Maggese:Monologhi di Quarantena

Diritto al dolore

I hurt myself today

To see if I still feel

I focus on the pain

The only thing that’s real

“Hurt” Jhonny Cash

Lasciatemi il diritto di stare male. Giusto un po’. 

Lo so, so benissimo che tutto quello che dite è giusto, sensato, lucido e ponderato. So inoltre che non lo fate con cattiveria, e che dovrei reputarmi fortunata… c’è chi pagherebbe oro per avere persone rassicuranti come voi.

È che io in realtà non avrei nemmeno bisogno di essere rassicurata.. so bene tutto. Non è che sono giù di morale, o (come piace dire a me) non è che sono “frastornata” perché le cose che mi dite non le so anche io. Non sono meno intelligente di voi e riuscirei tranquillamente a consolarmi da sola con due o tre parole molto meglio di come cercate di fare voi. Non è questo il punto.

Mi state togliendo la possibilità di esprimere un dolore, una delusione, una debolezza, la sensazione di avere il fato avverso. Mi state togliendo il diritto di provare dolore mentale.

E mi chiedo.. Perché accade questo? Perché non mi permettete di soffrire? Perché mi volete bene, certo, in primis.. e questo non lo ho mai messo in dubbio e mi riempie di gratitudine, ovvio.

Ma ormai ho vissuto talmente tanto la mia forza e la mia relazione con gli altri per sapere che, in fondo, il volersi assicurare che io stia bene, (subito, senza poter lasciare che io mi butti giù nemmeno per mezza giornata, o per mezz’ora) è quasi una forma involontaria di egoismo.

Voi non potete permettervi che io crolli, nemmeno per un secondo.

Perché voi, voi siete abituati a non avere la forza per affrontare le cose, e ad evitarle a volte, o lamentarvi, o chiedere subito aiuto a qualcun’altro quando le cose si fanno difficili. E rischiare così di dover rialzare davvero me, quella che invece vi fa sempre da grande roccia, grande madre positiva, pratica e spiccia, vi spaventa a morte. Perché non ci riuscireste.

Non avreste mai la forza di prendermi davvero in braccio una volta che io fossi davvero sprofondata.

Quindi non mi date nemmeno il tempo di iniziare a poter stare male… SUBITO SUBITO mettiamo i punti in superficie senza vedere se il taglio è pulito o infetto. Chiudiamo SUBITO, la mia ferita. E io ve lo lascio fare. Questo è il problema. Io sono comunque più forte di voi per riuscire a far finta che mi state aiutando. Ma d’altra parte come potreste fare altrimenti? 

Tutte le volte che io stavo male davvero voi non lo avete mai saputo perché io non ve lo ho mai raccontato. Sempre parziale nella mia disperazione, sempre attenta a non ferire voi con il mio dolore. Sempre lacrime asciutte, asciugate prima di arrivare da voi, anche se la premessa era che venivo da voi per sfogarmi un po’.

Non credo che lo facessi perché volevo sembrare forte o che considerassi un peccato soffrire per quello che stavo soffrendo. Avevo sempre la sensazione più che altro che in fondo non ne avessi diritto, di disperarmi. Sempre con la sensazione che da me ci si aspettasse altro, che sono io che dovevo occuparmi di voi. Che la situazione non la potessi perdere di mano. Quindi il male di cui a volte parlavo non arrivava davvero. 

Mi aprì gli occhi una delle tante mie inquiline ai tempi dell’università, una di quelle strane e svampite, con poco filtro, che arriva dalla campagna e che il diritto di stare male invece se lo prendeva spesso. Lei sapeva mostrare bene i suoi tumulti emotivi… come ad esempio decidere all’ultimo secondo di non dare un esame presa dal panico o piangere a dirotto per ore perché non riusciva a passarlo, quell’esame, la volta che ci provava. Io non ho mai battuto ciglio davanti a nessuno in quell’ambito, non me lo sono mai permesso. Andavo e davo l’esame, o non lo davo e basta.

Ecco, lei, nel suo guazzabuglio di emozioni nostrane un giorno mi disse nel suo dialetto spiccio: “Tu non si capisce quando soffri.”. 

