Mangia, Aspetta, Ama

Pasta al burro e rivelazioni.

Tratto da Mangia, Aspetta, Ama,

L’odore degli spaghetti mentre si cuociono è diverso da qualsiasi altro tipo di pasta. Non so perché, ma è così.

Ero spiaggiata sul letto, vittima della solita pressione bassa e della fiacca da primo trimestre di gravidanza. Era tardo pomeriggio. Guardavo “Vita d’Adele” e la cosa che più mi rimaneva addosso di quel film era la pasta “alla bolognese” che mangiavano. Il gusto che emanava il loro volto nella deglutizione. E nonostante la nostra cena reale prevista per quella sera fosse carne e funghi, mi sono messa a fare degli spaghetti. Solo per me. In attesa che tuo padre tornasse a casa.

“Li Voglio Solo nel Mio Piatto..” non avevo il ragù e non facevo in tempo a farlo, ma l’idea del burro era perfetto.

Volevo ricreare quella brodosità, quel candore degli spaghetti al burro e parmigiano.

Qui a Roma la pasta in bianco è con l’olio.

Da noi la pasta in bianco era burro e parmigiano.

Buon burro. Quasi un sugo, ambrosia di burro. Quante volte ho già detto Burro?? Quando ero piccola, e non mangiavo assolutamente niente tanto da far disperare mamma e papà, ero conquistabile solo ed esclusivamente con la pasta al burro. Poco parmigiano ma soprattutto burro.

Quando, non chiedermi il motivo fagiolino mio, non ora almeno, non mi lasciavano mangiare a scuola a pranzo, ma aspettavo mia madre che arrivasse (in ritardo ovviamente) a prendermi, rimanevo con la maestra della mattina mentre tutti gli altri si sedevano nella mensa con l’insegnante del pomeriggio. Erano tutti sistemati su quelle sedioline, lungo quei lunghissimi tavoli, ai quali mi chiedevo perché non potessi sedermi anche io, osservando i loro schiamazzi divertiti.. bene, quando arrivava la pasta al burro nei pentoloni, impazzivo dalla fame e li guardavo con evidente invidia, sentimento lancinante che poi pervase in generale i miei anni scolastici.

Anni dopo quando mi lasciarono pranzare a scuola, scoprì amaramente che di burro quella pasta ne aveva visto forse un cucchiaio per 20 kg, e che era solo colla bianca quella servita nei piatti, ma questa è un’altra storia.

Quindi basta, decisi che quella sera sarei regredita capricciosamente ad uno spaghetto fuori programma, in orario di aperitivo.

Certo, il burro era senza lattosio, e il parmigiano di quelli in busta già grattugiato, ma la voglia di ritrovare quel sapore non conobbe ostacoli. 

“Ok ok, funghi e polpettone, è inutile che mi guardate così.. tranquilli metto a cuocere anche voi, per quando arriverà lui..” morvoravo in preda ai deliri ormonali “tranquilli… ma la pentola con una quantità di acqua strettamente necessaria per farci cuocere almeno un etto e mezzo di spaghetti (meno acqua metto, prima bolle), e correttamente salata, eh si quella ve la metto lo stesso accanto, rassegnatevi.”

Mentre aspettavo (guardando in maniera insistente la pentola, magari così l’acqua si scaldava prima) che le bolle iniziassero a formarsi sul fondo, mi chiedevo che nome avesse quell’ormone che mi aveva fatto regredire nelle voglie da donna gravida: tortine al limone a colazione, barrette kinder, la minestrina con il formaggino, la pasta al burro! (questa sconosciuta da anni. Tutte voglie da bambina piccina.

“… eh? Come ti chiami tu, enzima che trasformi le tue molecole in input al mio cervello? Vorrei conoscere il tuo nome, perché vorrei farti di persona i complimenti. Hai un potere straordinario: uno è lì, che guarda un film di una tematica forte e vietata ai minori di 14 anni, e l’ormone come passa uno spaghetto.. zac! Ti incastra e ti fa smuovere mari e monti per fregartene del resto e iniziare a cucinartelo. Sei un signor ormone! E guarda che i miei complimenti sono sinceri, perché condurmi a riprovare certi sapori mi consola profondamente, come riscoprire la scatola dei tesori nel Favoloso Mondo di Amelie (Ameliè, Adele…. come sono finiti ben 2 film francesi con nomi di donne  che iniziano con la A nella mia pasta al burro???). “

Insomma il tono era più o meno quello.

Finalmente la preziosa acqua bolliva, e potei buttare gli spaghetti (in una quantità degna della clandestinità di quell’evento, ovvero “‘na cifra” come dicono a Roma). E… sbam, il profumo scaturito dall’impatto tra pasta e acqua fu immediato, o almeno per le mie narici da donna gravida vogliosa. Il resto accade tutto molto velocemente: il burro tagliato, l’acqua di cottura a scioglierlo nel piatto, gli spaghetti che si avvolgeva o intorno al mestolo mentre li giravo ancora immersi nell’acqua, preliminari fondamentali per la finale goduria.

A quel punto, lenticchia mia, ho iniziato a interrogarmi sul perché io avessi smesso di mangiare “la pasta lunga”, (come la chiamano i romani).

“Eh, tuo padre non ci va troppo d’accordo sai.. per via della difficoltà da viziatello nell’arrotolare lo spaghetto. E comprare la pasta solo per uno, non è così comodo..”

E pensare che prima, nella mia vita precedente ci facevamo a pranzo o a cena spesso 2 etti di spaghetti a testa. 

La faceva lui, l’altro, l’ex… con i mille sughi che apparivano per magia in quelle pentole, meraviglie nonostante la nostra misera spesa; lui, il Mary Poppins della cucina, spentolava in mille rivisitazioni e poesie, ma mantendo sempre gli spaghetti come unica religione, disciplina e dogma. 

Ed è stato lì , negli ultimi minuti prima di scolare quella pasta al burro, che ho avuto quella rivelazione… è grazie a tutta quella pasta, a tutto quel cibo, se siamo riusciti a stare insieme per così tanto tempo. O meglio che io ho sopportato per così tanti anni l’insopportabile. L’ormone che veniva scaturito da quella pasta, quei sughi e profumi, era la mia anestesia, era il mio potente conforto, il mio “pat pat” sulla spalla, la droga, morfina per sentire meno tutto il resto. Quel calore che trovavo in fondo alla giornata nei piatti da lui preparati forse era la più grande illusione che poteva darmi, il falso ritratto della felicità, o forse il ricatto emotivo di una grande mangiatrice. Forse nel suo dolore continuo e ottuso, nel suo egoismo assuefacente, il vedermi mangiare di gusto e in tali quantità, era per lui l’unico momento di sollievo nella ricerca della mia totale dipendenza. Nella sua lotta contro l’ansia di abbandono quella era una inequivocabile dimostrazione della mia sottomissione, la più forte risposta al suo bisogno di comando.. vedermi così genuinamente appagata di ciò che mi stava donando. Ma erano pasti salati alla fine del conto, che lasciavano dopo la gioia papillare, quel gusto amaro della solitudine, della possessione, solo piatti sporchi da lavare al sultano.

Ricordo che stetti male a quel pensiero, e mi bloccai nei movimenti. Rimasi sospesa. Come sempre certi ricordi riaffioravano spontanei e prepotenti. Ma le cose stavano cambiando… E mi tornò il sorriso.

