Cibo e ormoni · Maggese:Monologhi di Donne · Mamma Selvatica

Io la vita la imbottiglierei.

Io la vita ogni tanto la imbottiglierei.

L’aria che c’è la mattina in cui siamo riusciti a dormire abbastanza la notte per goderci il risveglio e i nostri bambini hanno raggiunto il lettone solo all’alba ma si permettono ancora qualche ora incastrati tra di noi. Imbottiglierei il loro respiro profondo, mescolato a quello del padre, che nel dormiveglia sa che quel giorno può tardare ancora un po’ così e può anche lui cristallizzare quel momento, viversi quella sensazione. Il profumo e il calore della loro pelle giovane, il loro totale abbandono di chi si sente al sicuro, di chi non ha bisogno di altro per essere appagato. E le loro braccia e gambe piantate nelle nostre costole, nella nostra schiena, come le migliori ali che la Natura abbia mai potuto creare.

Imbottiglierei anche l’odore della cipolla che soffrigge, in particolare quando lo fa nel burro. Il crepitio pungente che attraversa orecchie, naso, gola e occhi. Un barattolo a parte lo farei per quando si sfuma qualcosa con il vino. Quel porto sicuro di un pasto che colmerà un po’ di lacune, quella premessa per molte ricette che poi è anche compagnia. Il rumore del pasta che manteca nella padella.

Metterei sotto vuoto lo sguardo complice dell’amore della mia vita quando ancora nessuno sapeva dei nostri segreti; in mezzo a tutti gli altri, che parlavano caotici, ignari, che attraversavano le nostre stanze in festa, le nostre vite, le nostre serate comuni, noi due agli angoli opposti della sala e della vita incrociavamo gli occhi e ci dicevamo di più, ci promettevamo di più, eravamo di più. Si, ben sigillato sottovuoto.

Oppure l’odore del lievito che rimane quando vai a chiudere tutte le finestre e le luci la domenica sera, quando per tradizione hai continuato a fare la pizza fatta in casa come ti ha insegnato papà. Quel misto di passato e presente che è casa, che è in realtà futuro.

Le risate quando giocano, quando ti chiamano mamma. Le nostre voci che si fondono quando cantiamo in macchina a squarciagola. Il calore sulle braccia mentre guidi in quei pomeriggi di libertà e di altalene. Quando si emozionano quando rivedono i nonni o gli zii, dopo tanto tempo e gli corrono incontro. Quando corrono incontro a noi. Quando affondano il mento nel tuo collo, ogni loro prima nuova parola. Impacchetterei tutto.

Sigillerei in grandi scatole le prese in giro dei miei fratelli, a tavola con mamma e papà, nei rari momenti in cui riusciamo ad essere tutti insieme, quando ogni nostro personale pianeta si è allineato a quello degli altri e torniamo tre bambini, senza impegni, senza casini. Quegli sfottò che sanno in fondo di: “io ti conosco veramente, io so veramente chi sei.”

Metterei da parte in piccole compresse anche l’estasi dei miei occhi davanti alle inquadrature dei capolavori di Bernardo Bertolucci, al brivido dei colori di Kubrick, il dettaglio enigmatico di Hitchcock. Il sudore sulla maglia di Marlon Brando mentre guarda Vivien Leigh in un Tram chiamato Desiderio. Lo sguardo di Paul Newman che bluffa alla Stangata. Il sorriso del Jocker di Heath Ledger, gli occhi rossi di Angelina Jolie in Ragazze interrotte. Piccole pasticche in blister da sei.

Il sole. Il sole in grandi barili. Il sole delle sette ad Agosto in spiaggia, quello delle due in primavera mentre prendo il caffè. Quello della mattina presto in inverno. La sensazione delle felpa addosso a fine settembre, le fiamme del camino al paesello. Barili in rovere.

Lo lascerei invecchiare il giusto, decantare, essiccare, riposare…

e poi

come birra, spillerei il contenuto in boccali da una pinta, senza il bisogno di stare attenta a fare schiuma, e la metterei al tavolo della tristezza nei giorni di pioggia, quando a Gennaio si piange, umidi di stanchezza e frustrazione.