Semplice, spontanea, vera. E me lo disse in uno dei periodi più bassi della mia esistenza. Quando ero preda di calmanti e stabilizzanti dell’umore. Qualcuno si sarebbe fatto trovare vagante e scorporato quasi da una schiena dolente e un anima distrutta, ubriaco sul tavolo della cucina, anche solo perché studente fuori sede e avente diritto per antonomasia a quella situazione. Io invece ricevevo solo un “non si capisce quando soffri”. 

La stessa cosa valeva con Lui. Riuscivo come un trattore a passare sopra le mie sofferenze e mettere comunque un piede davanti all’altro la mattina, ma questa per lui non era resilienza, no, per lui voleva dire che io non ero abbastanza dispiaciuta e dolorante per le nostre ennesime crisi.. per i nostri litigi, per i suoi fallimenti. Avrei dovuto anche io deprimermi su di un divano per poter dimostrare che soffrivo abbastanza anche per lui.

E quel “non si capisce quando soffri” per lui diventava “non soffri abbastanza, non sei abbastanza contrita”.

Ma la realtà era indimostrabile. Io non riuscivo a esprimerla la mia infinita agonia. La mia mimica facciale era bloccata. Le mie lacrime erano ferme alla gola. Creavano un grumo solido e doloroso sotto l’epiglottide ma non salivano né scendevano.. Un po’ come l’uovo sodo di Virzì. Eppure soffrivo e non ne potevo più di non sentire il dolore che defluiva via dal mio corpo ma rimaneva stagnante ad imputridire sotto la pelle.

Sarà per quello che presi la malsana abitudine di utilizzare una lametta per far uscire un po’ di tutta quella angoscia, come se a quel punto con un delle ferite evidenti avessi avuto un motivo oggettivo per essere curata. Da sola, in un angolo del mondo stavo meglio. Per pochi secondi perché poi la vergogna e il bruciore mi invadevano e cercavo di nascondere tutto. Forse uno sguardo attento si sarebbe accorto di qualcosa, ma le giustificazioni di quei tagli erano abbastanza convincenti per qualcuno che non vuol vedere.

E sono andata avanti nella vita. Ho riempito i miei vuoti con ferite e svuotato l’anima con incidenti casalinghi. Poi sono nate le mie figlie. Le mie gemelle, le mie meraviglie.

È riduttivo parlarne qui. Sono talmente tante le emozioni anche contraddittorie legate all’essere diventata mamma che non basterebbero mille anni di confessioni. Ma la costante è sempre rimasta la stessa: resistere, resistere anche per loro. Resistere ancora più di prima. Resistere contro il vento delle sofferenze. Ferirsi, pardon… piegarsi ma non spezzarsi.

Ma ora questa in questo lockdown non ho scampo. Non riesco a respirare dal dolore, non riesco a trovare un angolo libero per il mio sfogo giornaliero, mi si sta chiedendo veramente troppo. Mi sveglio la mattina con il terrore di essere scoperta. Devo gestire il lavoro, le figlie, lui, e il mio panico tutto tra quattro mura… senza che io possa farmi prendere dallo sconforto e dalla paura che questa realtà apocalittica mi sta trasmettendo. Fosse per me mi butterei sotto un piumone ad urlare disperata, ma spaventerei le mie figlie. Vorrei piangerei anche solo un pochino in bagno ma lui se ne accorgerebbe. Vorrei mollare la presa appena un po’ ma i ritmi che devo mantenere per il suo equilibrio subirebbero dei rallentamenti. Vorrei chiamare qualcuno e dirgli quanto ho paura, ma sembra che visto che questa situazione ha colpito tutti io ho ancora meno diritto di lamentarmi. Ai miei timidi accenni agli amici le risposte sono sempre le stesse: la mia famiglia è in salute, non ho perso il lavoro, ho il supermercato davanti casa… perché non mi guardo una serie televisiva e mi rilasso? Perché non faccio una torta? Perché io vorrei poter soffrire invece. Tutto qui.

Vorrei sentire la tensione che scende, vorrei sentire defluire dalla gola la pressione che fanno le mie sensazioni nello stomaco.

Lasciatemi il diritto di stare male. Giusto un po’. Vi prego.