E pensai:

“Ora sono qui, che ho scolato i miei spaghetti, felice del mio risultato perché li sento sciacquettare nel piatto come piace a me mentre li mescolo al burro .. e mentre ne pregusto il sapore, sorrido al pensiero che tra poco il figlio di un amore che invece non sa cucinare ma che sa tutto il resto, un Amore che può esser degno di tale nome, inizierà a muoversi nella mia pancia come tutte le volte che ho finito di mangiare qualcosa che mi piace.”

Così quando il tuo papà tornerò a casa e mi chiese se ti avessi sentito muovere, annuii felice, e potei vedere come si illuminavano e emozionano suoi occhi, ogni volta ed ogni volta ancora. 

E tutto quell’egoismo, quella rabbia frantumata in mortai e in sale grosso di una volta in queste stanza, o le invidie dei pranzi dei compagni in allegria, furono per una volta una nuvola lontana. Mentre il sapore del burro ci portò a letto sereni e in pace con i ricordi, pieni di tanto presente e futuro. 

Mangia, Aspetta, Ama

Caffè nero bollente

Tratto da “Mangia, Aspetta, Ama”.

Un caffè. Avevo bisogno di un caffè. 

La mia vita sembrava andare a rotoli, l’umore scendeva a braccetto con la mia autostima verso la depressione. 

Quali erano le sensazioni fisiche letteralmente provate? L-e-t-t-e-r-a-l-m-e-n-t-e? Ecco un’attenta descrizione.

Il disagio di un corpo che non rispondeva più agli stimoli e i buoni propositi della testa; una testa annebbiata e che rimaneva sempre impantanata e spintonata tra un ovattata esistenza, (che guardava scorrere il tempo osservandolo passare come pendolari stanchi nella metro) ed una irrequietezza mossa da qualsiasi evento esterno che si incollava appiccicoso alla corteccia celebrale producendo pensieri in loop dentro una fronte esausta. Tutto questo intervallato da tante pipì e conati. Che bello.

Il mio palato non aiutava. Il passaggio papillare e gustativo tra pasti slavati e sani a quel continuo desiderio non ricambiato dal cibo rendeva tutto ancora più grigio e impastato. E l’obbligo di uscire allo scoperto, fuori di casa, per andare a lavorare, sembrava la più ardua delle avventure se non la più immeritata punizione.

Dunque: dopo l’ennesima proibizione esterna (proibizione a priori ovviamente) di una bella fetta di pane burro e acciuga (perché “NOO!! Il burro fa male”) da parte del compagno apprensivo fuori sincrono, con l’aggiunta del conseguente sconforto e sprofondamento sulla sedia girevole (come le mie scatole) …. Dicevamo davanti a tutto questo io quel giorno mi sono ribellata. 

Di una ribellione quasi adolescenziale, intima ma potente, che diceva: BASTA! MI FACCIO UN CAFFè! Non mi importava se il mio stomaco avrebbe gridato pietà poi, se non era indicato con le nausee, se la caffeina fa male e tutte le altre cose: avevo dimenticato il sapore del caffè e il mio corpo non tollerava più questa ingiustizia. 

“Ho bisogno di una Moka di caffè”. Punto. Solo questo era il mio pensiero. Ho bisogno di quel sapore dolceamaro della polvere magica chiamata caffè. Ho bisogno di quel lento riaffiorare della mente dal suo torpore verso la lucidità. Ho bisogno insomma di affidarmi al sapore della caffeina per credere che tutto andrà bene, che ce la potrò fare.

Perchè è sempre così: la mattina sei rincoglionito dal sonno? Ti fai un caffè e affronti la giornata. A pranzo hai mangiato pure il divano e non digerisci? Ti fai un caffè e ti incammini verso il perdono. Sei a dieta e hai mangiato sciapo e scondito che sembra che tu sia ancora digiuno? Ti fai un caffè e vai avanti. Ti stai atrofizzando sulla sedia dell’ufficio? Ti fai un caffè e l’orario di chiusura ti sembra più vicino. Perchè il caffè ti scalda il cuore, il palato, e ti scioglie i nodi della disperazione. Ovvio, deve essere un buon caffè!!

Mossa dunque da tale impeto mi alzo e inizio a prepararmelo da sola, essendo ormai rimasta solo io a casa.

Lasciamo stare il fatto che ha attentato alla mia gravidanza più il tentativo dello svitare la caffettiera che tanti altri pericoli, che ha incrinato più santi il mio sforzo disumano che qualsiasi altro bestemmiatore in giro, e che nemmeno Dario Argento sarebbe riuscito ad avere il mio stesso flash mentale (macabro ma fisico che verrebbe in mente solo a noi gravide) del titolone sul giornale che diceva: “donna incinta perde il bambino durante lo sforzo di svitare la caffettiera che ha chiuso il compagno…”. Si, perché è inutile che spalancate gli occhi, se aspetti un bimbo pensi continuamente a questo pericolo, pure svitando una Moka. 

Ad ogni modo la disperazione preparò per me un ottimo caffè che mi rimise al mondo. Uscii per andare a lavoro soddisfatta ed energica, orgogliosa e per nulla in colpa per quello che avevo fatto, ancora inebriata dall’intensità nera della miscela calda appena bevuta (ben 2 tazzine!). Il mondo tornò tondo e non piatto, il futuro leggiadro, il miracolo di diventare mamma luminoso e persino il compagno premuroso fuori sincrono più sincronizzato.

Morale della favola? Figlio mio, sei sarai maschio non vietare il caffè alla futura madre dei tuoi figli, ti potrebbe essere letale… se sarai femmina, invece, quando sembra che il mondo sia una valle grigia e insipida, fatti prima un caffè, che mamma è così che sopravvisse quando le scompigliavi l’esistenza anche se eri ancora grande solo come un mirtillo. 

Incinta di quasi 3 mesi. Problemi di pressione bassa e reflusso gastrico. 

Tratto da “Mangia, Aspetta, Ama: Storia di Ossitocina e altri Ormoni Materni”

Classificazione: 0.5 su 5.
Mangia, Aspetta, Ama

Annunciazione, Annunciazione Parte Seconda

continua da Annunciazione Annunciazione!

Bene, ora la verità era a portata di pipì, ma inaspettatamente la prima crisi ormonale era più preparata di me. Perché ovviamente quando, una volta tornata a casa a tavola, ho detto in maniera ammiccante a tuo padre che ero passata in farmacia, lui ha dato la risposta sbagliata alla mia allusione.

“E che ci sei andata a fare?”

Ecco, il fragile autocontrollo trattenuto tutta la settimana si incrina e la diga di lucidità in pochi secondi viene spazzata dalla mia furia devastatrice.

“MA COMEEEE! Ma secondo te perché? Ma di cosa stiamo parlando da giorni? Ma non hai preparato niente per l’occasione? Ma hai capito che cosa sta succedendo?” e per paura di una risposta ancora più stupida non gli lascio il tempo di replicare: “ Ho preso il test capito??”

“ Ah, e che lo hai preso a fare, non lo sai già?”

Ok, forse non erano solo gli ormoni, lui pure ci metteva del suo.

“Ma che vuol dire che lo so già? No che non lo so! Ma poi non capisci nulla, ma non capisci che è un giorno importante? Non hai pensato un modo per festeggiare in caso? Non hai trovato un modo carino per scoprirlo? Non sei emozionato? Non hai paura, non ti fa strano, non..”

“Ma io lo sto dando per scontato questi giorni, cioè per me una volta che abbiamo iniziato è come se già fosse successo, sono tranquillo perché è una cosa che abbiamo deciso insieme e quindi per me già stavi incinta questi giorni visto che…”

“Per me non è così, io ho bisogno di saperlo con certezza!! Perché non ne sono certa manco per niente! Ma che stai a dì? Ho bisogno delle prove, ho bisogno di realizzare la cosa..”

