Mangia, Aspetta, Ama

Pasta al burro e rivelazioni.

Tratto da Mangia, Aspetta, Ama,

L’odore degli spaghetti mentre si cuociono è diverso da qualsiasi altro tipo di pasta. Non so perché, ma è così.

Ero spiaggiata sul letto, vittima della solita pressione bassa e della fiacca da primo trimestre di gravidanza. Era tardo pomeriggio. Guardavo “Vita d’Adele” e la cosa che più mi rimaneva addosso di quel film era la pasta “alla bolognese” che mangiavano. Il gusto che emanava il loro volto nella deglutizione. E nonostante la nostra cena reale prevista per quella sera fosse carne e funghi, mi sono messa a fare degli spaghetti. Solo per me. In attesa che tuo padre tornasse a casa.

“Li Voglio Solo nel Mio Piatto..” non avevo il ragù e non facevo in tempo a farlo, ma l’idea del burro era perfetto.

Volevo ricreare quella brodosità, quel candore degli spaghetti al burro e parmigiano.

Qui a Roma la pasta in bianco è con l’olio.

Da noi la pasta in bianco era burro e parmigiano.

Buon burro. Quasi un sugo, ambrosia di burro. Quante volte ho già detto Burro?? Quando ero piccola, e non mangiavo assolutamente niente tanto da far disperare mamma e papà, ero conquistabile solo ed esclusivamente con la pasta al burro. Poco parmigiano ma soprattutto burro.

Quando, non chiedermi il motivo fagiolino mio, non ora almeno, non mi lasciavano mangiare a scuola a pranzo, ma aspettavo mia madre che arrivasse (in ritardo ovviamente) a prendermi, rimanevo con la maestra della mattina mentre tutti gli altri si sedevano nella mensa con l’insegnante del pomeriggio. Erano tutti sistemati su quelle sedioline, lungo quei lunghissimi tavoli, ai quali mi chiedevo perché non potessi sedermi anche io, osservando i loro schiamazzi divertiti.. bene, quando arrivava la pasta al burro nei pentoloni, impazzivo dalla fame e li guardavo con evidente invidia, sentimento lancinante che poi pervase in generale i miei anni scolastici.

Anni dopo quando mi lasciarono pranzare a scuola, scoprì amaramente che di burro quella pasta ne aveva visto forse un cucchiaio per 20 kg, e che era solo colla bianca quella servita nei piatti, ma questa è un’altra storia.

Quindi basta, decisi che quella sera sarei regredita capricciosamente ad uno spaghetto fuori programma, in orario di aperitivo.

Certo, il burro era senza lattosio, e il parmigiano di quelli in busta già grattugiato, ma la voglia di ritrovare quel sapore non conobbe ostacoli. 

“Ok ok, funghi e polpettone, è inutile che mi guardate così.. tranquilli metto a cuocere anche voi, per quando arriverà lui..” morvoravo in preda ai deliri ormonali “tranquilli… ma la pentola con una quantità di acqua strettamente necessaria per farci cuocere almeno un etto e mezzo di spaghetti (meno acqua metto, prima bolle), e correttamente salata, eh si quella ve la metto lo stesso accanto, rassegnatevi.”

Mentre aspettavo (guardando in maniera insistente la pentola, magari così l’acqua si scaldava prima) che le bolle iniziassero a formarsi sul fondo, mi chiedevo che nome avesse quell’ormone che mi aveva fatto regredire nelle voglie da donna gravida: tortine al limone a colazione, barrette kinder, la minestrina con il formaggino, la pasta al burro! (questa sconosciuta da anni. Tutte voglie da bambina piccina.

