Maggese:Monologhi di Donne · Mamma Selvatica

Quello che mi ha ridato la Natura (e lui)

La Natura mi ha ridato la fiducia nel tempo e soprattuto in me stessa.
Quando siamo venuti a vivere in questa casa e ho potuto affondare di nuovo le mani nella terra del giardino, della campagna, come da ragazzina, paradossalmente ogni volta che piantavo qualche seme, semplicemente travasavo le mie piante che mi ero portata dalla città, nella mia testa c’era una totale sfiducia nella riuscita di quella nuova nascita. La stessa sfiducia che avevo avuto quando avevamo deciso di avere il primo figlio. Le mie azioni non si fermavano, sia chiaro, ma la testa era scettica, mentre le mani lavoravano.

Il mio compagno, nonostante non avesse lo stesso bisogno di verde che avevo io né la voglia di dedicarsi ad esso, aveva però l’entusiasmo e la voglia di riassaporare alcuni sapori che invece viveva spesso nelle tradizioni dei nonni e dei genitori stessi: la raccolta dei pomodori, delle olive, le verdure stagionali del piccolo orticello dove andava a lavorare la terra il padre in pensione. Non capiva la mia perplessità che contrastava tra l’altro con il desiderio che avevo avuto così forte fino a quel momento nella ricerca di una casa con tutto quello spazio da curare e “sfruttare”. Inoltre io ero cresciuta nei boschi si può dire e avevo questa grande predisposizione per tutto ciò che era selvatico, mentre lui bene o male era sempre stato più cittadino di me e solo un consumatore passivo delle colture dei parenti. Quindi mi spingeva a comprare oltre a piante già in in fiore, piante da orto ovvero impegni a lungo termine insomma con la terra. Il suo solito entusiasmo, la sua nuvoletta di ingenuità, la sua leggerezza a volte, in contropiede al mio passato, mi spronavano; ma non capiva che all’improvviso era in me che non avevo fiducia una volta trovatami faccia a faccia con la brulla terra.

La città, nonostante mi avesse dato tante cose negli ultimi dieci anni, mi aveva tolto anche altrettante. Era stata un rifugio, una ribellione in realtà a quella vita nei boschi, a quell’estremo isolamento che cozzava con il mio bisogno di crescita e indipendenza. Ed era riuscita a darmi tanto di quello che cercavo, attraverso molte prove di forza e resistenza, di pura sopravvivenza al ritmo frenetico, alla sensazione meravigliosa ma anche complessa di essere nella Capitale. Ma aveva anche ridimensionato la grandezza delle mie passioni, ridotto il mio ego, ricordandomi di essere solo un numero in mezzo al traffico. Le giornate intere passate alla ricerca di un vero colloquio di lavoro, del parcheggio libero, del marciapiede agibile, dell’autobus che non arrivava, della visita in ambulatorio, del funzionario competente, della strada senza cantiere bloccato, del parchetto senza bottiglie rotte… tutte quelle frustranti ore avevano forse reso il mio animo sterile. Non mi aveva certo aiutata la persona con cui l’avevo vissuta quella città, anzi mi aveva resa ancora più arida. Lui che aveva voluto così tanto viverla, la Grande Bellezza, ma che aveva avuto solo porte chiuse in faccia; lui che si arrese prima del tempo, crogiolandosi poi su un divano consolatorio, convincendo anche me che in fondo è tutto il pianeta terra che non ha spazio per persone come noi, giovani studenti di materie umanistiche ma soprattutto noi sognatori di provincia, che nella grande città possono starci solo in affitto (perché se ci eravamo nati a quest’ora era tutto più facile, secondo lui).

Quindi, una vita dopo (anche se in realtà solo pochi anni dopo), non più con Lui ma con la mia “salvezza dagli occhi azzurri”, con il nostro rivoluzionario amore e con il nostro primo figlio, nella nostra nuova casa, davanti a quel prato spelacchiato, (giardino trascurato per anni), potevo io aver fiducia nelle mie capacità di piantare un seme, o di far crescere addirittura una pianta di pomodori? Ricordo che per il primo pezzetto di prato ho sparso i semi e li ho ricoperti di terra due tre volte nel giro di poche settimane, perché convinta di aver sbagliato qualche passaggio; ma alla terza volta, smuovendo la terra mi accorsi che stavo solo estirpando dei piccoli germogli: perché il prato aveva già ricominciato a crescere, ma io non me ne ero accorta, ancora non potevo vedere, perché erano ancora leggermente sotto alla superficie. Non gli avevo dato fiducia, alla terra, e me ne vergognai. Quasi mi scusai. Iniziai a rallentare le semine, aspettare il giusto tempo della crescita.