Premessa: un po’ come tutte le donne penso, siamo state sommerse fin da ragazzine da film in cui LEI scopre da sola che è incinta e prepara una sorpresa strappalacrime al compagno visto che il compagno a quanto pare non si ricorda minimamente quando la sua compagna dovrebbe avere il ciclo (che c’è da chiedersi quanta compagnia si fanno ‘sti compagni per non fare caso che è un po’ che “le sue cose” non passano di lì). Ecco io tendenzialmente non ho quel tipo di rapporto: sappiamo perfettamente ogni giorno l’altro come passa la giornata o la nottata, vivendo insieme e in simbiosi, e tuo padre è sempre stato bravissimo più di me nei calcoli, soprattutto quando c’è da calcolare quando può avere i segni del passaggio da giovane scapestrato essere a padre di famiglia. Quindi il primo sogno di una vita, la prima immagine idealizzata di coppia morta lì stecchita: non lo avevo potuto sorprendere con grandi show e nemmeno con frasi romantiche, né avere da lui reazioni cinematografiche… anzi era stato lui per primo ad avvertirmi che stavo “ritardando”, sempre con quella risatina allegra. Ecco, quindi dopo questa premessa posso andare avanti e provare a giustificare la mia reazione alla sua ennesima domanda idiota:

“Scusa ma allora fallo ora no?”

Disse il bruto tra una forchettata di carbonara e l’altra.

Io non sono una che piange. O meglio, ho un passato da super emotiva che è stato corretto e stroncato dall’ex fidanzato (vedi sopra al punto “gente che umilia e ti fa credere che sbagli in qualsiasi cosa e se piangi è perché sei nel torto”) per cui le mie lacrime ad un certo punto della vita si sono tramutate in sassolini fermi al livello dell’epiglottide. Fino a quel momento: perché tu, nuovo abitante del mio corpo facesti uscire da tutti i miei canali sensoriali un caldo e straziante pianto di disperazione.

“Ma come, lo faccio ora, così, mentre stiamo litigando? Ma io volevo fosse un momento magico, tra un’ora devo andare a lavorare, so di pancetta affumicata, ho la cucina da sistemare, a te non te ne frega niente, se è così che ci ricorderemo questo giorno…non ho potuto nemmeno farti una sorpresa, che mica me la dai sta soddisfazione oh… se è così che deve iniziare, basta, non lo faccio più il test, non sono più incinta, non si fa più niente!” E giù di lacrime e singhiozzi davanti agli occhi sgranati di tuo padre.

La FOLLIA. Pura.

Per fortuna, fagiolino mio, la nuvola dove vive tuo padre riesce ad oscurarmi così velocemente quanto riesce a rischiararmi e lui (a carbonara finita n.d.r, perché a me era passata la fame, ma a lui nn succede mai) ha detto le paroline magiche:

“Ma insomma, ma io che ne so come devo comportarmi, è la prima vola che divento padre, dimmi tu che vuoi che faccia e io lo faccio.”

Cucciolo. Per un momento mi ero scordata in effetti che prima di te io già ero una madre di quell’eterno adolescente con cui vivevo e a cui avevo donato il mio cuore, a cui non avevo dato dettagliate istruzioni su come gestire la cosa in caso di esito positivo. Lo avevo preparato al peggio, ma non al meglio.

Morale della favola: abbiamo aspettato la sera per avere conferma di quello che sapevamo già dentro di noi, (no, nessuna scena da film, ma solo io che esco dal bagno e aspetto che lui me lo legga in faccia il responso, ma non lui ci riesce e poi gli spiego che effettivamente sono incinta, e lui che mi risponde “ma va’?!): poi gli ho spiegato che volevo festeggiare a cena con lui, siamo andati nel nostro posto del cuore, dove lui si è preso la sua solita boscaiola, supplì, patatine e bruschette mentre io ho lasciato quasi del tutto il mio risotto agli scampi. Sorridevo finalmente e lui con me. Ero finalmente tranquilla, consapevole, in pace, consapevole l’ho già scritto? Insomma he guardavo al futuro con occhi radiosi.

Poi vabbè, era solo la prima sera, sabato appunto.. il mercoledì mattina sono corsa in farmacia di nuovo terrorizzata perché martedì notte mi era venuto il dubbio che non potesse essere vero, che ero una stupida ad averlo già detto alla famiglia prima di non avere altre prove, che sicuramente da sabato lo avevo perso, che avevo fatto una figuraccia con tutti ma che sicuramente il secondo test mi avrebbe dato negativo… ma questo è un’altro capitolo ed un’altra crisi ormonale.

Continua

Appunti di Mamma · Maggese:Monologhi di Quarantena

Scelte forastiche

Appena é nato mio figlio ho iniziato a sentire una forte esigenza di fargli vivere la vita nella maniera più forastica possibile, compatibilmente con la realtà dei nostri tempi. Una spinta interna che tendeva verso la natura, verso l’odore della terra, in direzione del vento che sa di erbe aromatiche. All’improvviso ogni ora passata con lui lontana dalla luce del sole mi sembrava una cattiveria. L’odore dell’asfalto, della metro che correva vicina, dei freni e dei condizionatori mi nauseavano quasi come qualsiasi odore in gravidanza. Non era un rinnegare la vita che avevo fatto negli ultimi 10 anni, no, era però una inevitabile transumanazione che rendeva tutto più intenso ai miei occhi e più nocivo per la mente del mio bambino. Era veramente troppo poco il tempo che avrei potuto passare con lui all’aria aperta, a contatto con la natura. Una gita fuori porta ogni tanto, il parchetto con gli amichetti quando sarà più grandicello, la visita alla fattoria, i documentari in TV mi sembravano veramente poche briciole per la sua educazione e la sua crescita verso una conoscenza completa e sana del mondo. Si sarebbe perso odori, sapori, colori ed emozioni che non sarebbero più tornate.

Abbiamo quindi fatto una scelta radicale. A discapito forse della comodità e della centralità della nostra vecchia abitazione, abbiamo trovato il nostro “posto migliore” in campagna. Dove ci siamo accorti che ci sono le farfalle, le pecore che pascolano e i ragnetti rossi sulle pareti a Maggio. Dove in quarantena il nostro piccolo ha continuato a stare per strada e in giardino, senza che il mondo lo ferisse.

Abbiamo rinunciato a molte comodità. Al supermercato davanti casa, alla fermata della metro a pochi passi, alla sensazione di essere al centro del mondo. In realtà non siamo poi così isolati, perché il mondo è a solo 10 minuti da qui. Perché è bastato spostare lo sguardo leggermente che l’abbiamo vista la collina perfetta per noi, come spesso accade. Abbiamo fatto e faremo tanti sacrifici per tutto questo.

Ma ora la mattina, dopo la colazione scendo con mio figlio in giardino e raccogliamo insieme la frutta e la verdura che è maturata nella notte e che metterò nella sua pappa a pranzo. Lui corre sotto l’ulivo per ritrovare i sassi con cui ha giocato la sera prima, io stendo i panni che finalmente odoreranno di ossigeno e sole quando li raccoglierò a fine giornata. Ci ritroviamo tra le piante come due eterni esploratori e lui ride e affonda mani e gioia nella terra bagnata, con gli occhi che vedono le farfalle e tutti i colori delle stagioni.

Avrà tempo per imparare cosa é l’odore della città, per ora negli occhi ha Madre Natura e mi sento più sicura che ci sia pure lei a proteggerlo oltre a noi.