“… eh? Come ti chiami tu, enzima che trasformi le tue molecole in input al mio cervello? Vorrei conoscere il tuo nome, perché vorrei farti di persona i complimenti. Hai un potere straordinario: uno è lì, che guarda un film di una tematica forte e vietata ai minori di 14 anni, e l’ormone come passa uno spaghetto.. zac! Ti incastra e ti fa smuovere mari e monti per fregartene del resto e iniziare a cucinartelo. Sei un signor ormone! E guarda che i miei complimenti sono sinceri, perché condurmi a riprovare certi sapori mi consola profondamente, come riscoprire la scatola dei tesori nel Favoloso Mondo di Amelie (Ameliè, Adele…. come sono finiti ben 2 film francesi con nomi di donne  che iniziano con la A nella mia pasta al burro???). “

Insomma il tono era più o meno quello.

Finalmente la preziosa acqua bolliva, e potei buttare gli spaghetti (in una quantità degna della clandestinità di quell’evento, ovvero “‘na cifra” come dicono a Roma). E… sbam, il profumo scaturito dall’impatto tra pasta e acqua fu immediato, o almeno per le mie narici da donna gravida vogliosa. Il resto accade tutto molto velocemente: il burro tagliato, l’acqua di cottura a scioglierlo nel piatto, gli spaghetti che si avvolgeva o intorno al mestolo mentre li giravo ancora immersi nell’acqua, preliminari fondamentali per la finale goduria.

A quel punto, lenticchia mia, ho iniziato a interrogarmi sul perché io avessi smesso di mangiare “la pasta lunga”, (come la chiamano i romani).

“Eh, tuo padre non ci va troppo d’accordo sai.. per via della difficoltà da viziatello nell’arrotolare lo spaghetto. E comprare la pasta solo per uno, non è così comodo..”

E pensare che prima, nella mia vita precedente ci facevamo a pranzo o a cena spesso 2 etti di spaghetti a testa. 

La faceva lui, l’altro, l’ex… con i mille sughi che apparivano per magia in quelle pentole, meraviglie nonostante la nostra misera spesa; lui, il Mary Poppins della cucina, spentolava in mille rivisitazioni e poesie, ma mantendo sempre gli spaghetti come unica religione, disciplina e dogma. 

Ed è stato lì , negli ultimi minuti prima di scolare quella pasta al burro, che ho avuto quella rivelazione… è grazie a tutta quella pasta, a tutto quel cibo, se siamo riusciti a stare insieme per così tanto tempo. O meglio che io ho sopportato per così tanti anni l’insopportabile. L’ormone che veniva scaturito da quella pasta, quei sughi e profumi, era la mia anestesia, era il mio potente conforto, il mio “pat pat” sulla spalla, la droga, morfina per sentire meno tutto il resto. Quel calore che trovavo in fondo alla giornata nei piatti da lui preparati forse era la più grande illusione che poteva darmi, il falso ritratto della felicità, o forse il ricatto emotivo di una grande mangiatrice. Forse nel suo dolore continuo e ottuso, nel suo egoismo assuefacente, il vedermi mangiare di gusto e in tali quantità, era per lui l’unico momento di sollievo nella ricerca della mia totale dipendenza. Nella sua lotta contro l’ansia di abbandono quella era una inequivocabile dimostrazione della mia sottomissione, la più forte risposta al suo bisogno di comando.. vedermi così genuinamente appagata di ciò che mi stava donando. Ma erano pasti salati alla fine del conto, che lasciavano dopo la gioia papillare, quel gusto amaro della solitudine, della possessione, solo piatti sporchi da lavare al sultano.

Ricordo che stetti male a quel pensiero, e mi bloccai nei movimenti. Rimasi sospesa. Come sempre certi ricordi riaffioravano spontanei e prepotenti. Ma le cose stavano cambiando… E mi tornò il sorriso.

E pensai:

“Ora sono qui, che ho scolato i miei spaghetti, felice del mio risultato perché li sento sciacquettare nel piatto come piace a me mentre li mescolo al burro .. e mentre ne pregusto il sapore, sorrido al pensiero che tra poco il figlio di un amore che invece non sa cucinare ma che sa tutto il resto, un Amore che può esser degno di tale nome, inizierà a muoversi nella mia pancia come tutte le volte che ho finito di mangiare qualcosa che mi piace.”

