Maggese:Monologhi di Donne

Merla

La fine di Gennaio ha il sapore della mia depressione latente; mi porta sempre in quella zona d’ombra del mio cervello che più mi fa invischiare in rimorsi e in domande a cui non si può più dare risposta. Sarà quel trascinarsi esausto di giorni che non ce la fanno più a grondare pioggia e freddo, quella fila di ore che si muovono lente e ormai demoralizzate come automobili in un drive-in per i tamponi in pandemia… Sarà quel disatteso dei buoni propositi già infranti… non so bene cosa sarà, ma so che rimane quella certezza da cui non è sempre così facile uscire.

Ma come ogni volta in cui la terra mi richiama a sprofondare verso il basso, in cui la vita mi spinge verso l’angolo pallido del mio esistere, è il brivido che mi aiuta a percepire di nuovo un’epidermide vigile e attenta. E l’arte, la musica, la letteratura, l’epica, le leggende che mi bussano nei momenti di stasi in cui il grigio appiattisce l’orizzonte, mi portano quel brivido e smuovono conforti laddove prima c’erano solo perché.

E in quei giorni trovo forza nella leggenda dei tre giorni detti “della Merla.”

La storia narra di una Merla, docile volatile una volta vestita di candido piumaggio, che tutto l’inverno aveva dovuto lottare per resistere con i suoi piccoli alla rigidità del clima nefasto; quando finalmente sentì il freddo calare gli ultimi giorni del mese, festeggiò cantando e sbeffeggiando il potente Gennaio che anche quella volta non l’aveva avuta. Purtroppo il signor Gennaio (che una volta era di 28 giorni) la sentì, ed essendo un tipo poco incline all’umorismo e pieno di presunzione che non sopportava chi gli sopravvivesse, rubò altri tre giorni a Febbraio, intensificò il freddo e lanciò una tempesta di neve su tutta la tetra. Volle così vendicarsi su quella bella Merla e la sua prole, che fu costretta a smettere di cantare e cercare riparo con i suoi pulcini.

Ogni albero fu ghiacciato o abbattuto dal quella nuova furia e trovare riparo sembrava impossibile. Ma una madre non si dà per vinta e resiste ad ogni avversità: trovò rifugio dentro un comignolo e si strinse al petto la prole per quei lunghi ed estenuanti tre giorni.

Sopravvissero, e Gennaio sfinito dovette ritirarsi, lasciando il posto a quel Febbraio mutilato. Sopravvissero sì, ma come in guerra, c’è sempre qualcosa che si perde durante la resistenza, e quella Merla tornò a cantare con i suoi piccoli ma con le piume ormai nere di fuliggine. Da quel giorno non nascono più merli bianchi ma neri come la pece.

Così come la Merla, resisto io e

pezzo

per

pezzo

mi ricostruisco da sola,

E a costo di diventare nera arrivo a Febbraio per continuare a cantare. Anche se gli altri non se ne accorgono combatto quel freddo sotto al comignolo della mia stessa angoscia e sopravvivo, cambiata per sempre ogni volta ma ancora più forte e pronta per la Primavera.

Mamma Selvatica · Senza categoria

Casa

Mio figlio ha iniziato a parlare quando era sicuro di quello che diceva. Ogni parola che ha pronunciato l’ha detta perché voleva lui, quando voleva lui ( e non a richiesta) e quando era sicuro di dirla bene. Non mi sono mai preoccupata quando faceva segno di no, passato il primo anno di vita, alla richiesta degli svariati adulti che gli giravano intorno, di ripetere a pappagallo le classiche paroline che altri bimbi già dicevano. Avevo fiducia nella sua intelligenza, capiva tutto da molto prima, faceva tutti i versi degli animali, si faceva capire benissimo senza bisogno di parlare. Inoltre è sempre stato uno spirito libero come me, e uno spirito di contraddizione come il padre; un perfezionista della performance come me e un competitivo che lancia solo sfide che sa di poter vincere come il padre. Quindi non poteva essere altrimenti. Infatti ogni tanto, quando era sicuro ci lasciava a bocca aperta con la parola perfetta che aveva deciso lui di dire nel momento in cui più ne avevamo bisogno.

Come quando, un pomeriggio d’estate, all’ora del tramonto, di ritorno da una normale giornata fuori io e lui, abbiamo svoltato con la macchina nella via che precede la nostra abitazione. Lui di solito in macchina fin da piccolissimo, come tutt’ora quando è concentrato, produceva lungo tutto il viaggio una sottospecie di rumore bianco, un “mmmmmmm” continuo, un mantra che lo accompagnava nell’osservazione del mondo che sfrecciava fuori dal finestrino. Ma quel pomeriggio, il piccolo meditatore, come ha riconosciuto quella strada, ha interrotto la sua litania e ha esclamato con gioia :

“aaaaaah, casa!”

Ecco, quando mio figlio ha detto per la prima volta “Casa” io ho sentito dentro di me esplodere tutto il calore, l’amore, e la forza che quella parola gli regalava. Mi ha commosso sentire cosa c’era di profondo in quel suono, come ci fosse esattamente quello che abbiamo sempre sognato di ricreare nella nostra famiglia, quello per cui tanto avevo lottato e per cui tanto stringiamo i denti tutti i giorni. Il suo genuino piacere all’idea di essere arrivato a casa, di aver riconosciuto la strada che lo conduceva nel suo posto sicuro, così gioioso e rassicurante da voler condividere quella parola ad alta voce con quella madre tanto stanca e disordinata, piena di pensieri e contraddizioni che guidava proprio in quella direzione. Credo sia uno dei momenti in cui più mi ha fatto emozionare,in cui più mi ha stupito…

..fino alla nascita della “sua bimba”, venuta al mondo tre mesi fa, allo scoccare dei suoi due anni. Lì mi ha insegnato cosa vuol dire appartenersi. Ma questo ve lo racconto la prossima volta.

Tutto questo per dirvi che si, non scrivo da qualche mese perché ero un attimo impegnata con queste piccole personcine e la loro Casa, ma sono tornata e più ispirata di prima.