Ho imparato tanto in questo quasi anno di giardino. Ho imparato ad aspettare a travasare alcune piante, perché alcune hanno bisogno di crescere ancora un pò nella loro alcova stretta, non come me. Ho imparato che quando le travasi poi c’è da aspettarsi una reazione opposta a quella di una improvvisa crescita: molte perdono le foglie, sembra siano morte, ma se le lasci stare, quelle appena hanno metabolizzato il cambiamento ributtano più rigogliose di prima. Questo in particolare mi ha insegnato anche a vivere meglio con il mio compagno, (che come alcune piante, di nuovo diversamente da me, ha bisogno di tempi più lunghi per abituarsi alle nuove situazioni), e a lasciar passare serenamente i momenti di regressione di mio figlio dovuti a importanti cambiamenti come svezzamento o deambulazione su due piedini.

Non ero una persona senza più pazienza, ero una persona senza più fiducia nelle proprie capacità, che è ben diverso. La tenacia mi era rimasta perché il giorno che avevo rivoluzionato la mia vita con la mia “salvezza dagli occhi azzurri” mi ero ripromessa di lottare sempre ogni giorno per quello che volevo davvero. Ma avevo perso la sensazione che il mondo fosse un posto dove poteva crescere davvero nuova vita. Insomma, ero una lottatrice convinta di avere però solo mulini a vento davanti. La Natura, con i suoi germogli, (e con lo zampino inconsapevole di mio figlio e suo padre) mi ha ridato tutto questo e gliene sarò grata per tutta la vita.

Mamma Selvatica

Scelte forastiche

Appena é nato mio figlio ho iniziato a sentire una forte esigenza di fargli vivere la vita nella maniera più forastica possibile, compatibilmente con la realtà dei nostri tempi. Una spinta interna che tendeva verso la natura, verso l’odore della terra, in direzione del vento che sa di erbe aromatiche. All’improvviso ogni ora passata con lui lontana dalla luce del sole mi sembrava una cattiveria. L’odore dell’asfalto, della metro che correva vicina, dei freni e dei condizionatori mi nauseavano quasi come qualsiasi odore in gravidanza. Non era un rinnegare la vita che avevo fatto negli ultimi 10 anni, no, era però una inevitabile transumanazione che rendeva tutto più intenso ai miei occhi e più nocivo per la mente del mio bambino. Era veramente troppo poco il tempo che avrei potuto passare con lui all’aria aperta, a contatto con la natura. Una gita fuori porta ogni tanto, il parchetto con gli amichetti quando sarà più grandicello, la visita alla fattoria, i documentari in TV mi sembravano veramente poche briciole per la sua educazione e la sua crescita verso una conoscenza completa e sana del mondo. Si sarebbe perso odori, sapori, colori ed emozioni che non sarebbero più tornate.

Abbiamo quindi fatto una scelta radicale. A discapito forse della comodità e della centralità della nostra vecchia abitazione, abbiamo trovato il nostro “posto migliore” in campagna. Dove ci siamo accorti che ci sono le farfalle, le pecore che pascolano e i ragnetti rossi sulle pareti a Maggio. Dove in quarantena il nostro piccolo ha continuato a stare per strada e in giardino, senza che il mondo lo ferisse.

Abbiamo rinunciato a molte comodità. Al supermercato davanti casa, alla fermata della metro a pochi passi, alla sensazione di essere al centro del mondo. In realtà non siamo poi così isolati, perché il mondo è a solo 10 minuti da qui. Perché è bastato spostare lo sguardo leggermente che l’abbiamo vista la collina perfetta per noi, come spesso accade. Abbiamo fatto e faremo tanti sacrifici per tutto questo.

Ma ora la mattina, dopo la colazione scendo con mio figlio in giardino e raccogliamo insieme la frutta e la verdura che è maturata nella notte e che metterò nella sua pappa a pranzo. Lui corre sotto l’ulivo per ritrovare i sassi con cui ha giocato la sera prima, io stendo i panni che finalmente odoreranno di ossigeno e sole quando li raccoglierò a fine giornata. Ci ritroviamo tra le piante come due eterni esploratori e lui ride e affonda mani e gioia nella terra bagnata, con gli occhi che vedono le farfalle e tutti i colori delle stagioni.

Avrà tempo per imparare cosa é l’odore della città, per ora negli occhi ha Madre Natura e mi sento più sicura che ci sia pure lei a proteggerlo oltre a noi.