Così quando il tuo papà tornerò a casa e mi chiese se ti avessi sentito muovere, annuii felice, e potei vedere come si illuminavano e emozionano suoi occhi, ogni volta ed ogni volta ancora. 

E tutto quell’egoismo, quella rabbia frantumata in mortai e in sale grosso di una volta in queste stanza, o le invidie dei pranzi dei compagni in allegria, furono per una volta una nuvola lontana. Mentre il sapore del burro ci portò a letto sereni e in pace con i ricordi, pieni di tanto presente e futuro. 

Mangia, Aspetta, Ama

Caffè nero bollente

Tratto da “Mangia, Aspetta, Ama”.

Un caffè. Avevo bisogno di un caffè. 

La mia vita sembrava andare a rotoli, l’umore scendeva a braccetto con la mia autostima verso la depressione. 

Quali erano le sensazioni fisiche letteralmente provate? L-e-t-t-e-r-a-l-m-e-n-t-e? Ecco un’attenta descrizione.

Il disagio di un corpo che non rispondeva più agli stimoli e i buoni propositi della testa; una testa annebbiata e che rimaneva sempre impantanata e spintonata tra un ovattata esistenza, (che guardava scorrere il tempo osservandolo passare come pendolari stanchi nella metro) ed una irrequietezza mossa da qualsiasi evento esterno che si incollava appiccicoso alla corteccia celebrale producendo pensieri in loop dentro una fronte esausta. Tutto questo intervallato da tante pipì e conati. Che bello.

Il mio palato non aiutava. Il passaggio papillare e gustativo tra pasti slavati e sani a quel continuo desiderio non ricambiato dal cibo rendeva tutto ancora più grigio e impastato. E l’obbligo di uscire allo scoperto, fuori di casa, per andare a lavorare, sembrava la più ardua delle avventure se non la più immeritata punizione.

Dunque: dopo l’ennesima proibizione esterna (proibizione a priori ovviamente) di una bella fetta di pane burro e acciuga (perché “NOO!! Il burro fa male”) da parte del compagno apprensivo fuori sincrono, con l’aggiunta del conseguente sconforto e sprofondamento sulla sedia girevole (come le mie scatole) …. Dicevamo davanti a tutto questo io quel giorno mi sono ribellata. 

Di una ribellione quasi adolescenziale, intima ma potente, che diceva: BASTA! MI FACCIO UN CAFFè! Non mi importava se il mio stomaco avrebbe gridato pietà poi, se non era indicato con le nausee, se la caffeina fa male e tutte le altre cose: avevo dimenticato il sapore del caffè e il mio corpo non tollerava più questa ingiustizia. 

“Ho bisogno di una Moka di caffè”. Punto. Solo questo era il mio pensiero. Ho bisogno di quel sapore dolceamaro della polvere magica chiamata caffè. Ho bisogno di quel lento riaffiorare della mente dal suo torpore verso la lucidità. Ho bisogno insomma di affidarmi al sapore della caffeina per credere che tutto andrà bene, che ce la potrò fare.

Perchè è sempre così: la mattina sei rincoglionito dal sonno? Ti fai un caffè e affronti la giornata. A pranzo hai mangiato pure il divano e non digerisci? Ti fai un caffè e ti incammini verso il perdono. Sei a dieta e hai mangiato sciapo e scondito che sembra che tu sia ancora digiuno? Ti fai un caffè e vai avanti. Ti stai atrofizzando sulla sedia dell’ufficio? Ti fai un caffè e l’orario di chiusura ti sembra più vicino. Perchè il caffè ti scalda il cuore, il palato, e ti scioglie i nodi della disperazione. Ovvio, deve essere un buon caffè!!

Mossa dunque da tale impeto mi alzo e inizio a prepararmelo da sola, essendo ormai rimasta solo io a casa.