Appunti di Mamma

Le foto da mamma

Per i primi mesi ho avuto pochissime foto con mio figlio. I parenti e amici ne hanno tantissime, con lui in braccio. E i motivi una neo mamma li conosce bene.

Il nuovo arrivato è la gioia di tutti. Lui ha tutte le attenzioni. È il centro del mondo e passa da braccia fresche dei parenti alle braccia fresche degli amici. Tu per prima scatti foto, dal tuo letto di ospedale, per cercare di prendere più possibile dal quel momento, per fermare più possibile quella marea di sensazioni. Perché tu in quel momento in realtà vorresti solo capirci qualcosa, mentre tutto ruota e combatti tra i dolori e il senso di protezione.

Qualcuno magari qualche foto te la fa, ma tu sei con la camicia da notte sporca di latte e gonfia di ormoni, (nel mio caso conseguenza di un parto indotto durato 2 giorni), con i piedi che non entrano nelle pantofole, pallida e debole (perché sempre nel mio caso oltre agli ormoni è conseguita una grave anemia dovuta al parto in sé). Quindi per pudore non è detto che quella foto chi la fa la conservi. Ma se per caso te la manda, tu non ti riconosci quasi, e da quel momento eviti di farti fotografare perché ti vedi così brutta…

Poi rimani sola con la creatura ma hai paura a farti selfie con lui in braccio.. Così piccolo, così cucciolo, così pesante nelle braccia segnate dall’ecocanula. Qualcosa riesci a fare ma principalmente sono foto di bocca e capezzoli. In compenso non avrai mai foto di tette così belle, pensi.

Poi comincia la vita a casa, e non c’è più tempo per nulla, non c’è vestito, non c’è spazio se non per la frenesia della sopravvivenza. Però ho tante foto mentre dorme con il papà, o in braccio ai nonni, o che gioca nel lettino. Niente, foto da pubblicare con lui non ne hai. Il papà è a lavoro, e la sera non c’è tempo di metterci in posa.

Poi finalmente le amiche. Le mie due amiche vere. Le uniche. Le chiami, e sai che finalmente potrai rompergli le scatole chiedendogli di farti quelle foto che nessuno ti fa, puoi pretendere da loro mille pose e scatti fino a c’è quella che non ti va bene. E allora finalmente ne trovi mezza che potrebbe andare.

Ma passeranno mesi e mesi prima che recupererai davvero il passo degli altri, per comparire nelle foto fresca e riposata. In tutto. Perché le mamme sono quegli esseri silenziosi che si muovono dietro ogni progresso e successo dei figli. Sono quegli esseri ben visibili invece quando tuo figlio quei progressi non li fa. Siamo quelle creature che preparano torte che non faranno in tempo a mangiare sedute con gli altri. Ma sta solo a noi diventare qualcosa di più, per lui, per noi.

Oggi è la mia prima festa della mamma. E ho deciso di prendermi del tempo per fare delle foto insieme. Perché io e te lo sappiamo che siamo belli insieme da fotografare figlio mio. Poi ce le faranno anche gli altri con calma. Ma nel frattempo cheese…

Maggese:Monologhi di Quarantena

Ranieri e Valeriana. Cap 2.

Quando hanno chiuso scuola ho tirato un sospiro di sollievo. Ho pensato che le mie segrete preghiere erano state eseguite: finalmente un respiro profondo. Un momento per recuperare fiato. Dai compagni, dalla gente, dalla matematica.
Non potevo immaginare quello che sarebbe successo.


“Ranieriiiiiiii, Dodo.. Ragazzi venite quiiiiiii!!”
Allora: io vorrei inchiodare mia mamma al muro un giorno di questi e chiedergli il perché di 3 COSE.

1) Perché IO ho un nome così nobile e altezzoso quando proveniamo da braccianti siculi?

2) Perché mio fratello Edoardo deve essere storpiato in DODO? Prevedo a breve psicologo a manetta pure per lui.

3) Perché l’ultimo fratello non viene manco mai nominato ma ti limiti a riassumere il tutto con un “ragazzi”, come ad esserti stufata a metà di chiamarci? O fai conoscere ai vicini e ai passanti nel quartiere come ci chiamiamo tutti e tre correttamente o niente! Perché solo io devo rimanere nelle orecchie della gente?


Ecco questo gli chiederei, ma il dolore alla pancia (da non confondere con il dolore alla fine dello stomaco) che mi si presenta quando provo a fare lo strafottente mi frena.
“Veniteeeee. Vi ho liberato il computer!! Forza Ranieri hai la video lezioneeeee, vedi che i tuoi compagni sono già stati interrogati tutti, capace che oggi chiede a teeee.”

Adora le vocali. Le servono per rilasciare tutta l’aria che il suo accento le fa immagazzinare quando si dispera. E questi giorni si dispera ogni tre minuti.

Mamma ora lavora da casa. Io studio da casa. I miei fratelli studiano da casa. Il mio psicologo sta a casa (sua). Mio padre come sempre non è a casa. Quindi diciamo che il concetto di #STATEACASA nel nostro caso sta per trasformarsi in altri due potenziali hashtag:

#ERIKA&OMARsenzaERIKA oppure #STRAGEDIERBA2.0

Si. Perché come preannunciato prima se qui non si risolve qualcosa o io impazzisco e uccido tutti, o ci uccidono i vicini. Ah anche #PSYCO non è da escludere.

Passiamo tutto il giorno dal mio pianto isterico a quello di mia madre, a le parolacce del povero Dodo, al silenzio assenso del terzo fratello che non nominiamo nemmeno (tanto era il figlio non previsto e che ci siamo presi tutti punto e basta).

Non ci credete? Allora vi racconto questa.

Oggi, come sospettava mia madre, mi hanno interrogato. C’erano in video la prof e una decina dei miei compagni, (ovvero quelli che vanno dalla A di Arnaldi alla F di Forlano per capirsi, come ci ha divisi la prof per le interrogazioni). Tutti su Zoom, ad assistere al mio fallimento. Fallimento che incombe ogni volta che vedo i numeri. Numeri che sono precisi, inequivocabili, quando studio da solo a casa, ma che diventano anagrammi quando gli altri mi guardano. Ah e, ovviamente, ora c’è pure mia madre che può assistere. Non interviene e nemmeno mi aiuta. Sta lì, dietro allo schermo, con il fazzoletto in mano come se stessi per partire per il fronte, che mi guarda e aspetta la mia Waterloo. I compagni intanto mi sfottono sul gruppo di WhatsApp, già lo so. Li sento sgignazzare via smile nel virtuale ma concretissimo mondo dei gruppi WhatsApp. Quelli in cui non ci sono. Il mio psicologo dice che non devo essere paranoico ma io lo so che parlano male di me.. Una volta hanno pubblicato un messaggio sul gruppo della classe, quello ufficiale insomma, in cui mi prendevano in giro. Poi hanno cancellato subito. Si erano sbagliati di gruppo evidentemente. Io non ho fatto in tempo a leggerlo, ma é chiaro che quel “messaggio eliminato” in realtà era una offesa alla mia intelligenza. Tutti negano ma io so che addirittura hanno creato dei meme con la mia faccia. Delle intere vignette sulle mie disgrazie.

Ecco tutti questi pensieri mi si affollano davanti la faccia al posto dei numeri quando inizio ad essere interrogato. MORALE DELLA FAVOLA? Ho letto le frazioni al contrario, ho sbagliato la X con la Y e l’integrale… Lasciamo stare. Fallimento ancora più tragico che se fossi in classe. Finisce il collegamento su Zoom e io sono completamente sudato.

