Appunti di Mamma

Fortuna e scelte : I nonni.

Mio figlio è fortunato. Ha 4 nonni e 3 bisnonni. Molti sparsi per l’Italia ma ci sono. Io ne ho conosciuta a malapena una, di nonna, perché la malasorte ha tolto tanto ai miei genitori troppo presto.

È vero, lui è fortunato ma noi abbiamo avuto anche il coraggio di farlo “presto” questo bambino, per continuarla prima possibile questa generazione, e dargli modo anche di vivere vite diverse dalle sue, dalle nostre.

Ha la fortuna di poter passare del tempo vicino al fuoco della bisnonna in montagna, di stare seduto sui sassi in riva al mare della Calabria, o tra le cassette dei pomodori appena raccolti nel Cilento degli altri bisnonni. Ha nonne che gli cantano canzoncine in molisano e altre che lo fanno giocare con giochi degli anni ’60. Ognuno di loro trasmette a lui qualcosa della loro esperienza, dei loro ricordi, e lui insegna a loro qualcosa che ancora non sapevano della vita. Anche a 90 anni.

È fortunato, ma siamo anche noi che scegliamo di passare ogni nostro momento libero viaggiando e portandolo in giro per le regioni da loro. Non le stiamo nemmeno più guardando altre mete, altre vacanze. Ci sarà tempo, solo per noi, per posti nuovi, un giorno magari.

Ma questi sono momenti che non tornano più. E nuovi lidi li scopriamo nei loro occhi quando si guardano, ogni volta che si ricontrano.

È il miglior viaggio che potremmo mai regalarci.

Mangia, Aspetta, Ama

Cap.1- Serotonina, pomodori e fichi: l’inizio di tutto.

Tratto da “Mangia, Aspetta, Ama: Storia di Ossitocina e altri Ormoni Materni”

I segnali dell’arrivo di questa scintilla di vita c’erano tutti. Era talmente tanta l’intensità dell’unione delle nostre anime che c’era quasi da vergognarsi a raccontarlo… avevamo assorbito così appieno i sapori che cercavamo per rinascere in quel nostro “pellegrinaggio” verso Sud, che non poteva non spuntare in me qualcosa di speciale, pulito, ancestrale, genuino. Tappa dopo tappa. C’era tutto.

C’erano i fichi raccolti dall’albero nel giardino in Calabria. A piedi scalzi, prima di pranzo, mi arrampicavo come da bambina per raccogliere i frutti più maturi. E li trovavo caldi dal sole, lisci e senza altre impronta se non le mie. Ne assaporavo la consistenza filamentosa e quasi sconcia, tenendo gli occhi chiusi e sentendo bruciare la pelle sotto il sale che si cristallizzava sull’epidermide. Pregustavo il sollievo dell’acqua dolce della pompa per innaffiare con cui mi sarei rinfrescata prima di prepararmi per il pranzo e nel frattempo cercavo di assorbire tutte quelle sensazioni per poterle trasmettere alla vita che stavo provando a far germogliare in me.

C’erano le nonne, le tue future bisnonne, le cariatidi, il matriarcato del Sud che si esprimeva in tutta la loro potenza con il profumo di pomodori ogni mattina al nostro risveglio. L’odore delle conserve fatte in casa che cuociono nei tegami mescolate all’odore del caffè ci ha accompagnati in ogni casa in cui ci hanno ospitati durante quel lungo pellegrinaggio. Un’inconsapevole costante che raccontava di vecchie tradizioni, di ricette ormai dimenticate, di polpette fatte solo di pane, prezzemolo e “cacio”. Cercavo di assorbire mangiando e annusando ogni sfumatura di quelle tradizioni.

Regione per regione io mangiavo e mi emozionavo. C’era la pizza napoletana con il suo basilico intenso sotto i denti. Gli arancini soffritti sul momento al chiosco sulla spiaggia a Donnalucata, che ti riempiono il palato di sensazioni e ti cullano verso “l’abbiocco” pomeridiano. La brioche con il gelato al pistacchio a Ortigia. I sottoli di Scicli, il pesce appena pescato portato crudo sul vassoio del ristorante prima di essere cucinato a Marina di Camerota. La spremuta d’arancia e di mandarino verde al chiosco di Siracusa, mentre i vecchi giocavano a carte. L’odore dei fichi d’india e dello sterrato lungo le strade infuocate dell’entroterra.