Lasciamo stare il fatto che ha attentato alla mia gravidanza più il tentativo dello svitare la caffettiera che tanti altri pericoli, che ha incrinato più santi il mio sforzo disumano che qualsiasi altro bestemmiatore in giro, e che nemmeno Dario Argento sarebbe riuscito ad avere il mio stesso flash mentale (macabro ma fisico che verrebbe in mente solo a noi gravide) del titolone sul giornale che diceva: “donna incinta perde il bambino durante lo sforzo di svitare la caffettiera che ha chiuso il compagno…”. Si, perché è inutile che spalancate gli occhi, se aspetti un bimbo pensi continuamente a questo pericolo, pure svitando una Moka. 

Ad ogni modo la disperazione preparò per me un ottimo caffè che mi rimise al mondo. Uscii per andare a lavoro soddisfatta ed energica, orgogliosa e per nulla in colpa per quello che avevo fatto, ancora inebriata dall’intensità nera della miscela calda appena bevuta (ben 2 tazzine!). Il mondo tornò tondo e non piatto, il futuro leggiadro, il miracolo di diventare mamma luminoso e persino il compagno premuroso fuori sincrono più sincronizzato.

Morale della favola? Figlio mio, sei sarai maschio non vietare il caffè alla futura madre dei tuoi figli, ti potrebbe essere letale… se sarai femmina, invece, quando sembra che il mondo sia una valle grigia e insipida, fatti prima un caffè, che mamma è così che sopravvisse quando le scompigliavi l’esistenza anche se eri ancora grande solo come un mirtillo. 

Incinta di quasi 3 mesi. Problemi di pressione bassa e reflusso gastrico. 

Tratto da “Mangia, Aspetta, Ama: Storia di Ossitocina e altri Ormoni Materni”

Classificazione: 0.5 su 5.
Mangia, Aspetta, Ama

Annunciazione, Annunciazione Parte Seconda

continua da Annunciazione Annunciazione!

Bene, ora la verità era a portata di pipì, ma inaspettatamente la prima crisi ormonale era più preparata di me. Perché ovviamente quando, una volta tornata a casa a tavola, ho detto in maniera ammiccante a tuo padre che ero passata in farmacia, lui ha dato la risposta sbagliata alla mia allusione.

“E che ci sei andata a fare?”

Ecco, il fragile autocontrollo trattenuto tutta la settimana si incrina e la diga di lucidità in pochi secondi viene spazzata dalla mia furia devastatrice.

“MA COMEEEE! Ma secondo te perché? Ma di cosa stiamo parlando da giorni? Ma non hai preparato niente per l’occasione? Ma hai capito che cosa sta succedendo?” e per paura di una risposta ancora più stupida non gli lascio il tempo di replicare: “ Ho preso il test capito??”

“ Ah, e che lo hai preso a fare, non lo sai già?”

Ok, forse non erano solo gli ormoni, lui pure ci metteva del suo.

“Ma che vuol dire che lo so già? No che non lo so! Ma poi non capisci nulla, ma non capisci che è un giorno importante? Non hai pensato un modo per festeggiare in caso? Non hai trovato un modo carino per scoprirlo? Non sei emozionato? Non hai paura, non ti fa strano, non..”

“Ma io lo sto dando per scontato questi giorni, cioè per me una volta che abbiamo iniziato è come se già fosse successo, sono tranquillo perché è una cosa che abbiamo deciso insieme e quindi per me già stavi incinta questi giorni visto che…”

“Per me non è così, io ho bisogno di saperlo con certezza!! Perché non ne sono certa manco per niente! Ma che stai a dì? Ho bisogno delle prove, ho bisogno di realizzare la cosa..”

