Mamma Selvatica · Senza categoria

Casa

Mio figlio ha iniziato a parlare quando era sicuro di quello che diceva. Ogni parola che ha pronunciato l’ha detta perché voleva lui, quando voleva lui ( e non a richiesta) e quando era sicuro di dirla bene. Non mi sono mai preoccupata quando faceva segno di no, passato il primo anno di vita, alla richiesta degli svariati adulti che gli giravano intorno, di ripetere a pappagallo le classiche paroline che altri bimbi già dicevano. Avevo fiducia nella sua intelligenza, capiva tutto da molto prima, faceva tutti i versi degli animali, si faceva capire benissimo senza bisogno di parlare. Inoltre è sempre stato uno spirito libero come me, e uno spirito di contraddizione come il padre; un perfezionista della performance come me e un competitivo che lancia solo sfide che sa di poter vincere come il padre. Quindi non poteva essere altrimenti. Infatti ogni tanto, quando era sicuro ci lasciava a bocca aperta con la parola perfetta che aveva deciso lui di dire nel momento in cui più ne avevamo bisogno.

Come quando, un pomeriggio d’estate, all’ora del tramonto, di ritorno da una normale giornata fuori io e lui, abbiamo svoltato con la macchina nella via che precede la nostra abitazione. Lui di solito in macchina fin da piccolissimo, come tutt’ora quando è concentrato, produceva lungo tutto il viaggio una sottospecie di rumore bianco, un “mmmmmmm” continuo, un mantra che lo accompagnava nell’osservazione del mondo che sfrecciava fuori dal finestrino. Ma quel pomeriggio, il piccolo meditatore, come ha riconosciuto quella strada, ha interrotto la sua litania e ha esclamato con gioia :

“aaaaaah, casa!”

Ecco, quando mio figlio ha detto per la prima volta “Casa” io ho sentito dentro di me esplodere tutto il calore, l’amore, e la forza che quella parola gli regalava. Mi ha commosso sentire cosa c’era di profondo in quel suono, come ci fosse esattamente quello che abbiamo sempre sognato di ricreare nella nostra famiglia, quello per cui tanto avevo lottato e per cui tanto stringiamo i denti tutti i giorni. Il suo genuino piacere all’idea di essere arrivato a casa, di aver riconosciuto la strada che lo conduceva nel suo posto sicuro, così gioioso e rassicurante da voler condividere quella parola ad alta voce con quella madre tanto stanca e disordinata, piena di pensieri e contraddizioni che guidava proprio in quella direzione. Credo sia uno dei momenti in cui più mi ha fatto emozionare,in cui più mi ha stupito…

..fino alla nascita della “sua bimba”, venuta al mondo tre mesi fa, allo scoccare dei suoi due anni. Lì mi ha insegnato cosa vuol dire appartenersi. Ma questo ve lo racconto la prossima volta.

Tutto questo per dirvi che si, non scrivo da qualche mese perché ero un attimo impegnata con queste piccole personcine e la loro Casa, ma sono tornata e più ispirata di prima.

Cibo e ormoni · Mamma Selvatica

Serotonina, pomodori e fichi: l’inizio di tutto.

I segnali dell’arrivo di questa scintilla di vita c’erano tutti. Era talmente tanta l’intensità dell’unione delle nostre anime che c’era quasi da vergognarsi a raccontarlo… avevamo assorbito così appieno i sapori che cercavamo per rinascere in quel nostro “pellegrinaggio” verso Sud, che non poteva non spuntare in me qualcosa di speciale, pulito, ancestrale, genuino. Tappa dopo tappa. C’era tutto.

C’erano i fichi raccolti dall’albero nel giardino in Calabria. A piedi scalzi, prima di pranzo, mi arrampicavo come da bambina per raccogliere i frutti più maturi. E li trovavo caldi dal sole, lisci e senza altre impronta se non le mie. Ne assaporavo la consistenza filamentosa e quasi sconcia, tenendo gli occhi chiusi e sentendo bruciare la pelle sotto il sale che si cristallizzava sull’epidermide. Pregustavo il sollievo dell’acqua dolce della pompa per innaffiare con cui mi sarei rinfrescata prima di prepararmi per il pranzo e nel frattempo cercavo di assorbire tutte quelle sensazioni per poterle trasmettere alla vita che stavo provando a far germogliare in me.

C’erano le nonne, le tue future bisnonne, le cariatidi, il matriarcato del Sud che si esprimeva in tutta la loro potenza con il profumo di pomodori ogni mattina al nostro risveglio. L’odore delle conserve fatte in casa che cuociono nei tegami mescolate all’odore del caffè ci ha accompagnati in ogni casa in cui ci hanno ospitati durante quel lungo pellegrinaggio. Un’inconsapevole costante che raccontava di vecchie tradizioni, di ricette ormai dimenticate, di polpette fatte solo di pane, prezzemolo e “cacio”. Cercavo di assorbire mangiando e annusando ogni sfumatura di quelle tradizioni.

Regione per regione io mangiavo e mi emozionavo. C’era la pizza napoletana con il suo basilico intenso sotto i denti. Gli arancini soffritti sul momento al chiosco sulla spiaggia a Donnalucata, che ti riempiono il palato di sensazioni e ti cullano verso “l’abbiocco” pomeridiano. La brioche con il gelato al pistacchio a Ortigia. I sottoli di Scicli, il pesce appena pescato portato crudo sul vassoio del ristorante prima di essere cucinato a Marina di Camerota. La spremuta d’arancia e di mandarino verde al chiosco di Siracusa, mentre i vecchi giocavano a carte. L’odore dei fichi d’india e dello sterrato lungo le strade infuocate dell’entroterra.

C’era il mare nelle orecchie, a pochi passi dalla casa che avevo scelto in Sicilia; mare che tanto fa parte di me, che mi acquieta ogni volta che dalla città la mente rimane corrotta. C’era il Sud, questo grande ritorno ma anche nuova scoperta… Sud Sud Sud ancora più a Sud, isola in mezzo al controverso Mediterraneo.

C’erano stati i punti a capo, il grande incontro con lo spettro di un dolore ormai morente. C’era il ricongiungimento di entrambi ad un passato furioso che finalmente poteva tornare ad essere presente e cristallino. C’era stata quella risata in faccia alle invidie, alle cattiverie.

Mentre non sapevo ancora che eri nato in me, mi ripetevo che quei giorni erano stati così vividi, visceralmente fertili e voluti dal destino che sarebbe stato veramente un peccato non concepirti durante quel nostro viaggio verso Sud, verso le origini, dentro i luoghi dove eravamo stati concepiti noi stessi e i nostri avi, fino a scoprire nuove terre ad entrambi estranee per poterle ritrovare per la prima volta insieme. Quel viaggio che tanto aveva promesso alle nostre menti e alle nostre speranze. Quella fuga da tutti e dalle certezze, quella follia che ci rappresentava in tutti i suoi chilometri.

Era proprio lì, in quell’orgia di sapori e odori, in preda alla serotonina e alle endorfine, che volevo che questa avventura con te, figlio mio, cominciasse.

E infatti è successo. A me.  Davvero. Nel mio corpo, nella mia vita, nella nostra storia.