Maggese:Monologhi di Donne · Mamma Selvatica · Senza categoria

Il giorno in cui ci siamo salvati

C’è stato un giorno in cui io e te ci siamo salvati.

Non sapevamo nemmeno di essere in pericolo, non sapevamo nemmeno che cosa fosse la salvezza. Eravamo lì, appoggiati alle cose, a quel soffrire lento e umiliante, ma che sembrava dovesse essere in fondo la nostra vita.

Quando non si pensa di valere qualcosa, quel qualcosa a volte non lo si riconosce più nemmeno negli altri. Ci avevano convinti che potevamo anche continuare ad aspettare, ma che in fondo era tempo sprecato, quello passato in attesa della felicità.

Non ci accorgevamo dei brandelli che indossavano, ormai erano i nostri vestiti e guai che qualcuno ce li denigrasse. Ci avevano succhiato ogni entusiasmo, rivendendocelo pure come droga tagliata male.

C’è stato un prima e c’è stato un dopo.

Prima c’erano quelle due persone convinte di tante cose: miopi, stanche, compari della menzogna per sopravvivere, adattati alla vita come radici strette in un vaso da trapiantare.

E poi quell’attimo. Quel momento in cui ci siamo seduti a parlare uno davanti all’altra, guardandoci negli occhi per la prima volta davvero.

La facilità con cui sono uscite tutte quelle parole senza che il cervello dovesse controllarle e censurarle, fu spiazzante. La naturalezza con cui ci capivamo e ci perdonavano ogni difetto nonostante fossimo così opposti, così improbabili, poteva solo chiamarsi altrimenti “appartenersi”.

E se prima la realtà era una, un attimo dopo non lo è stata più. Una pioggia dissetante nell’arido deserto non fa lo stesso effetto… un’alluvione che ha rischiato di travolgerci e farci affogare, quello si, rende meglio l’idea. Una forza che non credevamo di avere ci ha tenuti svegli più possibile per paura di addormentarci e tornare deboli come prima di quell’incontro. Quel terrore che, mollata la presa, tutto sarebbe stato di nuovo buio.

E lo è stato spesso, scuro, dopo. Perché scoprire di appartenersi quando il tempo è sbagliato, quando credevi che appartenersi voleva dire ubbidire, non sempre ti può condurre nella direzione giusta. Se punti due fari in faccia alla volpe che sta attraversando la strada rischi che quella si paralizzi, perché ancora non lo ha nel DNA di animale selvatico il concetto di luce artificiale. Ci puntammo contro all’improvviso la realtà dei fatti, ovvero che ci stavamo facendo amare dalle persone sbagliate. Eravamo noi invece quelle giuste, mannaggia alla miseria.. stupidi, stupidi che non lo avevamo mai saputo prima. Era quella la sensazione che voleva dire respirare, come era possibile che non lo avevamo sentito prima quel cappio al collo? Come avevamo potuto permettere che ci facessero credere che eravamo sbagliati, che eravamo noi quelli matti che andavano rinchiusi e non loro?

Quando tutto questo lo capisci in un giorno solo, poche manciate di ore, dopo anni in cui non lo hai capito, quasi una intera esistenza di ignoranza, puoi farti male davvero. Maledici quasi quel giorno. Oscar Wilde diceva che a volte la tua condanna è quella di non ottenere quello che desideri, altre è quella di ottenerla. Perché non ne puoi più fare a meno ma allo stesso tempo solo nei film si supera il passato con veloci dissolvenze incrociate.

Non reagimmo alla stessa maniera. Non siamo mai stati uguali in nulla. Io rivoluzionai tutto in un fiato, cementificai su macerie malate senza controllare se ci fossero possibili fughe di gas tossiche (e ce ne erano, tante)… Mi strappai la pelle scoprendo nervi esposti, senza le giuste profilassi, pur di togliermi di dosso ogni cellula infetta.

Tu analizzasti invece ogni singola crepa, provando rattoppi, mettendoti mille volte in dubbio, puntellando ogni cedimento del tetto pur di non veder cadere quello che credevi di aver costruito fin a quel momento. Rifiutasti ogni contatto, sperando che il contagio fosse stato solo momentaneo.