Premessa: un po’ come tutte le donne penso, siamo state sommerse fin da ragazzine da film in cui LEI scopre da sola che è incinta e prepara una sorpresa strappalacrime al compagno visto che il compagno a quanto pare non si ricorda minimamente quando la sua compagna dovrebbe avere il ciclo (che c’è da chiedersi quanta compagnia si fanno ‘sti compagni per non fare caso che è un po’ che “le sue cose” non passano di lì). Ecco io tendenzialmente non ho quel tipo di rapporto: sappiamo perfettamente ogni giorno l’altro come passa la giornata o la nottata, vivendo insieme e in simbiosi, e tuo padre è sempre stato bravissimo più di me nei calcoli, soprattutto quando c’è da calcolare quando può avere i segni del passaggio da giovane scapestrato essere a padre di famiglia. Quindi il primo sogno di una vita, la prima immagine idealizzata di coppia morta lì stecchita: non lo avevo potuto sorprendere con grandi show e nemmeno con frasi romantiche, né avere da lui reazioni cinematografiche… anzi era stato lui per primo ad avvertirmi che stavo “ritardando”, sempre con quella risatina allegra. Ecco, quindi dopo questa premessa posso andare avanti e provare a giustificare la mia reazione alla sua ennesima domanda idiota:

“Scusa ma allora fallo ora no?”

Disse il bruto tra una forchettata di carbonara e l’altra.

Io non sono una che piange. O meglio, ho un passato da super emotiva che è stato corretto e stroncato dall’ex fidanzato (vedi sopra al punto “gente che umilia e ti fa credere che sbagli in qualsiasi cosa e se piangi è perché sei nel torto”) per cui le mie lacrime ad un certo punto della vita si sono tramutate in sassolini fermi al livello dell’epiglottide. Fino a quel momento: perché tu, nuovo abitante del mio corpo facesti uscire da tutti i miei canali sensoriali un caldo e straziante pianto di disperazione.

“Ma come, lo faccio ora, così, mentre stiamo litigando? Ma io volevo fosse un momento magico, tra un’ora devo andare a lavorare, so di pancetta affumicata, ho la cucina da sistemare, a te non te ne frega niente, se è così che ci ricorderemo questo giorno…non ho potuto nemmeno farti una sorpresa, che mica me la dai sta soddisfazione oh… se è così che deve iniziare, basta, non lo faccio più il test, non sono più incinta, non si fa più niente!” E giù di lacrime e singhiozzi davanti agli occhi sgranati di tuo padre.

La FOLLIA. Pura.

Per fortuna, fagiolino mio, la nuvola dove vive tuo padre riesce ad oscurarmi così velocemente quanto riesce a rischiararmi e lui (a carbonara finita n.d.r, perché a me era passata la fame, ma a lui nn succede mai) ha detto le paroline magiche:

“Ma insomma, ma io che ne so come devo comportarmi, è la prima vola che divento padre, dimmi tu che vuoi che faccia e io lo faccio.”

Cucciolo. Per un momento mi ero scordata in effetti che prima di te io già ero una madre di quell’eterno adolescente con cui vivevo e a cui avevo donato il mio cuore, a cui non avevo dato dettagliate istruzioni su come gestire la cosa in caso di esito positivo. Lo avevo preparato al peggio, ma non al meglio.

Morale della favola: abbiamo aspettato la sera per avere conferma di quello che sapevamo già dentro di noi, (no, nessuna scena da film, ma solo io che esco dal bagno e aspetto che lui me lo legga in faccia il responso, ma non lui ci riesce e poi gli spiego che effettivamente sono incinta, e lui che mi risponde “ma va’?!): poi gli ho spiegato che volevo festeggiare a cena con lui, siamo andati nel nostro posto del cuore, dove lui si è preso la sua solita boscaiola, supplì, patatine e bruschette mentre io ho lasciato quasi del tutto il mio risotto agli scampi. Sorridevo finalmente e lui con me. Ero finalmente tranquilla, consapevole, in pace, consapevole l’ho già scritto? Insomma he guardavo al futuro con occhi radiosi.

Poi vabbè, era solo la prima sera, sabato appunto.. il mercoledì mattina sono corsa in farmacia di nuovo terrorizzata perché martedì notte mi era venuto il dubbio che non potesse essere vero, che ero una stupida ad averlo già detto alla famiglia prima di non avere altre prove, che sicuramente da sabato lo avevo perso, che avevo fatto una figuraccia con tutti ma che sicuramente il secondo test mi avrebbe dato negativo… ma questo è un’altro capitolo ed un’altra crisi ormonale.