Stapperei i barattoli nelle sale d’aspetto degli ospedali, a coprire quell’odore di anonima angoscia e righe di barelle sul pavimento.

Sarei generosa, forse anche sperperatrice di quel sapore agrodolce che uscirebbe dalle mie bottiglie quando senti le fitte della solitudine e di impotenza.

Non credo che mi dimenticherei di prendere le mie pasticche di estasi ai primi capogiri per la routine che ti schiaccia, al mal di stomaco della mediocrità che dilaga, alla critica rovente che ti circonda.

Godrei del sibilo del mio sottovuoto che prende aria quando i litigi ti fanno sentire incompresa, quando l’orgoglio ti tiene lontano, quando i rimorsi ti riempiono di domande.

Aprirei quelle scatole festose mentre lotti per mantenere integra la tua dignità.

Andrei fino ai colletti bianchi a portare i miei pacchetti di risate, di purezza. Le userei come bombe a mano. Uno, due, tre e tolgo la sicura. Bum!

Si, andrebbe imbottigliata la vita ogni tanto, dovremmo farlo tutti. Andrebbe tutto meglio, saremmo tutti più forti.

Vuoto a rendere però. Che poi si ricomincia di nuovo da capo.

Mamma Selvatica · Senza categoria

Casa

Mio figlio ha iniziato a parlare quando era sicuro di quello che diceva. Ogni parola che ha pronunciato l’ha detta perché voleva lui, quando voleva lui ( e non a richiesta) e quando era sicuro di dirla bene. Non mi sono mai preoccupata quando faceva segno di no, passato il primo anno di vita, alla richiesta degli svariati adulti che gli giravano intorno, di ripetere a pappagallo le classiche paroline che altri bimbi già dicevano. Avevo fiducia nella sua intelligenza, capiva tutto da molto prima, faceva tutti i versi degli animali, si faceva capire benissimo senza bisogno di parlare. Inoltre è sempre stato uno spirito libero come me, e uno spirito di contraddizione come il padre; un perfezionista della performance come me e un competitivo che lancia solo sfide che sa di poter vincere come il padre. Quindi non poteva essere altrimenti. Infatti ogni tanto, quando era sicuro ci lasciava a bocca aperta con la parola perfetta che aveva deciso lui di dire nel momento in cui più ne avevamo bisogno.

Come quando, un pomeriggio d’estate, all’ora del tramonto, di ritorno da una normale giornata fuori io e lui, abbiamo svoltato con la macchina nella via che precede la nostra abitazione. Lui di solito in macchina fin da piccolissimo, come tutt’ora quando è concentrato, produceva lungo tutto il viaggio una sottospecie di rumore bianco, un “mmmmmmm” continuo, un mantra che lo accompagnava nell’osservazione del mondo che sfrecciava fuori dal finestrino. Ma quel pomeriggio, il piccolo meditatore, come ha riconosciuto quella strada, ha interrotto la sua litania e ha esclamato con gioia :

“aaaaaah, casa!”

Ecco, quando mio figlio ha detto per la prima volta “Casa” io ho sentito dentro di me esplodere tutto il calore, l’amore, e la forza che quella parola gli regalava. Mi ha commosso sentire cosa c’era di profondo in quel suono, come ci fosse esattamente quello che abbiamo sempre sognato di ricreare nella nostra famiglia, quello per cui tanto avevo lottato e per cui tanto stringiamo i denti tutti i giorni. Il suo genuino piacere all’idea di essere arrivato a casa, di aver riconosciuto la strada che lo conduceva nel suo posto sicuro, così gioioso e rassicurante da voler condividere quella parola ad alta voce con quella madre tanto stanca e disordinata, piena di pensieri e contraddizioni che guidava proprio in quella direzione. Credo sia uno dei momenti in cui più mi ha fatto emozionare,in cui più mi ha stupito…

..fino alla nascita della “sua bimba”, venuta al mondo tre mesi fa, allo scoccare dei suoi due anni. Lì mi ha insegnato cosa vuol dire appartenersi. Ma questo ve lo racconto la prossima volta.

Tutto questo per dirvi che si, non scrivo da qualche mese perché ero un attimo impegnata con queste piccole personcine e la loro Casa, ma sono tornata e più ispirata di prima.