Io persi molti chili, molti, troppi. Ma più avuti così pochi chili addosso da adulta. Mi spogliai di tutto quello che avevo accumulato, e mi sentii libera. Recuperai un’immagine di me. Come quando si uniscono i puntini numerati e scopri quale è il disegno nascosto. C’ero io sotto quei punti sparsi. Che aspettavo che anche tu trovassi il mio stesso coraggio. Che aspettavo che tu rimanessi fermo contro quella tempesta che ti faceva oscillare avanti e indietro, verso di me, lontano da me. Troppa paura della felicità tu, troppo trasparente davanti a me.

Nessuno puntava su noi due. E allo stesso tempo tutti vedevano quella luce che ci circondava quando eravamo entrambi nella stessa stanza. Ma no, nessuno credeva possibile che ce l’avremmo fatta davvero. Troppi problemi, troppo diversi, troppo dolore, troppo passato… E nel frattempo noi ci raccontavamo che avremmo fatto insieme dei figli quando saremmo riusciti ad amarci. Ne eravamo sicuri. Dovevamo solo capire quale era il verso giusto di quei pezzi di puzzle. E il tempo passava.

A morsi e unghiate, ripetevo sempre in quel periodo io alle amiche.. a morsi e unghiate, un pezzettino alla volta lo sto trattenendo ogni volta un po’ di più a me. Ti avevano soprannominato “Guerra”, perché ogni volta, ogni mese sembrava di lottare contro qualcuno, invece di amarlo. Eppure.

Eppure quando riuscivamo a dormire vicino eravamo una persona sola, un’unica forza motrice che macinava sogni da grandi. Si, proprio come due amichetti che seduti sullo scalino della loro estate fantasticavano su come sarebbe stato bello poter invecchiare insieme.

C’è stato un prima ed un dopo. Prima da soli, dopo insieme.

E quando abbiamo trovato il verso giusto del nostro puzzle, ci siamo accorti che c’erano già disegnati anche i volti dei nostri bambini, e la nostra casa. E li abbiamo resi veri, il prima possibile. Anche mentre gli altri continuavamo a credere che non c’entravamo nulla l’uno con l’altra, che era un azzardo la convivenza, i figli, la casa, nel giro di pochi anni, che ci avrebbe rovinato così presto tutto quella “aria di famiglia”. Ma non è colpa loro.

Non hanno capito che per noi è già stato quasi troppo tardi nella vita. Che quel giorno noi già ci siamo salvati dalla rovina, semplicemente sedendo uno davanti all’altro. E che tutto il resto, ogni nostra discrepanza è solo per tenerci in allenamento… Ma che se entriamo nella stessa stanza non avremo mai bisogno più di luce. Per sempre.

Mamma Selvatica · Senza categoria

Casa

Mio figlio ha iniziato a parlare quando era sicuro di quello che diceva. Ogni parola che ha pronunciato l’ha detta perché voleva lui, quando voleva lui ( e non a richiesta) e quando era sicuro di dirla bene. Non mi sono mai preoccupata quando faceva segno di no, passato il primo anno di vita, alla richiesta degli svariati adulti che gli giravano intorno, di ripetere a pappagallo le classiche paroline che altri bimbi già dicevano. Avevo fiducia nella sua intelligenza, capiva tutto da molto prima, faceva tutti i versi degli animali, si faceva capire benissimo senza bisogno di parlare. Inoltre è sempre stato uno spirito libero come me, e uno spirito di contraddizione come il padre; un perfezionista della performance come me e un competitivo che lancia solo sfide che sa di poter vincere come il padre. Quindi non poteva essere altrimenti. Infatti ogni tanto, quando era sicuro ci lasciava a bocca aperta con la parola perfetta che aveva deciso lui di dire nel momento in cui più ne avevamo bisogno.