Continua

Mangia, Aspetta, Ama

Annunciazione, Annunciazione!

tratto da “Mangia, Aspetta, Ama”

Vedi, fagiolino che vivi in me, la scoperta del “fattaccio” credo che sia stato il degno inizio della nostra avventura. Conteneva in sé tutti gli elementi per capire a cosa saremmo andati incontro da lì ai lunghi mesi successivi. C’erano tutti gli ingredienti per quel romanzo chiamato gravidanza: mistero, suspense, follia, imprevisti, una farmacia, e tante.. crisi ormonali. Ma andiamo per gradi.

Non ero pronta ad ottenerti così velocemente. Avevo sempre pensato che a me non sarebbe mai potuto accadere facilmente. Subito. Celere, senza sofferenze di attese, senza delusioni a fine mese, senza pianti. Come una magia silenziosa. Ero convinta che avrei sofferto, che avremmo scoperto una mia infertilità, che sarebbe iniziata un’altra avventura turbolenta. Preparavo tuo padre ogni giorno con racconti di donne che hanno impiegato anni anche quando tutto andava bene, per non parlare di chi ha dovuto affrontare cure ormonali, calvari tra cliniche e psicologi per riuscire a coronare il loro desiderio di diventare genitori.

Era una evidente reticenza mentale costruita inconsciamente per non soffrire. Per non vedere una delusione nei suoi occhi, per non cullarmi in un bel sogno che poteva diventare facilmente un incubo.

Il perché non mi reputassi una persona che aveva diritto a quella felicità non saprei spiegartelo facilmente. Sicuramente una colpa la attribuisco allo strascico di umiliazioni passate, in cui qualcuno mi aveva fatto credere di essere poco meritevole di tutto e che il mondo fosse un posto troppo complicato per coesistere con la mia personale idea di gioia.

Insomma, quella era la mia condizione. Poi, dalla parte opposta del pianeta coppia c’era tuo padre (diciamo che il mio “posto opposto” è in generale il suo posto preferito). Il suo candore mi spiazzava. Fin dai primi giorni della nostra relazione LUI dava per certo che un giorno ti avremmo avuto, nonostante quella relazione fosse tutto tranne che strutturata e ben definita. Non gli era chiaro se stavamo insieme o no e tante altre cose di noi, ma era sicuro che un giorno avremmo fatto tanti figli. Ovvio no? E quando, dopo un paio di annetti scarsi eravamo effettivamente e finalmente una coppia “strutturata” (suona bene ma non ci rende giustizia, se non detto con ironia), ti abbiamo iniziato a cercare, e la sua convinzione era solida come il primo giorno. Nel suo tenero mondo di uomo non aveva mai letto niente sui problemi delle donne, né aveva mai parlato con nessuna di loro riguardo alla fertilità. Non era un frequentatore come me di donne e di libri di/su mamme. Con una leggerezza disarmante rideva delle mie perplessità sul riuscire subito ad averti. Tant’è che quando sarebbe dovuto arrivare il primo ciclo e invece arrivavano solo dolori e io alle sue domande sul mio stato di donna rispondevo imbarazzata, lui ridacchiava, dicendo “eh va beh è perché sei incinta no?”. Poi si girava dall’altra parte e dormiva il sonno dei giusti, mentre io continuavo a parlare da sola sul fatto che non era mica detto, che figurati e che bla bla bla…