A quel punto la mia genitrice ha iniziato a urlare disperata:

“Ma percheeeeee, percheeee Ranieri percheeeeee me lo devi spiegare!!”

“Mamma ma io lo sapevo il risultato in realtà.”

“E alloraaaa!! MA TU COSÌ MI UCCIDI!! Perché non hai risposto se lo sapevi!!!”

“Perché mi sono confuso..”

“E perchéee!”

“Perché pensavo a cosa avrebbero detto i miei compagni se sbagliavo. E infatti ho sbagliato. E ora staranno parlando male di me.”

“Ma tu te ne devi fregareeee! Dei tuoi compagni te ne devi fregareee! E semmai lo devi dire alla professoressa!”

“Ma non mi fido di lei.”

“Come non ti fidi? Madre santissimaaaa che vuol dire non ti fidi!! E apriiii!! Apriiii questa porta Ranieriiii! “

“Vuol dire che non mi riesco a fidare. Lo dico sempre allo psicologo, non so mai se mi posso fidare di chi ho davanti.”

“Ranieri ma tu sei pazzzooo. Ed esci dall’armadioooo! Ranieri la devi smettere!! Ma che ho fatto di male nella vita!! Ma io ho chiesto un’ora di permesso per poterti vedere così??? Ma tu così mi fai ammalareee!! Se lo sa tuo padreeee! E poi.. Ma se te lo dice anche lo psicologo che ti devi fidare, che non parlano male di te.. Perché non lo ascolti??? “

“Eh perché non mi fido di lui..”

“Miiiiii ma mi fai crepareee così! E smettila di mangiare quel gelato dalla vaschetta che era per tutti!! E sporchi tutto i vestiti piegati!! DODOOOO tu non ti azzardare ad imitare tuo fratello! Io vi mando a tutti e due in collegio.. Cioè a tutti e tre.. Oddio ma si sta bruciando la parmigiana in fornoooo. “

Insomma questo è lo spettacolo giornaliero. E credo che ogni giorno stiamo grattando malamente sempre di più il fondo. Non ho un luogo dove rifugiarmi, non posso uscire a respirare aria che non sia la stessa di mia madre. Dodo é sempre più pallido e quell’altro ormai risponde sempre “ma sono solo un bambino” ad ogni accusa della mamma. Non riesco più a dormire e faccio un sacco di incubi.

Però stamattina quando papà è tornato dal suo turno di lavoro mi ha detto che ha comprato una cosa per me. Ha detto che mi farà stare meglio. É una tisana alla Valeriana ha detto. Ha detto che così mi tranquillizzo un po’. Ha detto anche che non lo devo dire alla mamma però che lei queste cose non gli piacciono ecc ecc..

Stasera la provo, male che vada mi fa digerire tutto quello che mi mangio di nascosto, ha detto papà.

…Continua.

Torna al Cap.1

Le Pietre di Berlino

Le Pietre di Berlino. Cap 3

46) Fa caldo.

Non riesco a fare un movimento che mi gira la testa. Il metodo migliore è di solito stare immobili. Non è facile.Da quando mi hanno riportato alla mente tutto ho la febbre fissa. Hanno aumentato la dose. Le mani non le trovo più. E ho perso per strada il mio nome. I miei occhi hanno cambiato colore. Il letto è una voragine che mi inghiotte, e le lenzuola mi incatenano.Si formano subito lividi sulla parte della mia pelle che rimane a contatto con il materasso. Cambio lato per cercare sollievo. Ma è una tortura continua, e le gambe diventano roventi.. cerco di tirarmi su, ma la testa sembra essere pesante e collosa. I capelli umidi stringono il cuscino. Intorno mostri dentro flebo di vetro ci osservano maligni e controllano i loro detenuti. I loro occhi gialli ammiccano soddisfatti. Nessuno ancora è riuscito a scappare.

Sento ancora quel rumore strano… tumtumtumtumtum.. è musicale.    Sembra che ti inviti a ballare.Qualcuno accompagna il ritmo con i denti.. un battito leggero..

Fuori… Il vento. Strano, qua così caldo, e fuori così tanto vento. Le tapparelle si scuotono, e cercano di scrollarsi di dosso quel senso di passività che c’è in noi.

49) Non c’è mai veramente silenzio qua dentro.

La notte è cosparsa di caute voci impaurite, e sogni ad alta voce. Io però non le sento più. Sento solo il vento.

È strano dover ascoltare un tale fragore e non poterne percepire nemmeno un soffio… c’è solo questa orrenda febbre che dilania la mente.

Forse fuori non c’è più il muro.

Dormo il più possibile per non dover vedere la realtà.

50) Sono già cinquanta notti che passo così. Tengo il conto. Ma ora voglio provare ad alzarmi. Voglio scendere da questa lapide…Stanotte voglio vedere se c’è davvero vento fuori di qua. Forse è solo la mia mente che è piena di vento che fa sbattere continuamente le immagini..

Quello strano bussare sta un po’ rallentando.

Io ho perso chi sono.

Provo a muovere le gambe, ma le lenzuola le trattengono.I miei occhi fissati sul soffitto buio non mi permettono di muovermi. Sono attaccati al muro da un filo robusto. Le mani stringono l’aria esasperata sotto il lenzuolo.. solo aria riescono a stringere.

Troppa fatica nelle ossa.

Ho deciso, rimarrò qui ad ascoltare quello strano battito. Da solo potrebbe avere paura.

Tum.Tum.Tum.Tum.Tum.

55) Stasera mi alzo. O forse no.. no, ho deciso di rimanere perché il battito è sempre più lento, e ha ancora più bisogno di me.. e poi, se il mio amore venisse a prendermi? Lo devo aspettare..

Senti..

Tum.     Tum.    Tum.

60) Sono troppo stanca, ho le ossa che..

Tum.

Tum.

61) Che cigolano.. e poi con questa musica non si può più

Tum.

Tum.

Tum.

68)

Ballare..

Tum

79)

.

80) Prima, un rumore…

…agghiacciante…

Poi è arrivato il mio amore.

È riuscito a scappare, a passare il muro, ed è venuto a prendermi! L’ho visto entrare di soppiatto dalla porta della camerata. In silenzio e a passi svelti è arrivato al mio letto, mi ha fatto cenno di fare silenzio. Poi mi ha baciata sulle labbra. Sono rinata.

E mi sono alzata.

È stato facilissimo. Ora che l’avevo rivisto, la mia pazzia e la mia febbre se ne era andata all’istante, come portata via dal vento. Mi sono decisa e lo ho fatto. Semplice. Lui ha sussurrato che aveva controllato non c’erano infermieri nei corridoi per l’uscita. L’ho preso per mano, felice di poterlo di nuovo avere tra le dita e l’ho seguito.

A piedi nudi sono corsa per il corridoio buio e torrido. Non mi ricordo come abbiamo fatto a saltare la barriera e a scappare da quella prigione. Scappare dai quei mostri famelici che ci succhiano tutto tranne quello che vorremo..  i nostri ricordi.Ma non trovavamo ancora l’uscita di quel labirinto… e io giravo, giravo giravo giravo.. giravo..

Poi il vento.

Ho finalmente trovato il vento. Vento libertà.Un brivido ci ha fatto capire che quella era l’uscita. Abbiamo solcato il portone e da quel momento tutto è cambiato.