C’era il mare nelle orecchie, a pochi passi dalla casa che avevo scelto in Sicilia; mare che tanto fa parte di me, che mi acquieta ogni volta che dalla città la mente rimane corrotta. C’era il Sud, questo grande ritorno ma anche nuova scoperta… Sud Sud Sud ancora più a Sud, isola in mezzo al controverso Mediterraneo.

C’erano stati i punti a capo, il grande incontro con lo spettro di un dolore ormai morente. C’era il ricongiungimento di entrambi ad un passato furioso che finalmente poteva tornare ad essere presente e cristallino. C’era stata quella risata in faccia alle invidie, alle cattiverie.

Mentre non sapevo ancora che eri nato in me, mi ripetevo che quei giorni erano stati così vividi, visceralmente fertili e voluti dal destino che sarebbe stato veramente un peccato non concepirti durante quel nostro viaggio verso Sud, verso le origini, dentro i luoghi dove eravamo stati concepiti noi stessi e i nostri avi, fino a scoprire nuove terre ad entrambi estranee per poterle ritrovare per la prima volta insieme. Quel viaggio che tanto aveva promesso alle nostre menti e alle nostre speranze. Quella fuga da tutti e dalle certezze, quella follia che ci rappresentava in tutti i suoi chilometri.

Era proprio lì, in quell’orgia di sapori e odori, in preda alla serotonina e alle endorfine, che volevo che questa avventura con te, figlio mio, cominciasse.

E infatti è successo. A me.  Davvero. Nel mio corpo, nella mia vita, nella nostra storia.

continua….

Tratto da “Mangia, Aspetta, Ama: Storia di Ossitocina e altri Ormoni Materni”

Maggese:Monologhi di Quarantena

Ranieri e Valeriana. Cap 2.

Quando hanno chiuso scuola ho tirato un sospiro di sollievo. Ho pensato che le mie segrete preghiere erano state eseguite: finalmente un respiro profondo. Un momento per recuperare fiato. Dai compagni, dalla gente, dalla matematica.
Non potevo immaginare quello che sarebbe successo.


“Ranieriiiiiiii, Dodo.. Ragazzi venite quiiiiiii!!”
Allora: io vorrei inchiodare mia mamma al muro un giorno di questi e chiedergli il perché di 3 COSE.

1) Perché IO ho un nome così nobile e altezzoso quando proveniamo da braccianti siculi?

2) Perché mio fratello Edoardo deve essere storpiato in DODO? Prevedo a breve psicologo a manetta pure per lui.

3) Perché l’ultimo fratello non viene manco mai nominato ma ti limiti a riassumere il tutto con un “ragazzi”, come ad esserti stufata a metà di chiamarci? O fai conoscere ai vicini e ai passanti nel quartiere come ci chiamiamo tutti e tre correttamente o niente! Perché solo io devo rimanere nelle orecchie della gente?


Ecco questo gli chiederei, ma il dolore alla pancia (da non confondere con il dolore alla fine dello stomaco) che mi si presenta quando provo a fare lo strafottente mi frena.
“Veniteeeee. Vi ho liberato il computer!! Forza Ranieri hai la video lezioneeeee, vedi che i tuoi compagni sono già stati interrogati tutti, capace che oggi chiede a teeee.”

Adora le vocali. Le servono per rilasciare tutta l’aria che il suo accento le fa immagazzinare quando si dispera. E questi giorni si dispera ogni tre minuti.

Mamma ora lavora da casa. Io studio da casa. I miei fratelli studiano da casa. Il mio psicologo sta a casa (sua). Mio padre come sempre non è a casa. Quindi diciamo che il concetto di #STATEACASA nel nostro caso sta per trasformarsi in altri due potenziali hashtag:

#ERIKA&OMARsenzaERIKA oppure #STRAGEDIERBA2.0

Si. Perché come preannunciato prima se qui non si risolve qualcosa o io impazzisco e uccido tutti, o ci uccidono i vicini. Ah anche #PSYCO non è da escludere.