Ovviamente non gli ho dato retta. Ho fatto finta di niente per giorni. Continuavo la mia folle corsa con la mia collega nel gestire quel Settembre così impegnativo per la nuova attività che stavamo aprendo insieme: continuavamo a incontrare fornitori e commercialisti, fare colloqui e visionare curriculum, selezionare animatori ecc. Prendevamo in carico eventi a distanza di mesi, (Halloween, Capodanni, Carnevali) e la mia testa si rifiutava di considerare il fatto che forse io li avrei fatti con la pancia. Figurati. Giravamo in auto da una parte all’altra di Roma e mi fermavo in ogni Bar per fare pipì (e per controllare le cose) e la risposta al mio cervello era sempre quella: Naaaaaaaa, è solo lo stress. In effetti ero stanca morta da giorni, avevo voglia di dolce ma non mi andava veramente, avevo avuto quelle nausee in treno, il seno si ingrossava, ero particolarmente acida con gente che effettivamente meritava di essere trattata in maniera acida. Ma la mia risposta era sempre: Naaaaa ma figurati se al primo tentativo… naaaaaaa! E alla fine di ogni giornata tuo padre ridacchiava, si girava dall’altra parte, diceva la sua solita frase e si addormentava tranquillo, lasciandomi sempre più sconcertata. Anzi, gli ultimi giorni ci aggiungeva: “Sei incinta ed è MASCHIO. Buonanotte”. Non aveva bisogno di test, di sicurezze. Lui era sicuro.

Dopo una settimana, un sabato mattina mi decido: il pomeriggio avrei dovuto lavorare, ma la mattina esco apposta con la scusa di fare la spesa e invece vado in farmacia a comprare un test di gravidanza.

L’entrata in farmacia ebbe un sapore strano: ricordava quelle volte in cui con le amiche andavamo a gruppetti a cercare il test per stupide paranoie da adolescenti, (dopo rapporti super protetti ma “meglio essere sicure”). Entravamo con lo sguardo basso di chi l’ha fatta grossa e con l’ansia si essere viste da qualche conoscente o ti chiedessero un documento per attestare la tua maggiore età. Peccato che io ero sola, avevo ormai trent’anni e quando chiesi il test la farmacista me lo consegnò esclamando tutta sorridente “Auguri! Per fortuna c’è ancora chi fa figli” invece del temuto “Signorina lei non è troppo giovane per fare sesso?”.

É proprio vero che sono diventata grande, pensai.

Continua…

Appunti di Mamma · Maggese:Monologhi di Quarantena

Scelte forastiche

Appena é nato mio figlio ho iniziato a sentire una forte esigenza di fargli vivere la vita nella maniera più forastica possibile, compatibilmente con la realtà dei nostri tempi. Una spinta interna che tendeva verso la natura, verso l’odore della terra, in direzione del vento che sa di erbe aromatiche. All’improvviso ogni ora passata con lui lontana dalla luce del sole mi sembrava una cattiveria. L’odore dell’asfalto, della metro che correva vicina, dei freni e dei condizionatori mi nauseavano quasi come qualsiasi odore in gravidanza. Non era un rinnegare la vita che avevo fatto negli ultimi 10 anni, no, era però una inevitabile transumanazione che rendeva tutto più intenso ai miei occhi e più nocivo per la mente del mio bambino. Era veramente troppo poco il tempo che avrei potuto passare con lui all’aria aperta, a contatto con la natura. Una gita fuori porta ogni tanto, il parchetto con gli amichetti quando sarà più grandicello, la visita alla fattoria, i documentari in TV mi sembravano veramente poche briciole per la sua educazione e la sua crescita verso una conoscenza completa e sana del mondo. Si sarebbe perso odori, sapori, colori ed emozioni che non sarebbero più tornate.

Abbiamo quindi fatto una scelta radicale. A discapito forse della comodità e della centralità della nostra vecchia abitazione, abbiamo trovato il nostro “posto migliore” in campagna. Dove ci siamo accorti che ci sono le farfalle, le pecore che pascolano e i ragnetti rossi sulle pareti a Maggio. Dove in quarantena il nostro piccolo ha continuato a stare per strada e in giardino, senza che il mondo lo ferisse.

Abbiamo rinunciato a molte comodità. Al supermercato davanti casa, alla fermata della metro a pochi passi, alla sensazione di essere al centro del mondo. In realtà non siamo poi così isolati, perché il mondo è a solo 10 minuti da qui. Perché è bastato spostare lo sguardo leggermente che l’abbiamo vista la collina perfetta per noi, come spesso accade. Abbiamo fatto e faremo tanti sacrifici per tutto questo.