La prima cosa di cui mi accorgo è il terreno sotto i piedi. Prima sentivo la pelle nuda sul pavimento freddo. Ora invece i piedi sono avvolti in sandali profumati di cuoio. Intorno ai capelli un velo colorato, e una gonna sui fianchi. Davanti a me una strada dritta, di cui non vedo la fine. Lui mi è sempre accanto.

Iniziamo a camminare ed ad allontanarci da lì, ma se mi guardo indietro non riesco già più a vedere l’ospedale. Il vento fa turbinare la notte intorno a noi e le pietre che formavano la strada riflettono in modo impressionante la luna. Senza ombra di dubbio camminiamo su degli specchi. L’aria sta diventando sempre più calda via via che ci allontaniamo. Le fasce dei sandali iniziano a stringere e i vestiti diventano sempre più aderenti al corpo.

Camminiamo con passo deciso, come se questa fosse la strada che abbiamo sempre fatto. Non ci sono esitazioni nel mio passo veloce, che è guidato dalla sua voce che mi da indicazioni.

Inizio a vedere delle luci davanti a noi.. Osservo il vento che corre. Corro più veloce di lui. Ho le gambe per farlo, ora.. Ho gli occhi per vedere la fine, ora…Ho la forza del mio amore ora.

80 e qualche minuto.

Stiamo attraversando un paese in festa. Sento odore di zucchero, e le luci gialle delle lanterne sfigurano le facce che mi sono intorno. Non mi vedono. Sono seduti per terra, o sui marciapiedi, e le loro voci sono fuse nel caldo e nello zucchero. Camminiamo tra la glassa, i canditi e i colori, e miei occhi corrono veloci senza posarsi su nulla.. sento i primi botti, le prime esultazioni.. devo uscire da qui, lo dico a lui… la glassa mi si sta appiccicando sotto i piedi.. tutto si scioglie con questo vento caldo.. qualcuno mi riconosce e mi trattiene con una mano, ma il mio vestito che ora è nero non vuole farsi toccare e sfugge tra le dita.  Lui mi tira a se e minaccia chi cercava di toccarmi. Ho voglia del buio, della notte. Queste luci mi abbagliano. Odio le fiere di sera.. e la notte mi troverà impaurita.. mi possederà inerme con i suoi nuovi giochi, senza nessun rumore.. basta zucchero!

80, qualche minuto e pochi secondi che sgocciolano.

Siamo arrivati in fondo.

..l’apparizione improvvisa del mare.

Ho fatto un passo ed era davanti a me, mi arrivava al petto. Non ero sommersa però. Era come trattenuto da un muro invisibile. Lui è passato oltre. Da dietro il muro trasparente mi ha sorriso e mi ha fatto cenno di venire.

Allora ho capito.

Ho fatto una piccola pressione sulle punte dei piedi, ho piegato le gambe e poi mi sono tesa in alto come un arco. Ho saltato come farebbe un’atleta per superare l’asta orizzontale.

Ho sentito finalmente respirare il corpo, in quello che era un fulmine liberatorio.

Ora non so più dove sono.

Ma so che sono libera, e di nuovo mano nella mano del mio amore.

So anche un’altra cosa.

Che non sentirò mai più il rumore agghiacciante di quel battito che si ferma in quella stanza.

..che poi era solo battito del mio cuore.

Le Pietre di Berlino · racconti · Senza categoria

Le Pietre di Berlino. Cap. 2

18) Non abbiamo più corso per le strade per mano, inciampando e ridendo, imitando il rumore di un motore con la bocca. Dopo non abbiamo più potuto guidare insieme su strade sterrate, sperando che bastasse la benzina della motoretta, per poi potersi fermare nel primo spiazzo possibile, spegnere il motore, mangiare i panini che avevamo portato con noi e poter bere l’acqua gelida presa dalla fonte. Quando pioveva ricordo che t’inzuppavi tutto sotto la pioggia pur di prendermi comunque quell’acqua. E imprecavi, mentre io ridevo al riparo, oltre i boati, oltre i miei doveri. Non abbiamo più potuto frenare all’ultimo minuto ad occhi chiusi, apposta, per poi tirare un sospiro di sollievo quando, riaperti gli occhi, ci accorgevamo che mancavano solo pochi centimetri e saremmo caduti già dal precipizio.

Non siamo stati più folli e assurdi nel nostro strano amore. Non abbiamo più potuto sciogliere il nostro fiato all’unisono nell’aria fredda dei vicoli la sera, e non abbiamo più potuto tenerci per mano per non scivolare sui marciapiedi ghiacciati e sognare insieme di partire per un posto caldo, in una casa sul mare, in una villa al sole con tanti bambini, nostri… non abbiamo più potuto appannare i vetri.

Dopo non siamo più potuti essere i fuggitivi della realtà.

La esigo, la rivoglio quella vita, lo rivoglio quell’amore, voglio voglio voglio… Davvero non capite cosa dico? Davvero non sapete perché eravamo lì, legati con una corda al nostro senso ostinato di libertà?

24 )Nessuno mi dice più niente. Mi tremano le mani, la testa non riesce a fermarle. Nessuno mi consola, nessuno mi rassicura… perché loro sono così. Non creano mai illusioni. Loro lo sanno quando non possiamo farcene più nulla della carta che abbiamo appallottolato nelle mani. Loro non mi possono consolare.

Stasera mi hanno fatto rivivere a forza la mattina dopo la nostra ultima notte… io mi chiedo a cosa serva. È tutto inutile per me. È solo doloroso. Ma ormai i ricordi sono tornati e lo sforzo di dimenticarli è stata fatica sprecata. Ecco che ritornano le immagini…

Il sole è sul comodino, il risveglio ci sorveglia alle porte della stanza. Nulla serve più, là dentro. Io mi sveglio, perché è l’ora di scendere per la colazione, apro le tende, sperando che si svegli da solo, perché non sarei in grado di svegliarlo… ma non succede niente sui suoi occhi. Mi avvicino, lo smuovo un po’, gli dico che scendo a mangiare… lui annuisce.

Mi vesto, apro la porta, ed eccola, la moquette di questo mondo pieno di piedi scalzi, che percorrono la loro vita inciampando in un paio di pantofole che per pigrizia fa fatica infilare. Sembro sola. Scendo giù a colazione. Saluto i camerieri, inizio a mangiare.

Lui scende molto più tardi, e quando passa davanti al mio tavolo, si ferma, come se mi cercasse.

“Quando sei andata via?” Mi chiede, con (forse per la prima volta) tutto l’amore che ha per me.

“Ma come, te lo ho anche detto, mi hai pure risposto… mi sa che eri ancora troppo addormentato.”. Sorrido, e lui ride… poi, con l’ultima coltellata, a doppio taglio per entrambi, con un leggero sorriso, misto a tristezza dice.

“Mi sono svegliato e non c’eri più.”.

Poi, la notte dopo, il muro.

Io di qua. Lui, che era partito un giorno prima per non destare sospetti, di là.

Era tutto pronto per la nostra fuga. La nostra fuga insieme. Quell’albergo doveva essere solo una tappa segreta, un non-luogo in cui rifugiarci per qualche notte. Un posto dove non sarebbero venuti a cercarmi, dove potevamo aspettare che si stufassero di cercare. E poi saremmo scappati sul mare. Al caldo. E invece fu l’ultima nostra tana.

Infermiera, mi faccia un’iniezione. Basta, voglio dimenticare… assassini, assassini!

38- Una pietra: vuol sapere come sto. Gliene tiro due io: Sto bene, ma mi manca.

E finisce tutto lì.