Passiamo tutto il giorno dal mio pianto isterico a quello di mia madre, a le parolacce del povero Dodo, al silenzio assenso del terzo fratello che non nominiamo nemmeno (tanto era il figlio non previsto e che ci siamo presi tutti punto e basta).

Non ci credete? Allora vi racconto questa.

Oggi, come sospettava mia madre, mi hanno interrogato. C’erano in video la prof e una decina dei miei compagni, (ovvero quelli che vanno dalla A di Arnaldi alla F di Forlano per capirsi, come ci ha divisi la prof per le interrogazioni). Tutti su Zoom, ad assistere al mio fallimento. Fallimento che incombe ogni volta che vedo i numeri. Numeri che sono precisi, inequivocabili, quando studio da solo a casa, ma che diventano anagrammi quando gli altri mi guardano. Ah e, ovviamente, ora c’è pure mia madre che può assistere. Non interviene e nemmeno mi aiuta. Sta lì, dietro allo schermo, con il fazzoletto in mano come se stessi per partire per il fronte, che mi guarda e aspetta la mia Waterloo. I compagni intanto mi sfottono sul gruppo di WhatsApp, già lo so. Li sento sgignazzare via smile nel virtuale ma concretissimo mondo dei gruppi WhatsApp. Quelli in cui non ci sono. Il mio psicologo dice che non devo essere paranoico ma io lo so che parlano male di me.. Una volta hanno pubblicato un messaggio sul gruppo della classe, quello ufficiale insomma, in cui mi prendevano in giro. Poi hanno cancellato subito. Si erano sbagliati di gruppo evidentemente. Io non ho fatto in tempo a leggerlo, ma é chiaro che quel “messaggio eliminato” in realtà era una offesa alla mia intelligenza. Tutti negano ma io so che addirittura hanno creato dei meme con la mia faccia. Delle intere vignette sulle mie disgrazie.

Ecco tutti questi pensieri mi si affollano davanti la faccia al posto dei numeri quando inizio ad essere interrogato. MORALE DELLA FAVOLA? Ho letto le frazioni al contrario, ho sbagliato la X con la Y e l’integrale… Lasciamo stare. Fallimento ancora più tragico che se fossi in classe. Finisce il collegamento su Zoom e io sono completamente sudato.

A quel punto la mia genitrice ha iniziato a urlare disperata:

“Ma percheeeeee, percheeee Ranieri percheeeeee me lo devi spiegare!!”

“Mamma ma io lo sapevo il risultato in realtà.”

“E alloraaaa!! MA TU COSÌ MI UCCIDI!! Perché non hai risposto se lo sapevi!!!”

“Perché mi sono confuso..”

“E perchéee!”

“Perché pensavo a cosa avrebbero detto i miei compagni se sbagliavo. E infatti ho sbagliato. E ora staranno parlando male di me.”

“Ma tu te ne devi fregareeee! Dei tuoi compagni te ne devi fregareee! E semmai lo devi dire alla professoressa!”

“Ma non mi fido di lei.”

“Come non ti fidi? Madre santissimaaaa che vuol dire non ti fidi!! E apriiii!! Apriiii questa porta Ranieriiii! “

“Vuol dire che non mi riesco a fidare. Lo dico sempre allo psicologo, non so mai se mi posso fidare di chi ho davanti.”

“Ranieri ma tu sei pazzzooo. Ed esci dall’armadioooo! Ranieri la devi smettere!! Ma che ho fatto di male nella vita!! Ma io ho chiesto un’ora di permesso per poterti vedere così??? Ma tu così mi fai ammalareee!! Se lo sa tuo padreeee! E poi.. Ma se te lo dice anche lo psicologo che ti devi fidare, che non parlano male di te.. Perché non lo ascolti??? “

“Eh perché non mi fido di lui..”

“Miiiiii ma mi fai crepareee così! E smettila di mangiare quel gelato dalla vaschetta che era per tutti!! E sporchi tutto i vestiti piegati!! DODOOOO tu non ti azzardare ad imitare tuo fratello! Io vi mando a tutti e due in collegio.. Cioè a tutti e tre.. Oddio ma si sta bruciando la parmigiana in fornoooo. “

Insomma questo è lo spettacolo giornaliero. E credo che ogni giorno stiamo grattando malamente sempre di più il fondo. Non ho un luogo dove rifugiarmi, non posso uscire a respirare aria che non sia la stessa di mia madre. Dodo é sempre più pallido e quell’altro ormai risponde sempre “ma sono solo un bambino” ad ogni accusa della mamma. Non riesco più a dormire e faccio un sacco di incubi.