Ma ora la mattina, dopo la colazione scendo con mio figlio in giardino e raccogliamo insieme la frutta e la verdura che è maturata nella notte e che metterò nella sua pappa a pranzo. Lui corre sotto l’ulivo per ritrovare i sassi con cui ha giocato la sera prima, io stendo i panni che finalmente odoreranno di ossigeno e sole quando li raccoglierò a fine giornata. Ci ritroviamo tra le piante come due eterni esploratori e lui ride e affonda mani e gioia nella terra bagnata, con gli occhi che vedono le farfalle e tutti i colori delle stagioni.

Avrà tempo per imparare cosa é l’odore della città, per ora negli occhi ha Madre Natura e mi sento più sicura che ci sia pure lei a proteggerlo oltre a noi.

Appunti di Mamma

Le foto da mamma

Per i primi mesi ho avuto pochissime foto con mio figlio. I parenti e amici ne hanno tantissime, con lui in braccio. E i motivi una neo mamma li conosce bene.

Il nuovo arrivato è la gioia di tutti. Lui ha tutte le attenzioni. È il centro del mondo e passa da braccia fresche dei parenti alle braccia fresche degli amici. Tu per prima scatti foto, dal tuo letto di ospedale, per cercare di prendere più possibile dal quel momento, per fermare più possibile quella marea di sensazioni. Perché tu in quel momento in realtà vorresti solo capirci qualcosa, mentre tutto ruota e combatti tra i dolori e il senso di protezione.

Qualcuno magari qualche foto te la fa, ma tu sei con la camicia da notte sporca di latte e gonfia di ormoni, (nel mio caso conseguenza di un parto indotto durato 2 giorni), con i piedi che non entrano nelle pantofole, pallida e debole (perché sempre nel mio caso oltre agli ormoni è conseguita una grave anemia dovuta al parto in sé). Quindi per pudore non è detto che quella foto chi la fa la conservi. Ma se per caso te la manda, tu non ti riconosci quasi, e da quel momento eviti di farti fotografare perché ti vedi così brutta…

Poi rimani sola con la creatura ma hai paura a farti selfie con lui in braccio.. Così piccolo, così cucciolo, così pesante nelle braccia segnate dall’ecocanula. Qualcosa riesci a fare ma principalmente sono foto di bocca e capezzoli. In compenso non avrai mai foto di tette così belle, pensi.

Poi comincia la vita a casa, e non c’è più tempo per nulla, non c’è vestito, non c’è spazio se non per la frenesia della sopravvivenza. Però ho tante foto mentre dorme con il papà, o in braccio ai nonni, o che gioca nel lettino. Niente, foto da pubblicare con lui non ne hai. Il papà è a lavoro, e la sera non c’è tempo di metterci in posa.

Poi finalmente le amiche. Le mie due amiche vere. Le uniche. Le chiami, e sai che finalmente potrai rompergli le scatole chiedendogli di farti quelle foto che nessuno ti fa, puoi pretendere da loro mille pose e scatti fino a c’è quella che non ti va bene. E allora finalmente ne trovi mezza che potrebbe andare.

Ma passeranno mesi e mesi prima che recupererai davvero il passo degli altri, per comparire nelle foto fresca e riposata. In tutto. Perché le mamme sono quegli esseri silenziosi che si muovono dietro ogni progresso e successo dei figli. Sono quegli esseri ben visibili invece quando tuo figlio quei progressi non li fa. Siamo quelle creature che preparano torte che non faranno in tempo a mangiare sedute con gli altri. Ma sta solo a noi diventare qualcosa di più, per lui, per noi.

Oggi è la mia prima festa della mamma. E ho deciso di prendermi del tempo per fare delle foto insieme. Perché io e te lo sappiamo che siamo belli insieme da fotografare figlio mio. Poi ce le faranno anche gli altri con calma. Ma nel frattempo cheese…