Non sapevamo come continuare. Non abbiamo avuto mai abbastanza sassi, né mai abbastanza voce per urlare. Ma ogni giorno, cercavo di avvicinarmi sempre di più, cercavo di trovare sempre più pietre, o trovare dentro di me ancora più voce. Le guardie mi avrebbero voluto tutte mandare via, ma ne avevo trovata una che a volte mi lasciava accendere uno stereo lì vicino. Giusto per fargli sentire un po’ di musica.. ma dopo pochi minuti mi cacciava. Ha paura anche lui, guardiano del proibito. Non sa bene nemmeno lui di cosa, ma ha paura. Ma il giorno dopo ero di nuovo lì. Come potevo non tornare?

Il codice lo avevamo deciso subito all’inizio, una volta che ero riuscita a tirare un sacchetto con dentro un messaggio dall’altra parte. Avevo sentito la sua voce chiamarmi, ma io non ne avevo già più, di voce, perché avevo urlato fin ad allora. Quindi ho provato a mandargli quel messaggio ed è arrivato. Mi sono salvata da una fucilata per miracolo. Così potevamo solo far finta di gettare un sasso dall’altra parte per la rabbia, se non volevamo finire ammazzati.

Una pietra per “come stai.” Due per dire “che sto bene, ma mi manchi”.

Sempre così, alla stessa ora, nello stesso punto, ma mai con gli stessi sassi. Perché dopo che lui mi aveva tirato la pietra, io la prendevo in mano e me la portavo alla guancia, cercando di percepire il calore che la sua mano aveva trasmesso a quella brulla zolla di fango e cemento. Poi la mettevo in tasca e la portavo a casa. Le ho ancora tutte in una valigia. Sopra ci ho scritto il suo nome. Sempre che i dottori non l’abbiano buttata via. Era il nostro modo di baciarci ancora, abbracciarci. Provare a superare quel muro.

Eppure..

Eppure una volta, l’unica cosa che cercavamo di oltrepassare erano le nostre ossa, in una morsa spasmodica, con un uncino che ci trafiggeva il petto e ci spingeva verso l’altro. E ci abbracciavamo sempre di più per trovare il giusto incavo in cui incastrarsi per poi rimanerci per sempre. Ora non c’era più un uncino che ci legava, ma solo quell’ancora d’amore. Noi continuavamo ad attraccare, pensando a come avremmo voluta lanciarla, quell’ancora, CONTRO e non oltre quel muro. E ogni lancio, il terrore di non avere risposta.

Un sasso. Come stai?

Potesse il vento portare via questi ricordi…

40- Successe così. Tutto in un secondo.

L’ultimo sasso che mi è arrivato era sporco di sangue. Ho raccolto quella pietra e ho sentito che aveva l’ultimo calore di una vita. Quella del mio amore.

E lì sono impazzita, o almeno questo è quello che dicono i dottori. Io dico solo che il cielo se ne è andato. E che sono stata trascinata a forza qua dentro dai miei genitori quando mi hanno trovata, per evitare che provassi di nuovo a lanciarmi anche io contro i mattoni di quel muro. Qui, in questo ospedale.

Ma io devo riuscire ad andarmene via di qui. Devo trovare il mio amore, oltre quella stupida barriera.

Tutumtutumtutumtumtutumtutumtutumtum..

Cosa è questo rumore?

…continua

Torna al Cap. 1

Le Pietre di Berlino · racconti

Le Pietre di Berlino. Cap. 1

Notte.

0) …non sai mai dove puoi essere trascinata..

1) Mi chiamano Scarlett, scarlatta. Non so se questo è il mio vero nome o se è solo il colore del mio sangue. Non mi ricordo niente.

5) Oggi mi sono tirata un po’ più dritta sul cuscino e ho dipinto un po’. Poi mi sono ritrovata tra le mani un pezzo di murales e l’ho voluto scagliare contro la finestra. Non ha fatto rumore però. Ma mi hanno rifatto una puntura. Dormo.

8) Avrei voluto tanto un figlio. Qui ci sono dei bambini. Vengono intorno al mio letto e mi chiedono chi sono. Io a volte rispondo, ma spesso non so bene cosa dire. Chi sono in fondo io?

Loro hanno belle bocche rosa e denti bianchi.

Ce n’è uno che non parla mai però. Mi dicono che è un figlio della guerra. Quando è sveglio è come gli altri bimbi. Poi si addormenta. Ed impazzisce. Nessuno sa cosa sogna, lo vediamo mentre inizia a scuotersi violentemente e a graffiarsi il viso da solo, rimanendo con gli occhi chiusi. Nessuno può fare niente. Possono solo svegliarlo, ma certo non impedire che non si riaddormenti più. Gli incubi: nessuno li può fermare. Dicono che sia nato così. La causa? La mamma è una sopravvissuta dei campi. Certe cose si mescolano al sangue. Peggio di una malattia.

12) Prima non ero così. Io prima sorridevo. Ora ogni parte del mio corpo viene risucchiata dalla forza di gravità e mi sento pesante. Oggi hanno provato a farmi rivivere a furia di domande l’ultima notte insieme a lui. Credono di guarirmi?

E va bene. Eccola. Ve la racconto:

Ho sfilato i pantaloni e mi sono infilata sotto le coperte. Appoggiata su un fianco, con le gambe nude raccolte al petto, assaporo la frescura del lenzuolo pulito. Poi mi scopro di nuovo, mi alzo e mi sfilo pure la maglia. Torno nel letto e osservo fuori dalla grande finestra.

Berlino si staglia oltre il vetro: fredda e risolutrice, con la sua neve un po’ sciolta, ma che fa ancora ricordare il ghiaccio della tormenta appena passata. Palazzoni alti, grigi. A dividere me dagli altri palazzi una larga strada e la linea del tram. Sono tre notti che rimango sveglia e che vedo l’intera notte maturare e non c’è stato un solo momento in cui quella nera strada sotto di me non sia rimasta completamente deserta. Le maligne macchine scorrono silenziose tra le braccia dell’asfalto accanto anche a qualche creatura in bicicletta, coperta con pesanti cappotti scuri. Ed io, dal mio sesto piano, con altri quattro piani sopra, mi sento troppo silenziosa per avere il diritto di esistere.

C’è un altro letto vuoto accanto a me, bianco e scomposto; sembra mutilato da chissà quale malattia. É buio. Solo la piccola abatjour vicino al mio cuscino è accesa. La chiave nella serratura gira. La porta si apre, poi si richiude. È lui che è entrato.

“Dormivi?”

“No, ti aspettavo.”

Lo scorgo sfilarsi anche lui i pantaloni e rimanere in maglietta. Accende piano la radio, centra il segnale su un canale di musica classica e viene anche lui sotto le coperte.

“Lo sai che ho bisogno della radio per addormentarmi, da quando….”.

“Non mi da noia, lo sai.”.

Io spengo la luce. Lui allunga un braccio e lo poggia sul mio petto. Io mi avvicino a lui, e lo abbraccio, incrociando il mio corpo con il suo. C’è solo la musica classica che ci ricorda che siamo ancora vivi.

Il resto non è vita, non è guerra fredda, gelida, non è male, non è paura… è solo acqua che gocciola, come se non fosse niente. Io e lui, nell’abbraccio della nostra vita… nell’unico contatto possibile ormai in questo mondo d’ingiustizie, d’incomprensioni e di deliri… nell’ultimo inconsapevole dolore e slancio di disperazione realizzabile, perché poi…

Sto urlando troppo.

Altra iniezione. Dormo.

..continua.