Però stamattina quando papà è tornato dal suo turno di lavoro mi ha detto che ha comprato una cosa per me. Ha detto che mi farà stare meglio. É una tisana alla Valeriana ha detto. Ha detto che così mi tranquillizzo un po’. Ha detto anche che non lo devo dire alla mamma però che lei queste cose non gli piacciono ecc ecc..

Stasera la provo, male che vada mi fa digerire tutto quello che mi mangio di nascosto, ha detto papà.

…Continua.

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Maggese:Monologhi di Quarantena

Bestemmie e Zagare.

“Sono vecchia.
E voglio morì. Da mo’ che voglio morì.

Se qualcuno mi incontra io glielo dico sempre che sto aspettando. Quelli mica capiscono cosa. Un sacco di gente quando mi vede in piedi sull’uscio di casa, con la borsetta al braccio, mi chiede:
“Che sta aspettando Donna Rosalia?”
E io rispondo:
“Il Signore che mi viene a prendere.”
Ed quelli continuano:
“Ah, sta aspettando che la passano a prendere? Dove deve andare? Se vuole la accompagno io..”
E io mi faccio il segno della croce e gli dico che certe bestemmie é meglio non dirle.
Mica ci pensano loro che io mi voglio far trovare pronta per quando arriva la morte e mi porta via. Pronta e sistemata.

Perché sono vecchia e voglio morire. Mi fanno male le ossa e in TV fanno ormai le solite cose. I nipoti sono grandi e figli non li fanno. Poi ho campato bene, ma mi manca litigare con mio marito. È già troppo che non lo controllo lassù, chissà se sta facendo il bravo cristiano.

A quello glielo dovevo dire sempre: “Non bestemmiare! Fatti il segno della croce! Non te la finire la bottiglia, che non è domenica! Metti a posto quelle mani, che quella è tua nuora, orbo che sei diventato…”. Mica sono sicura che quello, ciecato come era diventato, non mi acchiappa un angelo per una coscia scambiandolo per qualcun’altra. Ha bisogno della moglie accanto o lo fanno finire all’Inferno, dal Purgatorio dove sicuro sta.

Tanto io qui ho finito, mi fanno male le ossa e in TV pure parlano solo di vecchi.

Ho già dato tutte le disposizioni. Voglio che mi regalano un vestito nuovo, bello, elegante, che tutti mi guardano nella bara e si pensano che sono una signora di città. Poi voglio la banda, che deve suonare una tarantella. Ma non la banda di qui… quella non mi piace e i musicisti sono vecchi pure loro. No, voglio quelli che vengono per il Santo Patrono. Quelli sono giovani e c’hanno tutti la divisa con le spalline dorate e gli strumenti che suonano davvero. Io ogni anno che vengono mi metto in prima fila con la sedia e mi immagino già quando verranno a suonare dietro a me. L’anno scorso glielo ho detto pure ad uno di quei giovanotti che li voglio al mio funerale. Quello si è messo a ridere ma me lo ha promesso. Ve lo ho detto che muoio felice!


Ai figli pure gli lascio un po’ di soldi per le cose loro. Ad ogni figlio gli ho preparato precise precise le stesse buste con i soldi, che stanno tutte sotto al materasso. A tutti uguali eh! Io non ne faccio di distinzioni, a tutti voglio bene uguale, a tutti gli stessi soldi. E non ho fatto come Peppe mio… che al primo, quello che aveva il dubbio fosse un bastardo (per via che è nato ai sette mesi e che la prima notte l’ho fatto bere troppo e non si ricorda se ero pura o no)… eh a quello gli ha sempre dato meno. No no, io ai figli miei tutto uguale!


In realtà sta storia dei sette mesi mi turba un po’ riguardo alla morte. Ma non per il Signore, più per Peppe mio.