Come quando, un pomeriggio d’estate, all’ora del tramonto, di ritorno da una normale giornata fuori io e lui, abbiamo svoltato con la macchina nella via che precede la nostra abitazione. Lui di solito in macchina fin da piccolissimo, come tutt’ora quando è concentrato, produceva lungo tutto il viaggio una sottospecie di rumore bianco, un “mmmmmmm” continuo, un mantra che lo accompagnava nell’osservazione del mondo che sfrecciava fuori dal finestrino. Ma quel pomeriggio, il piccolo meditatore, come ha riconosciuto quella strada, ha interrotto la sua litania e ha esclamato con gioia :

“aaaaaah, casa!”

Ecco, quando mio figlio ha detto per la prima volta “Casa” io ho sentito dentro di me esplodere tutto il calore, l’amore, e la forza che quella parola gli regalava. Mi ha commosso sentire cosa c’era di profondo in quel suono, come ci fosse esattamente quello che abbiamo sempre sognato di ricreare nella nostra famiglia, quello per cui tanto avevo lottato e per cui tanto stringiamo i denti tutti i giorni. Il suo genuino piacere all’idea di essere arrivato a casa, di aver riconosciuto la strada che lo conduceva nel suo posto sicuro, così gioioso e rassicurante da voler condividere quella parola ad alta voce con quella madre tanto stanca e disordinata, piena di pensieri e contraddizioni che guidava proprio in quella direzione. Credo sia uno dei momenti in cui più mi ha fatto emozionare,in cui più mi ha stupito…

..fino alla nascita della “sua bimba”, venuta al mondo tre mesi fa, allo scoccare dei suoi due anni. Lì mi ha insegnato cosa vuol dire appartenersi. Ma questo ve lo racconto la prossima volta.

Tutto questo per dirvi che si, non scrivo da qualche mese perché ero un attimo impegnata con queste piccole personcine e la loro Casa, ma sono tornata e più ispirata di prima.

Cibo e ormoni · Mamma Selvatica

Annunciazione, Annunciazione Parte Seconda

Bene, ora la verità era a portata di pipì, ma inaspettatamente la prima crisi ormonale era più preparata di me. Perché ovviamente quando, una volta tornata a casa a tavola, ho detto in maniera ammiccante a tuo padre che ero passata in farmacia, lui ha dato la risposta sbagliata alla mia allusione.

“E che ci sei andata a fare?”

Ecco, il fragile autocontrollo trattenuto tutta la settimana si incrina e la diga di lucidità in pochi secondi viene spazzata dalla mia furia devastatrice.

“MA COMEEEE! Ma secondo te perché? Ma di cosa stiamo parlando da giorni? Ma non hai preparato niente per l’occasione? Ma hai capito che cosa sta succedendo?” e per paura di una risposta ancora più stupida non gli lascio il tempo di replicare: “ Ho preso il test capito??”

“ Ah, e che lo hai preso a fare, non lo sai già?”

Ok, forse non erano solo gli ormoni, lui pure ci metteva del suo.

“Ma che vuol dire che lo so già? No che non lo so! Ma poi non capisci nulla, ma non capisci che è un giorno importante? Non hai pensato un modo per festeggiare in caso? Non hai trovato un modo carino per scoprirlo? Non sei emozionato? Non hai paura, non ti fa strano, non..”

“Ma io lo sto dando per scontato questi giorni, cioè per me una volta che abbiamo iniziato è come se già fosse successo, sono tranquillo perché è una cosa che abbiamo deciso insieme e quindi per me già stavi incinta questi giorni visto che…”

“Per me non è così, io ho bisogno di saperlo con certezza!! Perché non ne sono certa manco per niente! Ma che stai a dì? Ho bisogno delle prove, ho bisogno di realizzare la cosa..”

