e acciuga (perché “NOO!! Il burro fa male”) da parte del compagno apprensivo fuori sincrono, con l’aggiunta del conseguente sconforto e sprofondamento sulla sedia girevole (come le mie scatole) …. Dicevamo davanti a tutto questo io quel giorno mi sono ribellata. 

Di una ribellione quasi adolescenziale, intima ma potente, che diceva: BASTA! MI FACCIO UN CAFFè! Non mi importava se il mio stomaco avrebbe gridato pietà poi, se non era indicato con le nausee, se la caffeina fa male e tutte le altre cose: avevo dimenticato il sapore del caffè e il mio corpo non tollerava più questa ingiustizia. 

“Ho bisogno di una Moka di caffè”. Punto. Solo questo era il mio pensiero. Ho bisogno di quel sapore dolceamaro della polvere magica chiamata caffè. Ho bisogno di quel lento riaffiorare della mente dal suo torpore verso la lucidità. Ho bisogno insomma di affidarmi al sapore della caffeina per credere che tutto andrà bene, che ce la potrò fare.

Perchè è sempre così: la mattina sei rincoglionito dal sonno? Ti fai un caffè e affronti la giornata. A pranzo hai mangiato pure il divano e non digerisci? Ti fai un caffè e ti incammini verso il perdono. Sei a dieta e hai mangiato sciapo e scondito che sembra che tu sia ancora digiuno? Ti fai un caffè e vai avanti. Ti stai atrofizzando sulla sedia dell’ufficio? Ti fai un caffè e l’orario di chiusura ti sembra più vicino. Perchè il caffè ti scalda il cuore, il palato, e ti scioglie i nodi della disperazione. Ovvio, deve essere un buon caffè!!

Mossa dunque da tale impeto mi alzo e inizio a prepararmelo da sola, essendo ormai rimasta solo io a casa.

Lasciamo stare il fatto che ha attentato alla mia gravidanza più il tentativo dello svitare la caffettiera che tanti altri pericoli, che ha incrinato più santi il mio sforzo disumano che qualsiasi altro bestemmiatore in giro, e che nemmeno Dario Argento sarebbe riuscito ad avere il mio stesso flash mentale (macabro ma fisico che verrebbe in mente solo a noi gravide) del titolone sul giornale che diceva: “donna incinta perde il bambino durante lo sforzo di svitare la caffettiera che ha chiuso il compagno…”. Si, perché è inutile che spalancate gli occhi, se aspetti un bimbo pensi continuamente a questo pericolo, pure svitando una Moka. 

Ad ogni modo la disperazione preparò per me un ottimo caffè che mi rimise al mondo. Uscii per andare a lavoro soddisfatta ed energica, orgogliosa e per nulla in colpa per quello che avevo fatto, ancora inebriata dall’intensità nera della miscela calda appena bevuta (ben 2 tazzine!). Il mondo tornò tondo e non piatto, il futuro leggiadro, il miracolo di diventare mamma luminoso e persino il compagno premuroso fuori sincrono più sincronizzato.

Morale della favola? Figlio mio, sei sarai maschio non vietare il caffè alla futura madre dei tuoi figli, ti potrebbe essere letale… se sarai femmina, invece, quando sembra che il mondo sia una valle grigia e insipida, fatti prima un caffè, che mamma è così che sopravvisse quando le scompigliavi l’esistenza anche se eri ancora grande solo come un mirtillo. 

Incinta di quasi 3 mesi. Problemi di pressione bassa e reflusso gastrico.