Perché sono sicura che alla fine a Peppe mio l’ho convinto che era suo, il bastardo. Però se poi mi vede arrivare anche a me dalle zone sue del purgatorio capace che ricomincia con questa storia. E non gli posso inventare che sto lì perché anche io bestemmiavo… Toccherà inventarsi qualcos’altro, qualche altro peccato. Tanto dobbiamo passare il tempo per risalire su, ne ho di tempo per convincerlo.
Mentre per il Signore sto tranquilla. Perché sono sicura che finisco lì, anche per la storia del bastardo. Così il prete mi ha detto: che visto che mi confessavo subito, ma proprio subito subito dopo il peccato, proprio lì dove succedeva insomma… eh si, nella stessa chiesa, è come se il peccato fosse più leggero. L’importante è che non lo dicevo a nessuno. Sennò si che finivo all’Inferno. Mentre al Purgatorio, “con ste tette che c’hai, ci finisci comunque Rosalia mia..” Così mi diceva sempre Don Mario. E io gli credo.

Gli ho sempre creduto a Don Mario. Se non gli avessi creduto non mi sarei fidata a seguirlo fin lì da sola no? Non che avessi tanta voglia in realtà… anzi a dirla tutta non ne avevo propria e manco sapevo che fosse quella roba lì. Mica come le ragazzine di 15 anni di oggi. Però sapevo che i preti hanno sempre ragione. E c’è da dire che è sempre stato di parola poi Don Mario. Pure quando mi diceva che mi trovava lo sposo se succedeva qualcosa, per non rovinarmi insomma. E infatti me lo ha trovato subito subito, e ci ha sposati pure subito subito! Uh quante ne ha sposate Don Mario! E a tutte regalava grandi mazzi di zagare. Diceva che era perfetto per una sposa quel fiore. Belle, profumate, e coi frutti sodi come le arance… Se ne intendeva di fiori lui. E infatti io le voglio anche sulla tomba.. Solo Zagare!

Insomma sono pronta. Tanto la TV dice sempre le stesse cose.
Dice che muoiono un sacco di vecchi per sto Corona, e io che ce sto a fare ancora qui? Ti prego Signore risparmia qualche giovanotto e piglia a me…. Senti senti là.. Tutti questi che se ne vanno.. Signore io ti aspetto eh che in TV dicono che stanno tutti… No, aspetta.

Aspetta un attimo. Aspetta tu. Un attimo. Che? Che cosa?? “

Donna Rosalia, si ferma davanti alla televisione. Poi si gira, afferra la borsetta e si avvia più velocemente possibile, vecchiaia permettendo, alla porta di casa. Apre la porta e lancia con fare minaccioso la borsetta al cielo, che finisce sul marciapiede davanti.

E con tutta la rabbia di chi, nella vita, ha sopportato sempre tutto, senza chiedere mai spiegazioni, credendo al Cielo e a chi in terra parla per lui, ma che all’improvviso scopre che è stata ingannata, inizia ad urlare indicando il cielo:

“OH non t’azzardare eh! Non t’azzardare Signore a venirmi a prendere ora!! Eh no, pure te Peppe bello, acchiappati chi ti pare! Signore non ti azzardare!! Don Mario diteglielo pure voi, in nome di tutte le volte che vi ho detto si… Diglielo di aspettare a venire!!! CAPITO SIGNORE??? Che la TV ha detto che se vieni ora NON ME LO FANNO IL FUNERALE!!!”

Zagare

“La leggenda narra che un re spagnolo dopo aver ricevuto in regalo da una bellissima ragazza un albero d’arancio lo fece piantare nel giardino del suo castello. Quando un ambasciatore di passaggio nel suo regno chiese al sovrano di regalargli un ramoscello di fiori d’arancio, il re rispose che mai avrebbe dato a qualcuno un solo ramo della pianta a cui teneva così tanto.
L’ambasciatore incassato il rifiuto del re si rivolse allora al giardiniere per ottenere un ramo di fiori d’arancio pagandogli il servigio 50 monete d’oro, denari con cui il giardiniere poté finalmente dare la dote alla figlia in modo da farla sposare. La ragazza il giorno della nozze adornò i suoi capelli con un ramo di fiori d’arancio in onore della pianta che le aveva dato l’opportunità di convolare a nozze e da allora le zagare sono rimaste indissolubilmente legate al fatidico giorno.”