Premessa: un po’ come tutte le donne penso, siamo state sommerse fin da ragazzine da film in cui LEI scopre da sola che è incinta e prepara una sorpresa strappalacrime al compagno visto che il compagno a quanto pare non si ricorda minimamente quando la sua compagna dovrebbe avere il ciclo (che c’è da chiedersi quanta compagnia si fanno ‘sti compagni per non fare caso che è un po’ che “le sue cose” non passano di lì). Ecco io tendenzialmente non ho quel tipo di rapporto: sappiamo perfettamente ogni giorno l’altro come passa la giornata o la nottata, vivendo insieme e in simbiosi, e tuo padre è sempre stato bravissimo più di me nei calcoli, soprattutto quando c’è da calcolare quando può avere i segni del passaggio da giovane scapestrato essere a padre di famiglia. Quindi il primo sogno di una vita, la prima immagine idealizzata di coppia morta lì stecchita: non lo avevo potuto sorprendere con grandi show e nemmeno con frasi romantiche, né avere da lui reazioni cinematografiche… anzi era stato lui per primo ad avvertirmi che stavo “ritardando”, sempre con quella risatina allegra. Ecco, quindi dopo questa premessa posso andare avanti e provare a giustificare la mia reazione alla sua ennesima domanda idiota:

“Scusa ma allora fallo ora no?”

Disse il bruto tra una forchettata di carbonara e l’altra.

Io non sono una che piange. O meglio, ho un passato da super emotiva che è stato corretto e stroncato dall’ex fidanzato (vedi sopra al punto “gente che umilia e ti fa credere che sbagli in qualsiasi cosa e se piangi è perché sei nel torto”) per cui le mie lacrime ad un certo punto della vita si sono tramutate in sassolini fermi al livello dell’epiglottide. Fino a quel momento: perché tu, nuovo abitante del mio corpo facesti uscire da tutti i miei canali sensoriali un caldo e straziante pianto di disperazione.

“Ma come, lo faccio ora, così, mentre stiamo litigando? Ma io volevo fosse un momento magico, tra un’ora devo andare a lavorare, so di pancetta affumicata, ho la cucina da sistemare, a te non te ne frega niente, se è così che ci ricorderemo questo giorno…non ho potuto nemmeno farti una sorpresa, che mica me la dai sta soddisfazione oh… se è così che deve iniziare, basta, non lo faccio più il test, non sono più incinta, non si fa più niente!” E giù di lacrime e singhiozzi davanti agli occhi sgranati di tuo padre.

La FOLLIA. Pura.

Per fortuna, fagiolino mio, la nuvola dove vive tuo padre riesce ad oscurarmi così velocemente quanto riesce a rischiararmi e lui (a carbonara finita n.d.r, perché a me era passata la fame, ma a lui nn succede mai) ha detto le paroline magiche:

“Ma insomma, ma io che ne so come devo comportarmi, è la prima vola che divento padre, dimmi tu che vuoi che faccia e io lo faccio.”

Cucciolo. Per un momento mi ero scordata in effetti che prima di te io già ero una madre di quell’eterno adolescente con cui vivevo e a cui avevo donato il mio cuore, a cui non avevo dato dettagliate istruzioni su come gestire la cosa in caso di esito positivo. Lo avevo preparato al peggio, ma non al meglio.

Morale della favola: abbiamo aspettato la sera per avere conferma di quello che sapevamo già dentro di noi, (no, nessuna scena da film, ma solo io che esco dal bagno e aspetto che lui me lo legga in faccia il responso, ma non lui ci riesce e poi gli spiego che effettivamente sono incinta, e lui che mi risponde “ma va’?!): poi gli ho spiegato che volevo festeggiare a cena con lui, siamo andati nel nostro posto del cuore, dove lui si è preso la sua solita boscaiola, supplì, patatine e bruschette mentre io ho lasciato quasi del tutto il mio risotto agli scampi. Sorridevo finalmente e lui con me. Ero finalmente tranquilla, consapevole, in pace, consapevole l’ho già scritto? Insomma he guardavo al futuro con occhi radiosi.

Poi vabbè, era solo la prima sera, sabato appunto.. il mercoledì mattina sono corsa in farmacia di nuovo terrorizzata perché martedì notte mi era venuto il dubbio che non potesse essere vero, che ero una stupida ad averlo già detto alla famiglia prima di non avere altre prove, che sicuramente da sabato lo avevo perso, che avevo fatto una figuraccia con tutti ma che sicuramente il secondo test mi avrebbe dato negativo… ma questo è un’altro capitolo ed un’altra crisi ormonale.