Maggese:Monologhi di Quarantena

Bestemmie e Zagare.

“Sono vecchia.
E voglio morì. Da mo’ che voglio morì.

Se qualcuno mi incontra io glielo dico sempre che sto aspettando. Quelli mica capiscono cosa. Un sacco di gente quando mi vede in piedi sull’uscio di casa, con la borsetta al braccio, mi chiede:
“Che sta aspettando Donna Rosalia?”
E io rispondo:
“Il Signore che mi viene a prendere.”
Ed quelli continuano:
“Ah, sta aspettando che la passano a prendere? Dove deve andare? Se vuole la accompagno io..”
E io mi faccio il segno della croce e gli dico che certe bestemmie é meglio non dirle.
Mica ci pensano loro che io mi voglio far trovare pronta per quando arriva la morte e mi porta via. Pronta e sistemata.

Perché sono vecchia e voglio morire. Mi fanno male le ossa e in TV fanno ormai le solite cose. I nipoti sono grandi e figli non li fanno. Poi ho campato bene, ma mi manca litigare con mio marito. È già troppo che non lo controllo lassù, chissà se sta facendo il bravo cristiano.

A quello glielo dovevo dire sempre: “Non bestemmiare! Fatti il segno della croce! Non te la finire la bottiglia, che non è domenica! Metti a posto quelle mani, che quella è tua nuora, orbo che sei diventato…”. Mica sono sicura che quello, ciecato come era diventato, non mi acchiappa un angelo per una coscia scambiandolo per qualcun’altra. Ha bisogno della moglie accanto o lo fanno finire all’Inferno, dal Purgatorio dove sicuro sta.

Tanto io qui ho finito, mi fanno male le ossa e in TV pure parlano solo di vecchi.

Ho già dato tutte le disposizioni. Voglio che mi regalano un vestito nuovo, bello, elegante, che tutti mi guardano nella bara e si pensano che sono una signora di città. Poi voglio la banda, che deve suonare una tarantella. Ma non la banda di qui… quella non mi piace e i musicisti sono vecchi pure loro. No, voglio quelli che vengono per il Santo Patrono. Quelli sono giovani e c’hanno tutti la divisa con le spalline dorate e gli strumenti che suonano davvero. Io ogni anno che vengono mi metto in prima fila con la sedia e mi immagino già quando verranno a suonare dietro a me. L’anno scorso glielo ho detto pure ad uno di quei giovanotti che li voglio al mio funerale. Quello si è messo a ridere ma me lo ha promesso. Ve lo ho detto che muoio felice!


Ai figli pure gli lascio un po’ di soldi per le cose loro. Ad ogni figlio gli ho preparato precise precise le stesse buste con i soldi, che stanno tutte sotto al materasso. A tutti uguali eh! Io non ne faccio di distinzioni, a tutti voglio bene uguale, a tutti gli stessi soldi. E non ho fatto come Peppe mio… che al primo, quello che aveva il dubbio fosse un bastardo (per via che è nato ai sette mesi e che la prima notte l’ho fatto bere troppo e non si ricorda se ero pura o no)… eh a quello gli ha sempre dato meno. No no, io ai figli miei tutto uguale!


In realtà sta storia dei sette mesi mi turba un po’ riguardo alla morte. Ma non per il Signore, più per Peppe mio.

Perché sono sicura che alla fine a Peppe mio l’ho convinto che era suo, il bastardo. Però se poi mi vede arrivare anche a me dalle zone sue del purgatorio capace che ricomincia con questa storia. E non gli posso inventare che sto lì perché anche io bestemmiavo… Toccherà inventarsi qualcos’altro, qualche altro peccato. Tanto dobbiamo passare il tempo per risalire su, ne ho di tempo per convincerlo.
Mentre per il Signore sto tranquilla. Perché sono sicura che finisco lì, anche per la storia del bastardo. Così il prete mi ha detto: che visto che mi confessavo subito, ma proprio subito subito dopo il peccato, proprio lì dove succedeva insomma… eh si, nella stessa chiesa, è come se il peccato fosse più leggero. L’importante è che non lo dicevo a nessuno. Sennò si che finivo all’Inferno. Mentre al Purgatorio, “con ste tette che c’hai, ci finisci comunque Rosalia mia..” Così mi diceva sempre Don Mario. E io gli credo.

Gli ho sempre creduto a Don Mario. Se non gli avessi creduto non mi sarei fidata a seguirlo fin lì da sola no? Non che avessi tanta voglia in realtà… anzi a dirla tutta non ne avevo propria e manco sapevo che fosse quella roba lì. Mica come le ragazzine di 15 anni di oggi. Però sapevo che i preti hanno sempre ragione. E c’è da dire che è sempre stato di parola poi Don Mario. Pure quando mi diceva che mi trovava lo sposo se succedeva qualcosa, per non rovinarmi insomma. E infatti me lo ha trovato subito subito, e ci ha sposati pure subito subito! Uh quante ne ha sposate Don Mario! E a tutte regalava grandi mazzi di zagare. Diceva che era perfetto per una sposa quel fiore. Belle, profumate, e coi frutti sodi come le arance… Se ne intendeva di fiori lui. E infatti io le voglio anche sulla tomba.. Solo Zagare!

Insomma sono pronta. Tanto la TV dice sempre le stesse cose.
Dice che muoiono un sacco di vecchi per sto Corona, e io che ce sto a fare ancora qui? Ti prego Signore risparmia qualche giovanotto e piglia a me…. Senti senti là.. Tutti questi che se ne vanno.. Signore io ti aspetto eh che in TV dicono che stanno tutti… No, aspetta.

Aspetta un attimo. Aspetta tu. Un attimo. Che? Che cosa?? “

Donna Rosalia, si ferma davanti alla televisione. Poi si gira, afferra la borsetta e si avvia più velocemente possibile, vecchiaia permettendo, alla porta di casa. Apre la porta e lancia con fare minaccioso la borsetta al cielo, che finisce sul marciapiede davanti.

E con tutta la rabbia di chi, nella vita, ha sopportato sempre tutto, senza chiedere mai spiegazioni, credendo al Cielo e a chi in terra parla per lui, ma che all’improvviso scopre che è stata ingannata, inizia ad urlare indicando il cielo:

“OH non t’azzardare eh! Non t’azzardare Signore a venirmi a prendere ora!! Eh no, pure te Peppe bello, acchiappati chi ti pare! Signore non ti azzardare!! Don Mario diteglielo pure voi, in nome di tutte le volte che vi ho detto si… Diglielo di aspettare a venire!!! CAPITO SIGNORE??? Che la TV ha detto che se vieni ora NON ME LO FANNO IL FUNERALE!!!”

Zagare

“La leggenda narra che un re spagnolo dopo aver ricevuto in regalo da una bellissima ragazza un albero d’arancio lo fece piantare nel giardino del suo castello. Quando un ambasciatore di passaggio nel suo regno chiese al sovrano di regalargli un ramoscello di fiori d’arancio, il re rispose che mai avrebbe dato a qualcuno un solo ramo della pianta a cui teneva così tanto.
L’ambasciatore incassato il rifiuto del re si rivolse allora al giardiniere per ottenere un ramo di fiori d’arancio pagandogli il servigio 50 monete d’oro, denari con cui il giardiniere poté finalmente dare la dote alla figlia in modo da farla sposare. La ragazza il giorno della nozze adornò i suoi capelli con un ramo di fiori d’arancio in onore della pianta che le aveva dato l’opportunità di convolare a nozze e da allora le zagare sono rimaste indissolubilmente legate al fatidico giorno.”